CAOS BRASILE / ANCHE LE OLIMPIADI DI RIO 2016 VENNERO COMPRATE

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Anche la scelta di Rio per le Olimpiadi 2016 fu comprata. E’ da una maxi costola dell’inchiesta Lava Jato che sta sconvolgendo il Brasile che arriva l‘ultima, in ebollizione da mesi: il voto dei paesi africani per la scelta di Rio che sconfisse le candidature di Madrid e Chicago, venne comprato  con una maxi tangente transitata attraverso il potentissimo clan senegalese che fa capo a Lamine Diack, l’ex numero uno della Federazione Internazionale di Atletica, e di suo figlio, Papa Diack.

La bomba arriva da Parigi, dove la magistratura sta lavorando da mesi in collabrazione con le toghe carioca.

I nomi dei Diack sono già venuti alla ribalta per lo scandalo degli atleti russi dopati sempre in occasione delle Olimpiadi di Rio. E il loro nome rimbalza anche tra le carte del caso di Alex Schwazer, il campione altoatesino fermato nella sua corsa a Rio proprio per le accuse che aveva rivolto contro i vertici sportivi internazionali, pesantemente coinvolti con le combine a base di doping. E contro Schwazer è stato costruito un castello di prove taroccate sul quale sta lavorando – come la Voce ha descritto in varie inchieste – la procura di Bolzano che incontra un mare di ostacoli per la non-collaborazione della procura di Colonia e per le pesantissime ingerenze proprio della Iaaf (la Federazione Internazionale di Atletica) e della Wada, l’agenzia internazionale che fa finta di lotta contro il doping.

Il copione tra le maxi tangenti targate Petrobras a politici e faccendieri non solo brasiliani ma internazionali è molto simile a quello per l’aggiudicazione della candidatura olimpica.

Paolo Scaroni. In alto Alex Schwazer

Paolo Scaroni. In alto Alex Schwazer

Nel primo caso, come i nostri lettori ricordano, sono stati versati ben 5 miliardi di dollari (e la somma potrebbe arrivare al top dei 20 milioni) per comprare mezza classe politica verdeoro, dalla maggioranza all’opposizione, compresi la presidente Dilma Rousseff (mesi fa costretta alle dimissioni) e il suo Vate politico, il mitico Ignacio Lula Da Silva.

Nell’affare nero si sono tuffati da par loro l’Eni, all’epoca presieduto da Paolo Scaroni, il colosso dell’impiantistica petrolifera Saipem e quello privato Techint, guidato negli anni ’80 dallo stesso Scaroni e che fa capo alla dinasty di Gianfelice Rocca & C. Inquisiti anche dalla procura di Milano per corruzione internazionale, i big di casa nostra. Che devono vedersela anche per altre mazzette in mezzo mondo, dall’Algeria alla Nigeria.

Adesso – per il caso olimpico – c’è sempre Lula di mezzo, tanto per gradire, in compagnia di due pezzi da novanta: l’ex governatore di Rio, Sergio Cabral, in galera da oltre un anno per tangenti d’ogni specie, e il presidente del comitato organizzatore per Rio 2016 Arthur Nuzman. Quelle mazzette vennero versate alle federazioni africane, via Diack, nel 2009, anno in cui venne scelta la città ospitante.

Quelle Olimpiadi oggi si stanno rivelando un vero crac, come non pochi avevano previsto. Conti in super rosso, hotel costruiti apposta e oggi senza clienti, infrastrutture non gestite, impianti sportivi e non solo già fatiscenti e del tutto abbandonati.

 

 

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