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ALTA VELOCITA’ / QUEL GRANDE BUCO NERO MANGIASOLDI. E AFRAGOLA NON AVEVA NEANCHE I PERMESSI


26 settembre 2017 autore: Andrea Cinquegrani



mont delrio

Alta Velocità, l’opera pubblica mangiasoldi per eccellenza, capace in un colpo solo di drenare fondi infiniti dall’erario pubblico, massacrare l’ambiente e finanziare la camorra. Un bel tris. E pensare che il ministro Graziano Delrio, arrivato in pompa magna il 6 giugno alla stazione fantasma di Afragola, nello sconvolgente hinterland partenopeo, se ne uscì: “Questo è l’inizio di un nuovo meridione, queste sono le opere che fanno bene al Sud”. Non pochi, in quell’occasione, hanno pensato di chiamare il 113 per far prelevare il ministro.

Partiamo, in questa ricognizione, dalla fresca inchiesta avviata dalla procura di Napoli Nord, e affidata al procuratore aggiunto Domenico Airoma e al sostituto Giovanni Corona.

STAZIONE & MONNEZZA TOSSICA

Di tutto e di più nella maxi inchiesta. Si parte dalla pista dei rifiuti, che secondo alcuni sono stati interrati in modo massiccio al di sotto del parcheggio della stazione Tav. Sarebbero state centinaia e centinaia le tonnellate di rifiuti, anche tossici, occultati in quell’area. Che a fine giugno è stata sequestrata e nella quale sono ora in corso dei carotaggi fino a 10-15 metri di profondità per dettagliare il tasso di inquinamento dei luoghi.

Il pm Giovanni Corona. In alto il ministro Graziano Delrio alla stazione TAV di Afragola

Il pm Giovanni Corona. In alto il ministro Graziano Delrio alla stazione TAV di Afragola

Secondo alcuni esperti si arriva ad intaccare la falda acquifera e per questo è stato nominato dalla procura di Napoli Nord anche un perito geologo.

Cammin facendo, però, l’inchiesta si è allargata. E adesso arriva a toccare le origini dell’opera, quasi 15 anni fa, all’epoca delle autorizzazioni. Che potrebbero essere state taroccate. Per la serie: una mega opera del genere potrebbe essere partita in modo del tutto abusivo, ma con l’ok ministeriale, del Comune e compagnia cantando. Ai confini della realtà.

Commenta un esperto di lavori pubblici: “a quanto pare i magistrati stanno controllando tutte le autorizzazioni dell’epoca, che risulterebbero fare acqua da tutte le parti. Inoltre, stanno verificando la congruità di quei progetti per la realizzazione della stazione con i piani regolatori e anche con le normative antisismiche, visto che siamo in zona a rischio, non lontana dal Vesuvio. Senza contare che tutta l’area è archeologica, e proprio per questo motivo i lavori inizialmente vennero stoppati un paio di volte, perchè saltavano fuori dei reperti che creavano dei problemi. Come del resto sta succedendo tutti i giorni lungo il tracciato dell’eterno metrò di Napoli”.

TUTTA LA SCENEGGIATA

Lavori che ad Afragola, nonostante i reperti, sono proseguiti per alcuni anni, fino ad arenarsi per il fallimento della società che li stava portando avanti. Un lungo stop e poi il riavvio del progetto tre anni fa, nel 2014, quando fu allestito un bando di gara che prevedeva ‘lavori sprint’, da terminare in tre anni. Tanto che si arriva alla faraonica, beffarda inaugurazione dello scorso giugno.

Racconta chi c’è stato: “sembrava una sceneggiata. Un totale deserto intorno per ospitare Delrio, il governatore della Campania Vincenzo De Luca e quattro autorità con il solito codazzo di amici e clientes al seguito. E il ministro che parla del futuro del Mezzogiorno. Una scena incredibilmente comica, se non fosse drammatica per lo stato comatoso in cui versa Napoli e ancora di più il suo martoriato hinterland, ormai un far west di camorra”.

E’ costata oltre 100 milioni, la ‘Porta del Sud’, nata da un’idea dell’archistar iraniana Zaha Hadid, e ora una autentica cattedrale nel deserto, con un numero di viaggiatori risibile e parecchie opere ancora incomplete.

