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GIUSTIZIA DI CASA NOSTRA / I GIP CHIUDONO BOTTEGA: TUTTI RINVIATI A GIUDIZIO


11 novembre 2017 autore: Andrea Cinquegrani



tribunale milano

C’erano una volta le garanzie processuali. Ora stanno man mano svanendo nel nulla. A cominciare proprio dalle prime battute: secondo una recentissima indagine effettuata al tribunale di Milano, ormai tutti vengono rinviati regolarmente a giudizio, senza poter battere ciglio e dovendo affrontare la lunghezza di un processo nei suoi tre gradi, le forti spese legali e i patemi che tali lungaggini comportano. Ma chissenefrega, anche se non c’è lo straccio di un indizio e poi ‘sarai’ innocente. Per adesso cominci il tuo viaggio nei gironi infernali.

E’ la giustizia di casa nostra, bellezze.

IL CAPO DEI GIP A MILANO ALZA BANDIERA BIANCA

A sottolineare la disfatta è addirittura il capo dell’ufficio gip al tribunale di Milano, Aurelio Barazzetta, costretto ad ammettere: “se così stanno le cose tanto vale rinviare tutti a giudizio”.

Il magistrato Aurelio Barazzetta

Il magistrato Aurelio Barazzetta

Davvero ai confini della realtà lo scenario emerso nel corso di un dibattito che si è tenuto alla Camera Penale del tribunale di Milano. Dal quale è emerso un dato incontrovertibile: all’ombra della Madunina le sentenze di ‘non luogo a procedere’ in pratica non esistono più, del tutto scomparse, volatilizzate.

Scrive per il sito Giustiziami fondato e animato da Frank Cimini la giornalista Olga Golgi: “come se la norma che concede al giudice per le indagini preliminari, ossia l’articolo 425 del codice di procedura penale, la facoltà di non rinviare a giudizio fosse stata cancellata”.

E aggiunge: “davanti alle richieste di rinvio a giudizio presentate dalla Procura, i casi in cui il gip dice ‘no’ sono praticamente inesistenti”.

Più in dettaglio, esistono un centinaio di caso all’anno di procedimenti subito stoppati grazie al  primo comma dell’articolo 425, quando si tratta di palesi motivi formali che obbligano a chiudere il tutto. Ma si tratta di una piccolissima quota del gigantesco contenzioso.

Infatti, non esistono stop – zero assoluto – per via del terzo comma, ossia la norma che dà al gip il potere di sindacare se gli elementi della pubblica accusa sono insufficienti, contraddittori o comunque inidonei a sostenere poi l’accusa in giudizio. “In un anno – commenta Olga Golgi – a Milano non è mai successo una sola volta che le tesi del pm venissero bocciate in udienza preliminare”.

La conferma di questa incredibile situazione è venuta non solo dal capo ufficio gip, ma anche da un gip in carne ed ossa, Sofia Fioretto, anche lei costretta ad ammettere la deriva di una ormai rituale prassi costante di rinvii a giudizio. Senza fregarsene di alcun merito, e quindi costringendo la macchina giustizia ad intasarsi sempre più più; e fregandosene se una buona fetta di quei procedimenti poi si chiuderanno con una sentenza di assoluzione per chi ha dovuto subire quel processo e cominciare il suo viaggio nei gironi danteschi. O kafkiani.

Qualche toga, però, cerca di giustificare il tutto: “è colpa della Cassazione – dicono alcuni – perchè negli ultimi anni molte sentenze di non luogo a procedere sono state annullate, accogliendo i ricorsi presentati dalla Procura”.

Mentre altri sostengono: “una scrematura comunque viene operata dalla stessa Procura, che presenta ogni anno non meno di 10 mila richieste di archiviazione quando l’innocenza è evidente”. Ma per tutti gli altri casi – e sono di gran lunga molti di più – il rinvio a giudizio avviene ad occhi chiusi, senza pensarci in attimo, a tambur battente.

NAPOLI SIAMO NOI

Un processo a Milano

Un processo a Milano

Osservano alcuni penalisti napoletani. “Anche da noi è ormai la stessa situazione. Il ritornello che intonano la gran parte dei giudici è: ‘ma che ti frega, poi c’è il dibattimento che se hai ragione te la darà’. Poi, quando perdi il primo grado in modo del tutto immotivato, l’altro ritornello, ‘se il giudice del primo grado ha fatto un errore, che ti frega, tanto poi c’è l’appello’”.

Come se un chirurgo che sbaglia l’operazione potesse poi contare sulla prova d’appello…

In materia di diffamazione è ormai prassi consolidata: vieni rinviato a giudizio a occhi chiusi. E a nulla serve se corri dal gip con una montagna di carte in mano per comprovare tutto quello che hai scritto. Non vieni neanche ricevuto.

Racconta un anziano cronista partenopeo: “Ricordo che trent’anni e passa fa, quando ho ricevuto la mia prima querela, fui convocato dal giudice – una donna –  in un piccolo ufficio del tribunale di Napoli che si occupava di reati a mezzo stampa: mi chiese di documentare quanto avevo scritto entro un paio di settimane, di rispondere punto per punto alle doglianze del querelante. Mi presentai con tutte le carte, visure della camera di commercio, certificati catastali e anagrafici, per dimostrare legami societari e parentele. Venni prosciolto in istruttoria. Fu tutto molto chiaro e semplice. Così dovrebbe essere sempre. Ora siamo tornati alla barbarie fascista”.




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