Batosta annunciata. Ossa rotte del Pd in Sicilia

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Se siete in procinto di incrociare sullo stesso marciapiede un ex Pci, Ds, Ulivo, Pd, rifondazione comunista e qualunque altro residuo della sinistra, eseguite un rapido dietrofront, così da evitare musi lunghi, impervi arzigogoli auto assolutori, litanie e giaculatorie indirizzate agli dei che generosamente hanno assolto errori, intemperanze tra fratelli di sangue, omissioni, vendette, intempestive rottamazioni, alleanze spurie, esodo dai principi fondanti del movimento, coinvolgimenti nel gran casino dei corrotti, degli incapaci, dell’illusione nell’immortalità di consensi acquisiti fino allo spartiacque della leadership berlingueriana. Cambiate strada e orecchie aperte ai progetti per il futuro della sinistra storica, occhi spalancati sui mea culpa, se convincenti e soprattutto prologo di una rivoluzione politica che indichi tattica e tecnica della strategia per ridisegnare il chi è della sinistra, in un mondo inquinato da populismi e qualunquismo e in territorio italiano inquinato da rigurgiti della destra camuffata in forzaitalioti, neofascisti eredi del Msi, nostalgici violenti del Ventennio, Casapoundini, forzanuovisti.

In questo frangente che tritura il Pd in Sicilia, il progetto di rigenerazione dovrebbe azzerare le dispute generazionali e ideologiche (ammesso che non siano virtuali, cioè solo strumentali) e ricomporre il mosaico frantumato con le tessere una contro l’altre armate. In margine alle lezioni siciliane e di là dalla debacle dem, la sconfitta delle democrazia è clamorosa se valutata con la passione politica dei votanti: meno del 50 per cento. Se ne lamentano i pentastellati, ma a dolersene dovrebbe essere anche il vertice Pd, protagonista del grande caos di idee e proposte (patetico resuscitare la proposta elettorale del Ponte sullo Stretto) e in ultimo vittima del “no” di Grasso e dei dissidenti bersaniani all’accordo con i dem.

Non fosse un corollario dell’assurdo italiano che include il Movimento 5 Stelle tra i competitor candidati a governare l’Italia, l’irricevibile ipotesi di designare l’inconsistente erede del comico genovese al ruolo di premier, suggerisce un altro buon motivo per giudicare come scherzo da giullare la sua reiterata e sofferta codardia. Ecco le fasi della sua presunta sfida a Renzi (nel senso di spot per elettorale delle poliiche): propone un confronto all’americana, faccia a faccia, c’è il sì del segretario Dem, immediato. Quando e dove? In Rai, propone Renzi, sì replica il grillino, ma alla presenza dei creditori della Banca Etruria truffati. “Ok, no problem”. Il segretario dem accetta. “Non in Rai, pretende l’avversario, invece a La7”. Data del confronto martedì 7 novembre. Con la pazienza di Giobbe Renzi dice di nuovo ok, benchè consapevole di doverlo affrontare dopo la sconfitta in Sicilia. Tutto fatto? Magari. Il grillino, probabilmente consigliato da chi ne conosce la pochezza dialettica, spara un ultimo “no” e rimanda tutto all’a tu per tu con il “nuovo segretario Dem”. Sicura la successione a Renzi? Il pentastellato in fuga ha escogitato un ultimo escamotage per evadere dal confronto. Merita un sei, magnanimo, in condotta.

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