Igor, il latitante fantasma 

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[…nu latitante è na foglia int’o viento, nun po alluccà nun pò dì so innocente

telefono a casa pe’ dì sulamente, dimane è natale vulusse turnà…]

I versi artatamente struggenti di questo “omaggio” dei neomelodici ai carcerati (verosimilmente a quelli di camorra) sono inavvicinabili al caso di Norbert Feher, alias Igor Vaclavic. Il pluriassassino sebo è in libertà, ha dato sacco matto a un esercito di agguerriti cacciatori di teste, truppe specializzate, unità cinofile, droni, messi in campo dall’Italia, sollecitata dall’opinione pubblica ad agguantare lo slavo in fuga. Nessun risultato, neppure con la taglia promessa dalla famiglia di una delle vittime a chi avesse contribuito alla cattura: 50mila euro se preso vivo, 25mila se morto.

La fantasia dei media, dopo giorni e settimane di caccia lo ha paragonato al Silvester Stallone di Rambo. Dopo sei mesi di inutile caccia all’uomo, l’attributo per il latitante non può essere che ghost, phantom, fantasma e le misure eccezionali sono rientrate. Il criminale ha finora avuto la meglio e chissà, potrebbe scomparire per sempre, come gli aguzzini nazisti sfuggiti alla cattura, latitanti in Paesi “ospitali” con nomi falsi e sembianze mutatei dalla chirurgia plastica.

A giudicare dal “silenzio stampa” dei media, il caso non suscita più l’interesse dell’opinione pubblica, ma è davvero così? Chi è legittimamente atterrito dal pericolo di vivere in prima persona la tragedia degli attentati terroristici, s’interroga da tempo sulle possibilità del mondo di scrivere la parola fine al sanguinoso fondamentalismo islamico. Si arrende e riflette angosciato sull’irreperibilità di Igor. Per trasposizione è consapevole che le strategie di prevenzione e repressione del fenomeno Isis non sono risolutive e non impediscono nuovi episodi di fanatismo, sempre più spesso estranei a cellule organizzate, affidate dal Califfato a singoli radicalizzati.

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Non conosce soste il turpe serial degli stupri. Siamo dunque un Paese di sessualmente psicopatici, abitato da una sordida sottospecie di uomini brutali, da ominidi ossessionati da libido incontrollata, dalla peggiore versione del machismo che tutto può in un rapporto distorto con la donna? Non si ferma la strage e ha costretto i linguisti ad aggiornare i dizionari della lingua italiana con un termine nuovo, quanto allucinante: “femminicidio”.

L’ipocrita silenzio che per decenni, forse per secoli, ha nascosto le orribili dimensioni delle pedofilia, è stato antagonizzato innanzitutto dall’inedito coraggio delle vittime che hanno denunciato i loro persecutori, di conseguenza dal giornalismo d’inchiesta (famosi l’indagine e il film sui preti pedofili di Boston) e finalmente da Francesco, papa cristiano e rivoluzionario. Fenomeno annientato? Non è così. La cronaca continua a raccontare di preti e uomini al di sopra di ogni sospetto che abusano di bambini e bambine. Purtroppo, non di rado, violenze sui minori e stupri avvengono in famiglia, in gran parte vissuti in silenzio dalle vittime, minacciate o convinte a tacere per non rendere pubblico quanto hanno subito.

“Se questo è un uomo”, scrisse Primo Levi raccontando le brutalità dei lager, in cuor suo augurandosi che mai più il mondo sarebbe caduto nel baratro di regimi come il nazismo. Aggiornato per corrispondere ad altre brutalità, per “se questo è un uomo” avrebbe scritto nuovi capitoli sul tema della violenza della società contemporanea, che impedisce di uscire di casa in tranquillità, al riparo dal pericolo di imbattersi in attentatori, stupratori, pedofili o semplicemente in scippatori e rapinatori

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