PER ABBONAMENTI SOSTENITORE E PER DONAZIONI ALLA VOCE IBAN IT88X0503803400000010024263

GIALLO PANTANI / LA CASSAZIONE ARCHIVIA, NAPOLI NON SI MUOVE


29 settembre 2017 autore: Andrea Cinquegrani



mont pantani

La centounesima anomalia. A dieci giorni dal deposito della sentenza di Cassazione sul caso Pantani ancora non si conoscono le motivazioni. Solo lo straccio di un commento – riportato da Repubblica  del 28 ottobre – secondo cui la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dal legale della famiglia contro l’archiviazione decisa a giugno 2016 dal Gip di Rimini, “per mancanza di prove, sospetti e movente di un eventuale omicidio”.

Un autentico schiaffo alla giustizia. Un pietra tombale che grida vendetta.

La sentenza riguarda la morte del Pirata, avvenuta il giorno di san Valentino del 2004 nel residence Le Rose di Rimini.

Mentre da un anno è aperto un fascicolo sul Giro d’Italia taroccato del 1999, costato la carriera al campione, Giro comprato dai camorristi, come provano non poche testimonianze di collaboratori di giustizia. Ma a Napoli, dopo un anno, è calata una vera cortina di silenzio.

LA CASSAZIONE NON VEDE LE 100 ANOMALIE

L'avvocato Antonio De Rensis. In alto Marco Pantani e sullo sfondo l'ingresso del Palazzo di giustizia di Napoli

L’avvocato Antonio De Rensis. In alto Marco Pantani e sullo sfondo l’ingresso del Palazzo di giustizia di Napoli

Recapitoliamo i fatti, scissi in due filoni, appunto, quello della morte e quello del giro truccato.

Il 19 settembre, giorno del miracolo di San Gennaro, la Cassazione ha dichiarato morto e sepolto il processo sulla fine del Pirata. Un vero miracolo-contro: contro la giustizia, contro la verità dei fatti, contro le ben 100 anomalie documentate per filo e per segno dal legale della famiglia Pantani, Antonio De Rensis, che in un articolatissimo ricorso ha provato in modo ben poco oppugnabile fatti & misfatti di quella morte, tutte le prove taroccate, tutte le imperizie dell’inchiesta, tutte le manomissioni di prove basilari, tutto l’inquinamento della scena del crimine.

La Voce ha scritto diverse inchieste sul giallo, che potete leggere cliccando sui link in basso.

Ecco, fior tra fiore, alcune tra le più clamorose anomalie.

A cominciare dai segni di violenza sul corpo di Marco, evidente prova di una colluttazione e di un trascinamento del corpo. Sembra lo stesso copione di un altro delitto eccellente spacciato per suicidio: quello del top manager del Monte dei Paschi di Siena David Rossi, scaraventato giù dal quinto piano di palazzo Salimbeni, sede di Mps, ma per gli inquirenti uno con il pallino del suicidio.

Poi lo sconquasso della camera da letto del residence Le Rose, che difficilmente un depresso il quale ha intenzione di porre fine ai suoi giorni ha in animo di fare.

Ancora. La presenza nel cestino della spazzatura dell’involucro di un cono Algida. Marco non ne mangiava. I giudici diranno che ‘forse’ i poliziotti intervenuti dopo il ritrovamento del corpo lo avevano mangiato e poi buttata lì la carta. Alla faccia della perizia.

David Rossi

David Rossi

Quindi la presenza di un paio di giubbotti mai appartenuti a Marco. Ma chissà come si trovavano lì.

Poi la telefonata del campione alla portineria, alle 10 e 30 del mattino, per dare un allarme: “Ci sono persone in camera che mi danno fastidio”.

E la polizia interverrà 10 ore dopo, quando è ormai troppo tardi. Perchè?

Il mistero di quel residence. Che dopo il giallo chiude battenti. E poi un paio d’anni dopo apre con con parecchie stelle a bordo e una beauty farm. Sparito il portiere che non aveva chiamato la polizia.

Un mare di buchi neri, di anomalie grandi come una casa. Come un grattacielo.

Ma evidentemente alla Cassazione se ne fregano. Sarà molto istruttivo leggere le motivazioni della incredibile sentenza: tanto per capire come la giustizia funziona in Italia, fregandose totalmente delle verità sostanziali, delle prove. E uccidendo per la seconda volta la vittima. Perchè Marco, il 19 settembre, è stato massacrato per la seconda volta: e stavolta per mano di ‘Giustizia’.

QUEL GIRO D’ITALIA COMPRATO DALLA CAMORRA 

Passiamo al secondo filone, ora in corso di svolgimento alla procura di Napoli e riguardante il Giro d’Italia 1999 orchestrato dalla camorra. Un’altra storia ai confini della realtà e che solo la ‘Giustizia’ – è il caso di dire nuovamente – non è in grado di vedere e di portare alla luce.

E’ oltre un anno – si trattava di fine agosto 2016 – che l’avvocato De Renzis ha presentato alla procura di Napoli un preciso esposto-denuncia, dopo l’archiviazione chiesta dalla procura di Forlì, che aveva indagato a lungo sul caso.

Renato Vallanzasca

Renato Vallanzasca

Tornato alla ribalta grazie alle dichiarazioni di Renato Vallanzasca. Il quale, detenuto in carcere, riceve le confidenze di un camorrista, che gli rivela la combine in occasione di quel Giro. “La camorra ha scommesso sulla sconfitta di Pantani, il pelatino non arriva a Milano”.

Vallanzasca invia un lettera alla madre di Marco, e da qui parte l’inchiesta della procura di Forlì. Che acquisisce una serie di utili materiali probatori, raccoglie le verbalizzazioni di parecchi collaboratori di giustizia che confermano le circostanze e fornisocno ulteriori dettagli.

Insomma, l’inchiesta si gonfia. Vengono sentiti preparatori atletici e personaggi dello sport.

Il quadro sembra completo ma ecco il black out. “Si tratta di acquisizioni importanti, ma non tali da provare precise responsabilità di qualche soggetto che sia stato in grado di condizionare quel Giro”, osservano i pm di Forlì.

E chissenefrega del fatto che l’equipe medica abbia taroccato le provette con il sangue di Pantani per farlo risultare positivo ai controlli. Chissennefrega se il capo dell’equipe, l’olandese Wim Geremiasse, sconvolto da quel risultato, dopo pochi mesi sia finito in un lago ghiacciato in Austria con la sua auto. Chissenefrega se siano evidenti le pressioni esercitate su quella stessa equipe: non una corruzione di stampo classico, ma qualcosina di più, ossia una ‘pressione di stampo camorristico’, un vocabolario evidentemente ignoto per gli inquirenti di Forlì.

Fatto sta che, chiuso il capitolo a Forlì, la famiglia Pantanti ha bussato alle porte, un anno e passa fa, della procura di Napoli. Proprio perchè la camorra abita a Napoli, i clan che condizionarono quel Giro sono partenopei doc, e perchè la procura di Napoli aveva in passato già raccolto alcune verbalizzazioni significative di quegli stessi collaboratori di giustizia che hanno poi reso delle dichiarazioni a Forlì sul giallo di Madonna di Campiglio.

Ma da un anno, a Napoli, non si muove una sola foglia. E’ black out totale. Perchè?

 

LEGGI ANCHE




Lascia una risposta

*