Installazioni: molto meglio di un terno al lotto

Condividi questo articolo

E’ rebus di antica data, irrisolto: l’arte ha il dovere di essere universale, cioè di essere fruita da colti e incolti, o si pone in altezzosa indipendenza dallo “spettatore?”

Non è questo il territorio d’indagine per sciogliere il busillis, ma pur nel rischio di bacchettate sulle dita di critici e mercanti d’arte, questa nota si concede una riflessione sul segmento “artistico” delle cosiddette installazioni che popolano musei di arte moderna. Il pretesto per discuterne lo fornisce la pagina XVII dell’edizione napoletana del quotidiano la Repubblica. Un’ampia immagine in alto pagina segnala un’“opera” esposta in una delle sale del Madre. Sui due lati di un pavimento-mosaico di quadrati bianchi, ipotetica scacchiera (?) si fronteggiano due file di stivaletti, scarpe al femminile tacco 12 centimetri, scarponcini, ballerine e affini: chissà, nella mente surrealista di Darren Bader immaginati come torri, alfieri, re e regine, cavalli e pedine in attesa di “incamminarsi” per perseguire la strategia dello scacco matto. Senza una dotta spiegazione dell’autore non sapremo mai se l’installazione è un omaggio a Diego della Valle, patron delle Tod’s o un’estrosa manifestazione di feticismo.

Siamo alle solite. Esecrabile è certamente l’idiozia di chi, a digiuno di frequentazioni con l’arte, di fronte a un’opera cubista di Picasso osa commentare “questi sgorbi sono capace anch’io di farli”, ma neppure censure autoritarie per chi ritiene la “merda d’artista” in scatola una solenne presa per i fondelli che all’autore Piero Manzoni ha fruttato popolarità mondiale, un tesoretto niente male e dotte disquisizioni sul significato di provocazione dell’“opera”. Fatto sta che Manzoni ha prodotto novanta esemplari dei “suoi” escrementi inscatolati, con tanto di firma ed etichetta multilingue con la scritta “contenuto grammi 30, conservati al naturale”. Il Prezzo iniziale dell’opera è stato l’equivalente di trenta grammi di oro, molto, ma molto lievitato nel tempo. Preziosi esemplari della merda arricchiscono collezioni dei musei di mezzo mondo. L’esibiscono la Tate Modern di Londra, il barattolo numero 80 è nel Museo del Novecento di Milano, il numero 12 nel Museo d’Arte Contemporanea di Donnaregina, a Napoli. Valore di mercato settantamila euro ma i record si sprecano. A un’asta Sotheby’s, sede milanese, un privato s’è aggiudicato il barattolo numero 18 per 124mila euro. Il primato spetta alla Christie’s londinese che ha aggiudicato un esemplare per 182mila sterline e al Ponte Casa d’Aste di Milano (220mila euro per la “merda” numero 69). Cosa c’è nelle scatole, platino? Tutt’altro: trenta grammi di gesso.

Di che meravigliarsi se lamenti e bestemmie provengono dalle tombe dove Leonardo, Tiziano, Giotto, impressionisti e Picasso, riposerebbero in pace se ignorassero il fenomeno di certe installazioni che arricchiscono mercanti d’arte e fantasiosi inventori di stranezze d’autore.

Condividi questo articolo

Lascia un commento