PROCESSO SANGUE INFETTO / UNA SUPERPERIZA IN CONFLITTO D’INTERESSI

Condividi questo articolo

Sanità & Affari. Ferruccio De Lorenzo, figlio di Sua Sanità Franco De Lorenzo, da Londra lancia un post via facebook: “Chiedo scusa io se la mia famiglia non lo fa”. Storico. A Napoli, intanto, prosegue il processo per la strage da sangue infetto, nel quale l’ex ministro non è coinvolto come l’allora suo direttore generale al dicastero, il re Mida Duilio Poggiolini. Al processo è stato sentito un altro ex ministro della Sanità, l’allora Dc Maria Pia Garavaglia. Alla prossima udienza verbalizzerà il manager che ha poi preso il posto di Poggiolini.

Ferruccio De Lorenzo in una foto di Dagospia

Ferruccio De Lorenzo in una foto di Dagospia

Ma perchè a nessuno è mai venuto in mente di chiamare – almeno sul banco dei testi – proprio Sua Sanità De Lorenzo? La sua condanna a 5 milioni di euro di risarcimento – uguale per Poggiolini – ha riguardato la farmatruffa; così come quella penale, con un periodo di rieducazione svolto presso la comunità di don Gelmini.

Indenne, per un miracolo degno del miglior San Gennaro, invece dal processo per il sangue infetto.

Per il quale è stata depositata la super perizia e i tre esperti sono stati ascoltati davanti al presidente della sesta sezione penale del tribunale di Napoli, Antonio Palumbo.

Ma procediamo con ordine e partiamo dallo sfogo di De Lorenzo junior.

 

DE LORENZO JUNIOR CHIEDE ALLA FAMIGLIA  DI CHIEDERE SCUSA

Il quale ha 50 anni suonati, vive e lavora a Londra ed è rimasto molto colpito per quanto è successo a suo cugino, Francesco Izzo (figlio della sorella di Sua Sanità) ai domiciliari da quasi tre mesi per una storia di corruzione e turbativa d’asta successa al Pascale, l’ex feudo di famiglia.

Ecco qualche flash dai post. “Nulla è cambiato, non è solo la politica ma la società ad essere infetta. La maggior tristezza è che anche mio cugino, dopo mio padre, non ha dato proprio il buon esempio: ripetere gli stessi errori è da fessi moltiplicato per due”.

E poi: “Nel 1994 quando chiedevo scusa agli italiani non sapevo se mio padre fosse penalmente colpevole, così come oggi non so se mio cugino lo sarà o meno. Ma quel che sapevo e so, attaverso la lettura degli atti processuali di allora, e il contenuto delle intercettazioni telefoniche di mio cugino oggi, che erano, e sono stati compiuti degli errori seri di valutazione che minano la credibilità di chi aveva e ha ruoli di responsabilità”.

Infine, lancia un appello ai suoi familiari: “sono convinto che il primo atto da compiere, nel rispetto del principio di innocenza fino a quando non si viene giudicati colpevoli secondo le leggi dello Stato, sia quello di avere il coraggio di chiedere scusa se comunque le circostanze sono tali da indicare un comportamento etico e morale contrario al ruolo e alle responsabilità che si ricoprivano”.

Come mai il padre, anagraficamente più maturo del figlio, non ha mai trovato il tempo per chiedere scusa agli italiani in prima persona? E come mai – dicevamo – il pm del processo per il sangue infetto, Lucio Giugliano, non ha mai pensato di sentirlo come teste, dal momento che di quel periodo Sua Sanità è stato protagonista assoluto?

Andrea Marcucci

Andrea Marcucci

E come mai – altro interrogativo da novanta – non potendo sentire il patròn di casa Marcucci, Guelfo, passato a miglior vita a dicembre 2015, non ha ritenuto opportuno sentire almeno come teste il figlio Paolo, oggi alla guida dell’impero ex Marcucci e radunato sotto le insegne della corazzata Kedrion, praticamente monopolista della lavorazione e del commercio di emoderivati in Italia? Almeno il rampollo Paolo, che è al vertice di Kedrion, per non disturbare dai loro impegni i fratelli Marilina, coeditore dell’Unità a inizio 2000 e oggi impegnata con la Fondazione Carnevale di Viareggio, né tantomeno Andrea Marcucci, allora pupillo di Sua Sanità, eletto sotto i vessilli del Pli e poi passato al Pds-Ds-Pd e oggi fedelissimo di Matteo Renzi al Senato.

Misteri. Non è un mistero, invece, la super perizia presentata dal tris d’esperti, Pasquale Madonna, ematologo, Raffaele Pempinello, infettivologo, e Pierluca Zangani, medico legale.

 

UN RISCHIO (DI MORTE) CONTROLLATO E ACCETTATO

Una perizia che fa luce sul nesso causale tra infusione di emoderivati e decessi in cinque casi su otto oggi all’esame (mentre la strage per sangue infetto conta almeno 4 mila vittime sul campo), ma non fa chiarezza su quale infusione sia stata letale, se la prima e/o anche le successive somministrazioni di emoderivati killer.

Dal momento che “il trattamento con emoderivati è perdurato per molti anni”, viene sostenuto, c’è “la sostanziale impossibilità di stabilire a quale e/o a quali somministrazioni la stessa debba essere ricondotta, pur se, in linea generale, secondo la letteratura scientifica la quasi totalità dei pazienti emofilici viene infettata al momento della prima trasfusione di emocomponenti e emoderivati”.

