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Povero Vesuvio


12 luglio 2017 autore: Luciano Scateni



vesuvio

L’acre odore di bruciato, la fitta cortina di fumo, la nuvola che lo sovrasta   ed evoca la tragedia delle eruzioni, la devastante progressione delle fiamme che divorano il verde e minacciano l’osservatorio: brucia il Vesuvio e tutto il golfo di Napoli, le colline che la cingono, vivono l’eccezionale evento sommersi da “nebbia”, come accade da sempre in val padana. Autocombustione? Sventatezza di contadini che bruciano erba secca? Incoscienza di fumatori che si liberano di mozziconi di sigaretta accesi? Niente di tutto questo. Il vulcano che rende unico lo scenario di Napoli brucia quasi certamente perché uno o più criminali hanno appiccato l’incendio. Sono tre i fronti del fuoco. Scenari apocalittici: abitanti evacuati, turisti in fuga, alberghi e ristoranti chiusi, uno in fiamme, auto che bruciano, cenere sull’autostrada e nell’avellinese. Fiamme lungo un asse di due chilometri. Ci si mette anche il vento che cambia continuamente direzione e incrementa il fuoco, si fanno i conti con mezzi e uomini insufficienti per fronteggiare l’emergenza che in progressione interessa più comuni ai piedi del vulcano. Mettiamo si scoprano i responsabili di questa tragedia: ergastolo, come si punisce un omicidio premeditato.

 

Ma che bella famigliola: i Trump si apprestano a esemplificare la stretta parentela da proporre come modello di armonia, di “intesa vincente” per dirla con il quiz serale di Rai 1. Lui, il capoclan, inciampa nel conflitto di interessi, incassando dollari dalle delegazioni straniere ospitate a pagamento nei suoi alberghi, si tira fuori dagli accordi di Parigi sulla tutela dell’ambiente per ricambiare il sostegno elettorale di petrolieri e industriali del carbone, fomenta la presenza militare in Medio Oriente per accontentare i potenti supporter produttori di armi, (favoriti per di più dall’incentivazione al popolo americano di armarsi), provoca il consesso del G20 affidando alla donzella Jovanka di sedere al tavolo dei grandi del mondo e di decidere in nome degli Stati Uniti, sferra attacchi liberticidi alla stampa americana, decide chi è legittimato a porgli domande, prende a pugni la maschera di un complice con la scritta Cnn, decreta l’ostracismo al New York Times e al Washington Post che ne scoprono le magagne, coniuga razzismo, omofobia e sessismo. Tutto qua, direbbero i suoi più accaniti antagonisti?  No, tranquilli, c’è altro. Sullo sfondo incombe il “Russiagate”, ovvero l’illecita interferenza di Putin sull’esito del voto per l’elezione di Trump. A valle di altre prove, ecco il ruolo del figlio maggiore, autore di   uno cambio di email con un’avvocatessa russa per ottenere informazioni contro Hillary Clinton. L’interlocutrice nega di averne fornite, ma commenta “loro le volevano disperatamente”. Trump Jr. si dice felice che la Russia sia in possesso di materiale dannoso nei confronti di Hillary Clinton e che si tratti dell’impegno del Cremlino “per aiutare tuo padre”. L’intermediario Rob Goldstone, ex partner del presidente, offre a Donald Trump junior di incontrare l’avvocatessa, in possesso di documenti utili a incriminare la Clinton e a documentare il sostegno della Russia a Trump. “Potrebbero mettere sotto accusa i rapporti della Clinton con la Russia, si tratta di informazioni di alto livello e molto sensibili, parte dell’impegno della Russia e del suo governo contro di lei”. Il figlio del presidente apprezza e risponde con un eloquente “I love it”, “mi piace”. In realtà l’avvocatessa non aveva nulla da riferire, ma l’interessamento del figlio di Trump è un moltiplicatore di punti oscuri nel rapporto Russia-Stati Uniti, preceduto da testimonianze di hackeraggio anti Clinton.




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