Referendum, autonomia? E’ solo campagna elettorale

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Imbrogliare, verbo italianissimo. Lo coniugano i leghisti con la balsana idea di un referendum (22 ottobre, a spese della comunità) spacciato come strategia per rivendicare l’autonomia di Veneto e Lombardia, ma nei fatti supporto improprio per la prossima campana elettorale. Una bufala. La consultazione non chiede la secessione dall’Italia, autonomia. Nasconde che la strada per negoziare con il governo è possibile senza alcun bisogno di consultare i cittadini perché previsto, come ha dimostrato la Regione Emilia Romagna che con un accordo istituzionale negozierà maggiore autonomia per una serie di settori di propria competenza. Altra clamorosa bugia: la richiesta di autonomia non può prevedere quanto promettono i promotori del referendum e cioè un’autarchia fiscale per cui le tasse dei cittadini lombardi e veneti rimarrebbero nelle casse delle rispettive Regioni. La materia fiscale non può essere sottoposta a referendum. La verità nascosta è che in un lettera agli elettori (i costi a carico della collettività) i promotori del referendum, promettono di trattenere almeno la metà dei 56 miliardi in tasse versati ogni anno al governo centrale di Roma”. È un falso, non è consentito per legge. Vere le spese del referendum: circa 70 milioni di euro.

E poi; Maroni e Zanda sarebbero costretti a nascondere quanto accade in Spagna dove la secessione, se avvenisse, comporterebbe un danno rilevante all’economia catalana. Il governo di Madrid, in caso di indipendenza di Barcellona (tra l’altro incostituzionale) metterebbe in campo una serie di irrinunciabili incentivi per le imprese catalane per spostare le attività in Spagna. Già alcune hanno lo stanno attuando.

Chi non lo ricorda? I bravi giovanotti di un tempo, intenzionati a indossare la divisa di carabiniere, venivano scannerizzati da commissioni di rigido stampo inquisitore. Per lo più erano figli delle povertà, che con la scelta di tutelare la sicurezza degli italiani cercavano la soluzione ai problemi della sopravvivenza. L’indagine preliminare, oltre ad accertare requisiti fondamentali, per esempio che la fedina penale fosse immacolata, spulciavano l’albero genealogico del candidato fino al livello primordiale degli avi, per essere certi che neppure un bisnonno avesse avuto a che fare con la giustizia. Come il voto di fedeltà a Cristo dei preti, entrare nell’Arma s’intendeva come una missione. Questa immagine è rimasta salda nell’immaginario collettivo del carabiniere “nei secoli fedele”.

La degenerazione della società postbellica ha poi assistito a un progressivo, inarrestabile consolidarsi del peggio: corruzione, criminalità, inquinamento della politica. Non ha risparmiato nessuna categoria dell’umanità, evidentemente predisposta a cedere all’illecito. Il fenomeno, su cui le mafie hanno costruito una capillare infiltrazione in tutti i gangli della società, ha coinvolto partiti e imprese, vertici e basi delle forze armate e di polizia, la sanità, le baronie universitarie, il clero, perfino magistrati e non ultimi i carabinieri, alcune mele marce implicate in episodi di corruzione, favoreggiamento di criminali e, per non allontanarci dalla cronaca recente, pestaggi fino a provocare la morte delle vittime. Di pochi giorni fa lo stupro (da confermare) di due giovani ragazze americane, responsabili due carabinieri in servizio.

I requisiti attuali per entrare nel Corpo richiedono l’assenza di condanne e procedure penali, oltre a qualità psicofisiche e titolarità di cittadinanza italiana, diritti civili e politici. Non è prevista più la “tac” di accertamento dell’etica irreprensibile dei nonni e men che mai (ma non era previsto neanche nel secolo scorso) un opportuno e approfondito stage psicanalitico, che individui tendenze latenti a comportamenti non compatibili con la “missione” di carabiniere.

E’ di queste ore l’indagine sui presunti abusi subiti da cittadini stranieri, avvenuti nelle caserme dei carabinieri nella Lunigiana: sono 37 gli indagati, alcuni arrestati, 189 i capi d’accusa. Notificato l’atto di conclusione delle indagini. Sono coinvolti anche il tenente colonnello Liberatori, comandante provinciale dell’Arma di Massa e il capitano Cappellutti, comandante della compagnia di Pontremoli. Avrebbero coperto i carabinieri per contrastare l’indagine. Vedremo come finirà. Nel frattempo sarebbe auspicabile interrompere il silenzio stampa sul caso dei due protagonisti della violenza denunciata dalle ragazze americane.

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