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Nutrire il mondo – La Dead Zone di Philip Lymbery


13 giugno 2017 autore: Stella Cervasio



Philip Lymbery

Può un animale da allevamento europeo mangiare noccioli del frutto della palma invece che erba? A chi volete che importi se non è naturale nutrire un bovino con farine di palmisto, l’osso del frutto di palma proveniente a bassissimo costo dalle monocolture indonesiane, da dove, per mettere in piedi piantagioni innaturali, vengono fatti fuori gli elefanti, condannati a fuggire ai margini della ex foresta e a morire di fame?

E che importa poi se l’uomo mangia animali nutriti artificialmente correndo il rischio di ammalarsi? E’ l’argomento di “Dead Zone”, l’inchiesta dell’inglese Philip Lymbery, direttore generale di CIWF, Compassion in World Farming, la più importante organizzazione non governativa per la protezione e il benessere degli animali da allevamento, e tra i maggiori esperti del settore alimentare. Grazie a lui le galline ovaiole non crescono più in gabbie convenzionali e i vitelli in recinti singoli. Lymbery ha contribuito, con una sapiente e obiettiva critica ai metodi più spregiudicati della zootecnia, a migliorare il benessere di milioni di animali. Dead Zone è il seguito ideale di “Farmageddon. Il vero prezzo della carne economica” uscito nel 2015 sempre da Nutrimenti, che secondo il Times è tra i migliori libri del 2014: analizza, dopo un tour dell’autore che ha toccato anche l’Italia, negli allevamenti intensivi, il loro impatto ambientale, che è durissimo, e i rischi di estinzione degli animali selvatici che vengono letteralmente scacciati dal loro habitat. Tutto per produrre carne a basso costo. Gli animali sono stati portati via dai pascoli in Inghilterra, per essere rinchiusi in recinti e alimentati con cereali provenienti da monocolture sovvenzionate. I pesticidi hanno ucciso anche insetti necessari per le specie di uccelli rimaste senza cibo. Finiti i fiori selvatici che abbellivano le campagne inglesi, uccisi dagli erbicidi insieme con le piante sgradite agli agricoltori. Via anche l’alternanza cerali/pascolo che garantiva la fertilità della terra. Il viaggio continua in Nebraska, lo stato che è terzo produttore di mais americano. Ed è quasi tutto Ogm e viene somministrato al bestiame. Lymbery analizza l’espressione “nutrire il mondo”, addotta come alibi per l’intensificazione delle produzioni agricole. Un miliardo di persone sui sette che vivono nel mondo, restano senza cibo, ma noi produciamo più del doppio dei prodotti utili ad alimentare l’attuale popolazione mondiale, solo che, informa Lymbery, gran parte di questa produzione va perduta a causa degli sprechi: i paesi dell’Unione Europea sprecano due miliardi di capi all’anno: “allevati, macellati e buttati via”. “In tutto il mondo – scrive l’autore – se gli animali nutriti con i cereali venissero riportati sui pascoli e i cereali andassero agli uomini , la produzione basterebbe per altri 3 miliardi di persone. Nella conversione in carne e latte molto valore alimentare dei cereali va perduto”, in altre parole, se consumassimo direttamente i cereali, il valore nutrizionale di questi sarebbe molto più alto di quello assunto mangiando carne. E a sostenere questo non sono gli animalisti, ma la Fao.