Vincenzo De Luca

Vincenzo De Luca

Osserva un operatore turistico: “Una vera follia pensare di realizzare uno snodo dell’alta velocità nel deserto più totale. Non ci sono collegamenti, non c’è niente. Il viaggiatore si trova sbarcato in una landa desolata senza servizi, con difficoltà enormi di raggiungere Napoli. Allora il governatore Antonio Bassolino pensò bene che il suo paese natio, Afragola, potesse sbocciare con l’alta velocità. E’ successo il contrario. La zona è rimasta depressa e ora ci troviamo con questa faraonica stazione, questo Hub come si dice in gergo, sospesa nel nulla”.

Anzi in una zona ad altissima densità camorristica. Il massimo.

Ma è proprio l’alta velocità che fa acqua da tutte le parti e, soprattutto, continua ad inghiottire caterve di danari pubblici. Che oggi non si arriva più a calcolare.

E pensare che il progetto – sul quale avevano subito puntato i riflettori Giovanni Falcone e Paolo Borsellino – nel 1991 partì con un piccolo budget da 27 mila miliardi di vecchie lire.

Uno di quei project financing nei quali poi lo Stato non avrebbe più sborsato una lira, per affidarne la realizzazione totalmente ai privati. E’ successo esattamente il contrario, con gran gioia delle mafie.

QUELLA CORRUZIONE AD ALTA VELOCITA’

Già a fine anni novanta le cifre volavano all’impazzata. Nel volume ‘Corruzione ad Alta Velocità‘ scritto da Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato, uscito nel 1999, balzava agli occhi una cifra astronomica, 150 mila miliardi di vecchie lire, sei volte quanto era stato inizialmente pronosticato.

Ecco cosa raccontano al ministero delle Infrastrutture: “Quelle cifre sono aumentate nel corso degli anni a dismisura. Anche perchè al banchetto si sono unite le organizzazioni criminali, come era già successo per i lavori della Salerno-Reggio Calabria, per il raddoppio della Napoli-Roma e per il dopo terremoto in Campania. Un copione già scritto”.

Paolo Cirino Pomicino

Paolo Cirino Pomicino

Tutti a TAVola’, ha titolato la Voce una delle prime inchieste sull’Alta velocità, nel 1993, dettagliando protagonisti, società e cifre dell’affaire. Dove non potevano mancare presenze eccellenti, come quella – su tutto il versante delle progettazioni – di Vincenzo Maria Greco, il faccendiere ovunque, l’uomo ombra di ‘O ministro Paolo Cirino Pomicino.

Oppure di Francesco Pacini Battaglia, l’altro super faccendiere, l’Uomo a un passo da Dio come lo eitichettò l’allora pm del pool di Milano Antonio Di Pietro: il quale in quell’inchiesta sulla TAV e su Pacini Battaglia improvvisamente cambiò registro, da pugno di ferro a guanto di velluto. Tanto che Pacini Battaglia non fece neanche un giorno in gattabuia, grazie agli ‘ottimi e abbondanti’ uffici dell’avvocato Luciano Lucibello, super amico – guarda caso – di Antonio Di Pietro.

Di Pietro e sullo sfondo Pacini Battaglia

Di Pietro e sullo sfondo Pacini Battaglia

E quella prima, strategica inchiesta sull’Alta Velocità andò a farsi fottere.

Cosa succederà adesso all’inchiesta avviata dalla procura di Napoli Nord? C’è da sperare che non sia – come allora – flop totale.

Per fortuna restano in campo i 5 stelle, che nel loro programma di governo inseriscono tra i primi punti lo stop ai lavori per l’Alta Velocità.

Ma c’è anche una domanda delle cento pistole: perchè il ministro Delrio, invece di sbandierare uno sdrucito rinascimento meridionale grazie al super pasticciaccio Tav, non rivela le cifre del grande imbroglio? Non fornisce agli italiani il conto spese al quale è arrivato, a 25 anni dal decollo, quel buco che più nero non si può, quella gigantesca mangiatoia per politici, mafie & faccendieri d’ogni razza che si chiama Alta Velocità? Siamo in attesa.




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