Un colpo al cuore e la Grande Mela di nuovo vulnerabile

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La Commedia dell’Arte avrebbe eletto Mister Donald Trump capocomico della compagnia un attimo dopo il suo commento all’attentato di New York che ha ucciso e ferito otto e quindici persone, in New York, non a caso in prossimità emblematica di Ground Zero, dove si sgretolarono le Torri gemelle colpite da aerei kamikaze. Il tycon, edotto del tragico evento, ha commentato d’acchito “Li abbiamo sconfitti, non li faremo entrare negli Stati Uniti” (frase da sommario del titolo a tutta pagina del quotidiano la Repubblica). Il presidente, alle prese con il Russiagate che lo stringe sempre più all’angolo in vista del ko finale, trascura lo scomodo dettaglio di chissà quanti foreign fighter indigeni sono pronti a replicare la strage di Manhattan, isola centrale di New York, cuore della grande Mela e simbolo dell’America uber alles. A caldo, sotto choc per l’affronto alla grandeur degli States, l’estabishment della sicurezza ha provato a smentire quanto era evidente e ha imputato la strage alla follia di un malato di mente. Trump: “è stato “un altro attacco da parte di una persone malata e folle”. Non gli hanno riferito del grido jiadista “Allahu Akhbar”, “Allah è grande” o gli hanno nascosto la firma dell’attentatore lasciata nel furgone su un biglietto che rivendica la matrice Isis della strage? E’ più verosimile che nella sua tronfia spocchia, abbia finto di non sapere per assolvere se stesso e il sistema di sicurezza anti terrorista. La risposta presidenziale alla strage (immediatamente twittata) somiglia molto alla risposta di Bush, che informato dell’attacco alle torri gemelle mentre si tratteneva con i bambini di una scuola elementare, senza tradire sgomento o reazioni emotive, ha continuato per venti minuti a dialogare con i bambini, inebetito e incapace di affrontare l’emergenza dell’evento disastroso.

Non è un suggerimento risolutivo, il terrorismo purtroppo può colpire in mille modi, ma considerata la reiterazione di attentati compiuti cin furgoni e camion presi in fitto, perché non obbligare le aziende di noleggio ad avvertire immediatamente il comando di polizia più vicino e segnalare modello e targa a dell’automezzo, per provare a fermarlo prima dell’attentato stragista? Ancora: Sayfullo Habibullaevvic Saipov, l’attentatore uzbeko di 29 anni, frequentava una moschea sorvegliata negli anni tra il 2006 e il 2014, poi colpevolmente ignorata. Altro punto debole della sicurezza: musulmani ritenuti pericolosi arrestati e rilasciati, soggetti ritenuti affiliati all’Isis in un Paese e liberi di circolare in altri, scambi saltuari o addirittura nulli di informazioni tra polizie e servizi segreti.

Si può scommettere, l’area urbana di New York colpita da due stragi può star sicura, non sarà più oggetto di attacchi terroristici e sarà messa in sicurezza come nessun altro luogo del mondo inutilmente, perché i prossimi attentati, se ci saranno, si guarderanno bene da replicare i due assalti al simbolo della potenza Usa.

Lo ha filmato il cinema, sollecitato dal racconto di pazienti afflitti da insonnia che nei pochi momenti da addormentati raccontano un incubo ricorrente e si destano con la bocca spalancata in cerca di aria, appena usciti dalla spaventosa immagine di se stessi chiusi in una bara da vivi, perché ritenuti morti. Stesso incubo lo ha vissuto il giovane Watson Franklin Mandujano Doroteo. Dichiarato defunto e già disteso nella bara nell’obitorio in attesa della cremazione, alcuni parenti hanno scoperto che il corpo del ragazzo era ancora caldo e che respirava. Il finale dell’episodio si sarebbe concluso con festeggiamenti al “redivivo” ma non è andata così. Il “resuscitato” purtroppo è morto (questa volta davvero) dopo poche ore. Il primo presunto decesso era stato provocato da un’abbondante somministrazione di sedativi, somministrati dai medici dell’ospedale per alleviare il dolore provocato dalla devitalizzazione di un dente. Medici denunciati.

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