Il velo, l’intolleranza

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E’ una specie in via di estinzione la tolleranza democratica dell’Europa? Segnali di declino non mancano. Le velleità xenofobe, se non si mettono in quarantena, minacciano di contagiare il Vecchio Continente e finire in pandemia. Merita ironici complimenti la Corte di Giustizia della Comunità per una decisione altamente discriminante e foriera di inasprimenti delle diffuse difficoltà che ostacolano l’integrazione tra razze e religioni. La decisione? Autorizza a licenziare le donne che nei luoghi di lavoro portano il velo, in coerenza e rispetto di quanto prescrive la religione musulmana. Al divieto dovrebbe attenersi anche l’Italia ma con un’inquietante quesito: la sentenza della Corte si estende alle donne del nostro Paese che per fede cattolici portano al collo crocifissi e Madonne, simboli del cristianesimo? A questa provocazione il mondo dei praticanti replica affermando che non è la stessa cosa perché siamo un Paese cattolico. Come rispondere lo indica con ineludibile chiarezza la Costituzione. Articolo 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione”. C’è da augurarsi che quanto residua di sentimenti d’accoglienza e di integrazione tra popoli della Terra contrasti la decisione della Corte di Strasburgo e confermi che la coesistenza con il Vaticano, in presenza di un Papa che rispetta la laicità dell’Italia, è un nobile valore dell’universalità dei popoli, senza discriminanti. Ne parli Bergoglio, lo dica con la schietta spregiudicatezza che ne ha fatto un beniamino a prescindere, cioè di fedeli e non, dialoghi con gli argomenti della ragione con chi in Italia (Veneto e Lombardia, regioni governate dalla Lega), in assenza di una legislazione nazionale vieta alle donne musulmane il velo. Un comportamento quasi accettabile si deve al direttore di una biblioteca di Firenze che non ha assunto una giovane dona musulmana perché indossava il velo, ma si è regolato allo stesso modo con una persona che portava al collo un crocifisso. A chi ha rifiutato il posto perché contrario a simboli religiosi evidenti, si dovrebbe chiedere però se non sia lecito mostrare in pubblico la propria fede di riferimento. Sullo sfondo si delinea la spavalda tracotanza del razzismo che arruola nuovi adepti in Europa e più in generale nel mondo (Trump docet) e mina alla base l’impianto della democrazia progressista, dell’accoglienza, che si manifesti tra i membri della Comunità ex Unione Sovietica (Ungheria, Polonia) e Paesi occidentali come l’Olanda. La decisione della Corte di Giustizia accende la spia del pericolo di regredire al tempo del colonialismo di rapina che infanga il passato di mezza Europa e fin che si è in tempo è un evento da contrastare tenacemente.

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