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CHI C’ERA DIETRO IL CAPITANO SCAFARTO?


16 aprile 2017 autore: Furio Lo Forte



ONT BOCCHINO

Il segreto di Pulcinella, tante volte anticipato dalla Voce e ora rilanciato da tutti i media. Non poteva aver agito da solo, il capitano Gianpaolo Scafarto, 44 anni, stabiese, quando nel brogliaccio delle intercettazioni ambientali con virus spia trojan attribuiva una frase strategica (“ho incontrato Renzi”) ad Alfredo Romeo e non, come è poi stato stabilito dalla Procura di Roma, ad Italo Bocchino. Così stravolgendo il senso della frase: normale che Bocchino, parlamentare per anni, avesse incontrato Renzi: Matteo, naturalmente, quando entrambi avevano incarichi politici rilevanti.

Alfredo Romeo. Nel montaggio di apertura Gianpaolo Scafarto, il pm John Woodcock e Italo Bocchino

Alfredo Romeo. Nel montaggio di apertura Gianpaolo Scafarto, il pm John Woodcock e Italo Bocchino

Anomalo sarebbe stato invece l’incontro fra Renzi padre e Romeo. La frase non era quella, contro ogni aspettativa dell’investigatore di punta dell’inchiesta Consip, Henry John Woodcock. Ed è stato proprio per venire incontro a quella grossa attesa che il suo uomo di fiducia (Scarfato appunto, allievo prediletto del Capitano Ultimo, storico braccio destro di Woodcock), rimarca nel verbale la falsa circostanza. E ci mette del suo: «Questa frase – annota – assume straordinario valore e consente di inchiodare alle sue responsabilità Tiziano Renzi in quanto dimostra che effettivamente Romeo e Renzi si sono incontrati, atteso che Romeo ha sempre cercato di conoscere Matteo Renzi senza riuscirvi».

L’asse naturale degli investigatori Woodcock-Sergio De Caprio (alias Capitano Ultimo)-Gianpaolo Scafarto lascia però sospesi non pochi, pesanti interrogativi, gli stessi che rimbalzano nei titoli di questi giorni. Qualcosa deve essere sfuggito anche ai più attenti ‘dietrologi’. E allora ci proviamo noi, a ricostruire l’ultima tessera del puzzle. Per capire chi può essere l’altro primattore dietro le quinte di questa brutta storia.

 

LA SERA ANDAVANO A FLI

Marzo 2011. Bocchino e Gianfranco Fini si sono appena sfilati dal Pdl per fondare Fli. Futuro e Libertà si rivelerà poi la tomba politica del duo Bocchino-Fini, ma in quei primi mesi del 2011 bisogna lavorare sodo. Perché va fermato quel patto d’acciaio tra l’allora premier Silvio Berlusconi e il principale alleato, Matteo Salvini, che hanno appena messo in cantiere la riforma costituzionale destinata a trasformare radicalmente la giustizia italiana, riducendo privilegi e potere della casta dei magistrati, a cominciare dal provvedimento di separazione delle carriere fra pubblici ministeri e giudici, per allineare il Paese ai sistemi vigenti in tutta Europa.

«Dopo diciotto anni di promesse non mantenute – scrive il Giornale l’11 marzo 2011 – ieri finalmente Pdl e Lega hanno rotto il tabù, iniziando un percorso che libererà il Paese dalla dittatura delle toghe. È questo il senso principale della riforma costituzionale della giustizia approvata ieri dal governo. Non importa quanto ci vorrà, senza la prima pietra non si può arrivare mai al tetto. Sdoppiamento delle carriere per evitare che accusa e giudici facciano alleanza contro la difesa, responsabilità personale, meno discrezionalità nelle priorità delle inchieste sono i capisaldi della riforma. In realtà in questo non c è nulla di rivoluzionario, si tratta di norme e regole già in vigore con successo in tutti i Paesi democratici».

A molti, in primis il corpus delle toghe, la riforma suona come un trave di fuoco. Ma in Parlamento spunta subito un alleato insolito, che sembra sia stato fondato proprio per quell’unico scopo: certo, è Futuro e Libertà della coppia Fini-Bocchino.