A Yellowstone Lymbery ha assistito alla tragica sorte dei bisonti, antichi abitanti di quelle terre: quelli che varcano la soglia della riserva in uscita, vengono abbattuti, e solo perché stanno andando alla ricerca di erba da mangiare in uno spazio dove non vige la reclusione. Gli allevatori incrociano mucche e bisonti per produrre hamburgher, facendo nascere il “beefalo”, e li allevano con attivatori di ormoni per aumentarne la crescita. Venendo a mancare i bovini, mancano tutti gli animali “minori”, come i piccoli mammiferi, gli insetti e così via. I bisonti sono stati scacciati e i terreni sono invasi dai fertilizzanti, che tracimano nei corsi d’acqua, inquinando ogni cosa. Qualcuno in Usa parla di reimmettere i bisonti nei campi, senza paura che devastino il raccolto. Nel Golfo del Messico Lymbery sperimenta che cosa vuol dire “Dead Zone”, un habitat distrutto, acquatico, ma dove non vi è neppure una quota minima di ossigeno più. Acqua che non è più vita e non può più darne. Acqua morta. Un’area vasta quanto il Galles che ricompare ogni anno e che si estende dalle coste della Louisiana a quelle del Texas settentrionale. Le profondità dei pesci sono sconvolte: i gamberi sono i più colpiti, e la pesca ne paga le conseguenze, perdendo in quelle zone, una volta produttrici di primo livello, 82 milioni di dollari all’anno. Per colpa dei fertilizzanti l’ipossia colpisce acque e fauna, distruggendo ogni cosa. Lungo le coste statunitensi le “dead zones” sono una quarantina. Dagli anni Sessanta il numero di dead zones è quasi raddoppiato ogni dieci anni: nel mondo sono ormai 400. La più grande non è lontana da noi, è nel Baltico.

Il libro di Limbery, che vediamo nella foto di apertura

Il libro di Limbery, che vediamo nella foto di apertura

Deprimente la visita a uno dei più grandi allevamenti di polli americano, che accosta il libro di Lymbery a quello di Jonathan Saphran Phoer, “Se niente importa”. Ciascun pulcino aveva a disposizione lo spazio di un foglio A4, “paradossalmente ne avrebbe avuto di più una volta che sarebbe stato messo in forno”. Erano rinchiusi in 4 capannoni industriali, ciascuno contenente 30 mila polli. Erano obesi, zoppi, ansimanti, e tutto questo era frutto della crescita accelerata grazie agli ormoni somministrati dall’allevatore, che doveve “ingrandire” soprattutto la parte del petto, a discapito del resto del corpo. Praticamente producendo polli deformi. Lymbery non è riuscito a vedere il tritapulcini, la macchina che uccide a un solo giorno di vita i maschi delle ovaiole, ritenuti inutili. “Praticamente è un tabù″. Ma sul web negli ultimi anni è circolato un video molto eloquente che molti hanno visionato. La “pollizzazione” del pianeta è dovuta al fatto che per portare al macello un suino occorrono sei mesi, due anni per un manzo, ma per un pollo solo 6 settimane. Molte le malattie a cui vanno soggetti, come la salmonella, dovuti anche al vivere rinchiusi che porta a un abbassamento delle difese immunitarie, handicap affrontato dagli allevatori con gli antibiotici.

Negli altri capitoli Lymbery tratta il forte rischio estinzione dei pinguini africani e dei giaguari, resi orfani dalla coltura estensiva di soia. Il viaggio termina nella Pianura Padana, dove l’autore non vede animali, pur venendo a sapere che si tratta della zona a più alto tasso di produzione di formaggi d’eccellenza, come il Grana Padano e il Parmigiano. I suini del prosciutto di Parma, poi, non si vedono in nessun posto della pianura. Questo lo sconvolge: tutti gli animali sono “a pascolo zero”, persino quelli che vivono in 20 dei 40 allevamenti biologici. Perché è possibile anche una deroga alle normative europee che prescrivono il benessere animale. In una intervista finale al discendente di Charles Darwin, che vive in Australia occupandosi di conservazione delle specie, Lymbery ci mette sulla strada di una nuova idea sulla prevenzione di una scomparsa che sarebbe letale per tutti: le riserve sono meno utili di quel che si crede e, dice Darwin, “è invece molto di più ciò che ciascuno di noi può fare nei suoi tre pasti giornalieri, diminuendo il consumo di carne”.




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