Spia tu che spio anch’io. Dal made in Japan al made in China 

Condividi questo articolo

Erano gli anni sessanta-settanta e le eccellenze in quasi tutti i segmenti della produzione di qualità erano made in Europe. Un paio di esempi? Le ottiche della tedesca Zeiss, le macchine per scrivere della Olivetti. Inviati speciali dell’industria Giapponese giravano il mondo in missione speciale per carpire i segreti delle imprese occidentali e rivelarli in patria, avidamente acquisiti dai nascenti giganti dell’imprenditoria locale. Di qui il fantascientifico boom del mercato made in Japan e alzi la mano chi in casa non ne ha testimonianza. Il tempo dell’invasione mondiale di Tokio si è assestato su standard stabili fin quando all’orizzonte è spuntato il sole della Cina, che a sua volta scoperto il filone d’oro dei plagi, ha sguinzagliato alacri spie e ne ha utilizzato in dimensione sconosciuta al resto del mondo le scoperte del “come si fa”. Chi ancora si chiede come è possibile che una sveglia al quarzo made in China costi due euro, che la stampa (perfetta) di un manoscritto spedito dall’Italia a Pechino si paghi un ventesimo di quanto richiede una stamperia italiana, può riflettere su due aspetti della questione. Nonostante qualche timido passo verso la sindacalizzazione degli operai, la retribuzione dei lavoratori cinesi è miserrima e quindi infinitamente meno incidente sui costi di produzione. La seconda ragione è nel record cosmico di “pezzi” prodotti. L’utile di un solo fen, valore minimo della moneta cinese, moltiplicato per milioni oggetti venduti, rende profitti milionari. Per capirci qualcosa: in un recente reportage le immagini hanno mostrato decine di cavalletti in fila, con altrettanti giovani pittori all’opera che imitano alla perfezione, a prova di esperti, celebri dipinti di Tiziano, Picasso e altri miti della pittura. Se poi ci si chiede a chi aspetta il mondo per salvarsi dall’inquinamento atmosferico, un’interessante risposta viene ancora una volta nell’intraprendenza cinese che si candida a leader mondiale della fabbricazione di auto a esclusiva trazione elettrica. Che la Terra giri come piace alla Cina è nei fatti. Il Paese che aspira non senza ragione alla leadership della Terra, porta nei tribunali le imprese di mezzo mondo per spionaggio industriale. Un caso speciale: la Huawei, che solo nel 2015 ha depositato 3.900 brevetti, ha denunciato il gigante coreano Samsung per violazione di brevetti e ha chiesto 11 milioni di euro. I coreani hanno risposto con identiche motivazioni e pretendono il doppio. Per sfortuna di entrambi i competitor Sean Connery non ha più l’età per indossare i panni di James Bond e per dirimere la questione ci si dovrà rivolgere a un suo meno dotato erede.

Condividi questo articolo

Lascia un commento