PEDEMONTANA / L’AUTOSTRADA VOLUTA E GUIDATA DA ANTONIO DI PIETRO VA IN CRAC

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Un’autostrada in crac. Per la principale arteria della Lombardia, la Pedemontana, fino a qualche mese fa presieduta da Antonio Di Pietro, si avvicina la resa dei conti e un settembre di fuoco, con l’udienza fissata per l’11 alla sezione fallimentare del tribunale di Milano. Dopo una mole di indagini, infatti, la procura ha messo disco rosso e chiesto il fallimento, per la quantità di debiti accumulati, il rischio di sperperare ulteriore danaro pubblico e la pratica impossibilità di portare a termine l’opera, che fino ad oggi però raggiunge un primato: la Pedemontana è infatti costata la bellezza di 58 milioni di euro a chilometro dei 20 fino ad oggi realizzati sul totale dei quasi 70 previsti per collegare Varese a Bergamo. L’autostrada più cara d’Italia, da guinness. Chi pagherà il conto? Verranno individuati i responsabili del clamoroso crac? Staremo a vedere.

DATE BOLLENTI E CIFRE DA BRIVIDO

Intanto altre scadenze sono alla porta, oltre a quella fissata per l’11 settembre. Il 21 agosto, infatti, la procura di Milano dovrà presentare una memoria finale, mentre entro il 5 settembre saranno i legali della APL (Autostrada Pedemontana Lombarda) a dover articolare la loro difesa finale.

Il tribunale di Milano. In alto Antonio Di Pietro e sullo sfondo la Pedemontana

Il tribunale di Milano. In alto Antonio Di Pietro e sullo sfondo la Pedemontana

In realtà APL era già sotto inchiesta con un’accusa non da poco, “falso in bilancio”. Stavolta, invece, i pm Paolo Filippini, Roberto Pellicano e Giovanni Polizzi chiedono ai giudici di verificare se “la società APL si trovi nelle condizioni previste dalla legge fallimentare”.

Secondo l’accusa i conti non sono in equilibrio e perciò è opportuno far fallire la società. Sottolineano i pm che “i bilanci evidenziano uno squilibrio finanziario della società che risulta sovraccaricata, quantomeno dal 2012, dal peso dell’indebitamento, in particolare nei confronti di istituti di credito e dei fornitori che rappresentano il 66-72 per cento del totale fonti di finanziamento”.

Le accuse degli inquirenti vengono poi documentate attraverso una ponderosa relazione tecnica, affidata ad un ctu, ossia un consulente nominato dal tribunale, Roberto Pireddu. Il quale passa ai raggi x tutte le forme di finanziamento ottenute da Pedemontana e rammenta che un’altra passività da non poco è rappresentata dal “finanziamento fruttifero erogato dalla controllante Milano Serravalle, che dopo l’ultimo finanziamento pari a 50 milioni è arrivato oggi a 150 milioni”.

Pireddu elenca quindi tutti i rossi del conto economico, una sfilza di perdite: nel 2013 15 milioni, l’anno seguente 7 milioni, nel 2015 22 milioni e nei primi sei mesi del 2016 altri 6 milioni, quando al timone c’era Antonio Di Pietro.

Continua Pireddu: “Non è ragionevole prevedere che lo stato di insolvenza possa recedere”, così come “non è prevedibile una rivitalizzazione”.

Sottolinea in un articolo del 24 luglio Sara Monaci sul Sole 24 Ore: “Pireddu ha anche prodotto un documento integrativo proprio per sottolineare che il potenziale stato di insolvenza riguarderebbe anche il bilancio 2016. Anche in questo caso non sarebbe stato costituito, dice, un fondo rischi”.

E quel bilancio venne firmato dell’ex pm e poi fondatore dell’Italia dei Valori.

Così concludono i pm la loro minuziosa analisi: “L’eventuale sperpero di danaro di pubblica provenienza può risultare penalmente rilevante”. Così come, di tutta evidenza, quello sperperato negli anni precedenti.

Vediamo allora chi ha “gestito” Pedemontana e le sue allegre casse.

IL “FONDATORE” E PRESIDENTE ANTONIO DI PIETRO

In pole position Massimo Sarmi, l’ex amministratore delegato di Poste Italiane, uno dei brasseur del parastato, il quale ha poi passato il testimone a Di Pietro, in sella per oltre un anno, a cavallo tra il 2016 e l’inizio 2017.

Antonio Di Pietro e Roberto Maroni

Antonio Di Pietro e Roberto Maroni

Un incarico svolto “a gratis”, ha commentano più volte l’ex pm di Mani pulite, scelto dal governatore della Lombardia Roberto Maroni che per lui aveva sollecitato un super emolumento da circa 200 mila euro l’anno. L’operazione non è andata in porto per il no dei consiglieri di opposizione visti i due mega appannaggi già percepiti, sia come ex magistrato che come ex senatore. Un terzo sarebbe risultato certo “ottimo e abbondante” però forse un tantino esagerato per le casse dello Stato.