L'aula di udienza del tribunale di NapoliEccoci ad alcuni passaggi chiave. “Tra gli anni ’70 e ’80 l’infusione di grandi quantità di prodotti plasmatici da singolo donatore e/o concentrati di plasmaderivati ottenuti da migliaia di donatori e non sottoposti a metodiche virucidiche ha trasmesso epatite virale praticamente a tutti gli emofilici trattati”. E poi: “i concentrati di fattore VIII, in quanto ottenuti da un pool di migliaia di donatori, presentavano un rischio certamente maggiore in ordine alla trasmissione delle infezioni, ma tale rischio era comunque elevato anche per prodotti quali il crioprecipitato, che si otteneva comunque tramite il plasma di numerosi donatori”.

In sostanza, “nell’epoca in cui sono stati trattati i pazienti emofilici, pur essendo noto il rischio di trasmissione delle infezioni tramite la somministazione di sangue ed emoderivati, non essendo ancora stato scoperto l’Aids e neppure essendo ancora conosciuta l’epatite ‘C’, a nostro avviso esisteva un’accettazione controllata del rischio”.

Tanto per essere più chiari: “nessuna delle metodiche di trattamento, e in particolare la somministrazione di concentrati di fattore VIII, era esente dal rischio di trasmissione delle infezioni. Si trattava di una complicanza del trattamento degli emofilici ben nota alla comunità scientifica”.

Un concetto ribadito, durante la sua verbalizzazione, da Pempinello, una vita professionale al Cotugno, altro storico presidio ospedaliero napoletano nel cuore della De Lorenzo dinasty.  “La comunità scientifica sapeva. Ma quale era l’alternativa? Farli morire i pazienti senza far niente? Fargli venire un’emorragia cerebrale?”.

Minimizza, Pempinello, la circostanza che molte partite di sangue siano state prelevate dai penitenziari americani, in particolare dell’Arkansas, come ha documentato il regista americano Kelly Duda, che verrà a testimoniare al processo di Napoli nel mese di settembre.”E’ del tutto sbagliato assimilare il carcere con il sangue infetto, c’è carcerato e carcerato, ognuno con la sua vita alle spalle. Il problema è di capire se si trattava di soggetti a rischio o meno”.

 

TUTTI I CONFLITTI

Per fortuna che il professor Piermannuccio Mannucci, il primo teste chiamato a deporre più di un anno fa, maggio 2016, era cascato dal pero: “I dirigenti delle aziende mi dicevano che era sangue sicuro, testato. Che proveniva della massaie e dagli studenti dei campus universitari americani. Tutto ok”.

Piermannuccio Mannucci

Piermannuccio Mannucci

Un teste in palese conflitto d’interesse, Mannucci, che è stato consulente di Kedrion e ha partecipato – gettonato – a diversi simposi nazionali e internazionali organizzati dalla stessa Kedrion. E ad altri dove accanto al suo nome compariva un bella scritta in inglese: in conflitto di interessi (e venivano di seguito citati i nomi di alcune case farmaceutiche, tra cui Kedrion).

E la ciliegina sulla torta – sul fronte della superperizia – riguarda proprio Mannucci: il cui nome fa più volte capolino nella non affollata bibliografia (venti titoli, e tutta la relazione è di appena 25 scarne paginette).

Altra presenza plurima nella bibliografia quella di M. Franchini, il cui nome è presente nella compagine dell’AICE, ossia l’Associazione Italiana Centri Emofilici.

L’avvocato di parte civile Stefano Bertone ha chiesto, senza ottenere risposta dai tre esperti, se  all’Aice faccia capo anche Mannucci e se l’Aice riceva o meno finanziamenti dalle case farmaceutiche.

Un ok dai tre, invece, ad un altro interrogativo sollevato da Bertone: è vero che Mannucci e Franchini hanno firmato insieme ben 77 articoli scientifici? Confermato.

Sorge spontanea la considerazione: se il tandem Mannucci-Franchini è la fonte maxima per la bibliografia della super perizia, peraltro non particolarmente ricca di autori, quale può essere la conclusione sulla perizia stessa? In conflitto d’interessi o che?

Condividi questo articolo

4 pensieri riguardo “PROCESSO SANGUE INFETTO / UNA SUPERPERIZA IN CONFLITTO D’INTERESSI”

  1. Valentina Scaramuzzo ha detto:

    Strepitoso!Complimenti per il bellissimo articolo direttore.Tanti dubbi e interrogativi che ci auguriamo possano contribuire a fare chiarezza,in questo magma di ingiustizia.

  2. Saverio Schinzari ha detto:

    Sono trascorsi numerosi anni, ed il sangue infetto continua ad infettare e surriscaldare gli animi di chi non ha avuto giustizia. Ho fatto l’esame di Chimica Biologica proprio con il professor Franco De Lorenzo e di quell’ambiente universitario ” inquinato ” già a quei tempi è rimasto tutto l’alone. Gli esami non finiscono mai diceva il grande Eduardo, ma è semplicemente scandaloso e da repubblica delle banane che un processo di tal fatta sia ancora in piedi. C’è solo da vergognarsi !

Lascia un commento