Gianfranco Fini e Italo Bocchino ai tempi della nascita di Fli

Gianfranco Fini e Italo Bocchino ai tempi della nascita di Fli

Leggiamo ancora sul Giornale di quei giorni, che arriva ad ipotizzare un possibile tentativo di “arruolare” Woodcock all’interno di Fli: «I magistrati hanno annunciato una dura resistenza e bisogna aspettarsi colpi di coda. Gli scommettitori dicono che arriverà da Napoli, dove il pm Henry John Woodcock, sta lavorando a tempo pieno a un’inchiesta delle sue, quei polveroni politico mediatici che nove volte su dieci finiscono in nulla, come quelli di Violante e De Magistris. Di questo pare ne sappia molto, non si capisce a che titolo visto che l’indagine dovrebbe essere segreta, Italo Bocchino». «Sarà un caso – viene aggiunto – ma gira la voce che nel Fli non vedrebbero l’ora di arruolare nel partito proprio Woodcock come responsabile della giustizia. Vuoi vedere che sta per nascere un’altra strana coppia del grande affare politica-magistratura?».

 

IL SEQUESTRO FLOP

Torniamo ai giorni nostri e all’incandescente caso Consip. E ripartiamo subito con una domanda: hanno trovato qualcosa le forze dell’ordine inviate da Woodcock lo scorso 1 marzo a perquisire l’abitazione romana di Italo Bocchino e la sede del Secolo d’Italia, di cui il nostro, uomo ovunque di Alfredo Romeo, risulta ancora direttore editoriale? Di sicuro nessuna notizia è più filtrata da allora sugli esiti di quel ‘blitz’, nemmeno su quella solerte stampa sempre in ascolto all’uscio – se non dentro – la Procura. Certo, esiste il riserbo istruttorio, che però in questa inchiesta, al pari di tante altre, è stato già tante volte apertamente violato con quella ormai rituale “fuga di notizie” censurata dalla stessa Procura di Roma, che proprio per questo ha sottratto le indagini al Noe di Capitano Ultimo e Scafarto.

«Potrebbe essere stata una di quelle perquisizioni ‘soft’ – commenta un attento osservatore di fatti giudiziari partenopei – di cui talvolta, proprio per quella immancabile fuga di notizie, lo stesso destinatario è già al corrente. In ogni caso se avessero trovato qualcosa di interessante, probabilmente la notizia sarebbe filtrata sui giornali».

Formalmente indagato nell’inchiesta Consip, Bocchino non è stato colpito da alcuna misura cautelare (ad eccezione del sequestro forse andato in “flop”), proprio mentre, sulla base delle stesse conversazioni intercettate, il suo datore di lavoro Alfredo Romeo varcava i portoni di Regina Coeli, dove si trova recluso tuttora.

La redazione del Secolo d'Italia in Via della Scrofa

La redazione del Secolo d’Italia in Via della Scrofa

«Difficile dire perché i pm non abbiano ritenuto esistere per Bocchino le esigenze cautelari scattate subito invece per Romeo. Avranno avuto le loro ragioni per essere certi che da parte di Bocchino non esisteva pericolo di reiterazione del reato o inquinamento delle prove».

E a riprova di ciò, il nostro “osservatore” aggiunge: «Nell’ordinanza di perquisizione al Secolo d’Italia il pm Woodcock, secondo quanto si legge sul Mattino, ha inteso usare alcune cautele, indicando alla Polizia giudiziaria che le perquisizioni dovevano essere limitate al solo locale dell’ufficio di Bocchino, senza coinvolgere nell’operazione “qualsivoglia attività o soggetto” della redazione del giornale. Un riguardo dovuto e ammirevole, che contrasta però con il trattamento generalmente riservato a tante altre redazioni e giornalisti, letteralmente sconvolte e messe nella letterale impossibilità di continuare a lavorare, perché spesso private perfino dei pc, imballati alla meno peggio e portati via per essere ispezionati».

 




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