Ma Di Pietro nella Pedemontana story aveva già fatto capolino una prima volta, esattamente dieci anni fa, quando da ministro delle Infrastrutture nel governo guidato da Romano Prodi volle fortemente quell’arteria. Ed è stato questo uno dei motivi che ha spinto Maroni a sceglierlo come numero uno: “Chi meglio di lui – disse il Governatore lumbard – che ha visto nascere la Pedemontana ed è così esperto di infrastrutture?”. Si è visto.

Ad inizio anno un altro cambio. L’ex pm passa il timone a un mezzo pm, ossia un personaggio che ha bazzicato parecchio alla procura di Milano, l’ex colonnello delle fiamme gialle Federico Maurizio D’Andrea, una buona fetta della carriera al fianco dell’ex procuratore capo di Milano Francesco Saverio Borrelli e del pm Gherardo Colombo. S’è poi tuffato nel “privato”, D’Andrea, ricoprendo incarichi di manager e/o consulente per svariati gruppi, da Olivetti a Telecom e a Sogei, l’organo di vigilanza all’interno del Sole 24 Ore. Ed anche azionista di Banca Galileo, un piccolo ma agguerrito istituto di credito ramificato soprattutto in Lombardia, tra le province di Bergamo e di Mantova.

Commentano in procura a Milano: “andrà in scena un copione davvero particolare, a settembre. I pm chiedono il fallimento di una società che è stata prima voluta e poi guidata nella sua fase finale da un ex collega, Di Pietro, e negli ultimi mesi da un consulente, D’Andrea. I casi della vita”.

E il fil rouge tra questi ultimi due continua ancora oggi, nel perorare la causa della loro Pedemontana. Scrive Gianfrancesco Turano sull’Espresso: “Di Pietro e D’Andrea sono uniti nel contestare la linea dei magistrati Paolo Filippini, Giovanni Polizzi e Roberto Pellicano (da luglio capo a Cremona), gli stessi che hanno in mano l’inchiesta Infront. Secondo il management della Pedemontana, la continuità aziendale della concessionaria non si è mai interrotta. Bisogna solo trovare i 3 miliardi circa che servono per completare l’opera. L’eutanasia suggerita dalla Procura sarebbe ad alto rischio. Nelle valutazioni di Di Pietro, uno stop costerebbe 1 miliardo di euro in contenziosi. E’ un po’ quello che si sente dire periodicamente del ponte sullo Stretto”.

QUELL’ARBITRATO DA 2 MILIARDI DI EURO

E – guarda caso – proprio quello che è successo in un’altra vicenda da brividi che rischia di mandare in tilt le casse dell’erario, in particolare quelle del ministero delle Infrastrutture.

Proprio 10 anni fa il Di Pietro ministro volle, fortissimamente volle un arbitrato nei confronti della Adriatica Costruzioni del gruppo che fa capo a Edoardo Longarini. Contro la volontà dell’Avvocatura dello Stato (la quale faceva presente che lo Stato soccombe nel 90 per cento e passa dei casi) e dello stesso Di Pietro, più volte pronunciatosi contro quella forma “privatistica” di giustizia, auspicando invece il ricorso alle vie ordinarie del diritto.

Antonio Di Pietro e Ignazio Messina

Antonio Di Pietro e Ignazio Messina

Detto fatto, quell’arbitrato è stato regolarmente perso, una legnata da 1 miliardo e 900 milioni di euro che se e quando troverà esecuzione vorrà dire cantieri chiusi in tutta Italia per i trasporti e migliaia di posti di lavoro in meno. E sapete chi ha fatto parte del team perdente dei tre arbitri per conto dello Stato? L’ex portaborse e poi segretario di Italia dei Valori Ignazio Messina: che invece di un calcio in culo s’è beccato anche una parcella milionaria!

Sulla poltrona di ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti oggi qualcosa è cambiata. La occupa Graziano Delrio, che al contrario dei suoi predecessori (da Di Pietro a Pietro Lunardi e Altero Matteoli) non ha mai visto di buon occhio la Pedemontana, intuendone i buchi a venire. E oggi rimarca: “Lo Stato non può essere un bancomat. Se l’opera è stata pensata con dimensioni di traffico sbagliate, noi e i cittadini non possiamo metterci i soldi”.

Scrive Turano: “Nemico di arbitrati e transazioni, Delrio deve accettare che l’impresa appaltatrice del lotto 2, l’austrica Strabag, abbia ottenuto una revisione prezzi da 61 milioni di euro grazie ad un accordo bonario tra gli avvocati Paolo Clarizia, Luigi Strano e Domenico Aiello, il legale di fiducia di Maroni”.

Tutti sempre felici e contenti. Tanto Pantalone paga…

 

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