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La Napoli dei neomelodici – Un palcoscenico “maldestro”


16 febbraio 2017 autore: Furio Lo Forte



prestieri mont1

Canta Napoli, urlava il grande Renato Carosone cinquant’anni fa. E Napoli continua a cantare. Qui nessuno rinuncia a schiarirsi l’ugola, possibilmente davanti a un microfono che propali la sua voce ad una moltitudine crescente di fan. Non ci rinunciano casalinghe, aspiranti commesse, ragazzi del bar, studenti di astrofisica, tifosi del pallone… e non ci rinunciano i tutori dell’ordine pubblico, né tanto meno i boss. Non parliamo nemmeno, poi, di avvocati in blues, magistrati in jazz, vigili urbani strappalacrime. Ma al primo posto, da sempre, ci sono certamente loro: i capoclan della camorra e la loro prolifica discendenza.

Non è certo un caso se ad ogni nuovo giro di riprese per i film targati Gomorra, dal 2008 (quello di Matteo Garrone) ai nostri giorni (le fiction su Sky), è tutto un susseguirsi di fermi, indagati e perfino arrestati tra le fila delle comparse, dei comprimari e dei protagonisti.

L'arresto di Tommaso Prestieri

L’arresto di Tommaso Prestieri

Napoli insomma canta. E non smette di cantare questo tetro palcoscenico urbano nel quale, come accaduto pochi giorni fa, è banale realtà quotidiana che un diciannovenne venga crivellato di colpi in pieno giorno lungo una strada affollata di persone, con mamme e bambini che escono dalla scuola dopo il suono della campanella. Come tanti suoi coetanei, se ne è andato così. Si chiamava Renato Di Giovanni ed era una giovane promessa del pallone. A lui però la vita non aveva promesso niente. E nulla di buono poteva del resto promettere una città come Napoli, la tomba quotidiana di Renato e di molti ragazzi come lui.

Bisogna partire da qui per interpretare un fenomeno venuto alla ribalta durante l’ultimo Sanremo, quel giovane Maldestro (all’anagrafe Antonio Prestieri) di cui la critica musicale dice un gran bene e che in realtà è figlio, come lui stesso ha dichiarato, del boss pentito Tommaso Prestieri, un curriculum giudiziario lungo una lenzuolata e un nome che fa ancora tremare le vene dei polsi dalle parti di Scampia ed oltre.

Partiamo dal 2008, quando sta per uscire nelle sale il primo film tratto dal celebre romanzo di Saviano. Durante le riprese è già accaduto di tutto. Il 3 luglio Giovanni Venosa, capozona di Pinetamare, che nel film recita la parte di se stesso, viene rinchiuso in una casa di lavoro a Modena, dove dovrà scontare due anni. Nel film proprio lui condanna a morte due ragazzini. Delinquente abituale per gli investigatori, Venosa era già stato più volte in carcere e condannato per estorsione. E’ nipote di Luigi Venosa, condannato all’ergastolo in appello nel processo Spartacus.

Negli stessi giorni di luglio 2008 un ragazzo di Scampia, Salvatore Fabbricino, anche lui interprete di se stesso nel film, subisce l’ennesima perquisizione da parte dei Carabinieri, che cercano droga. Salvatore ha fatto la comparsa ed è fratello di un piccolo boss locale ammazzato in un agguato. L’altro fratello  sta scontando una condanna a 25 anni.  A ottobre, quando finiscono in carcere 8 persone con l’accusa di essere componenti dell’ala stragista che fa capo al boss Giuseppe Setola, fra gli arrestati  c’è anche un attore di Gomorra, il sessantenne Bernardino Terracciano.

Una scena del film Gomorra di Matteo Garrone. A destra il protagonista Ciro Petrone, anche lui coinvolto in indagini di camorra

Una scena del film Gomorra di Matteo Garrone. A destra il protagonista Ciro Petrone, anche lui coinvolto in indagini di camorra

11 maggio 2012. Stavolta a ‘cantare’ è il pentito Oreste Spagnuolo: «Senza il pizzo Gomorra non lo avrebbero girato». «L’affiliato alla camorra – scrive sul Fatto Nello Trocchia – racconta la sua vita tra omicidi ed estorsioni. È un fiume in piena, un killer che dopo crimini atroci pare volersi vuotare l’anima. Ma tra le centinaia di pagine di deposizioni ecco che un nome fa compiere un salto sulla sedia agli inquirenti: Matteo Garrone. Il regista di Gomorra, pronto a sbarcare a Cannes, secondo Spagnuolo sarebbe stato vittima di un’estorsione della camorra. Di più, nei verbali, Spagnuolo parla di Garrone che avrebbe incontrato un camorrista agli arresti domiciliari. Riferisce, lo mette nero su bianco in un libro, che sarebbero stati pagati ventimila euro per girare il film».

Ma torniamo alla ‘premiata ditta’ Prestieri, al capostipite Tommaso e al rampollo Antonio, in arte Maldestro, astro nascente a Sanremo 2017.

E’ l’alba del 18 ottobre – siamo sempre nel 2008 – quando i militari piombano in casa in casa di Tommaso Prestieri per arrestarlo. Lui si veste con cura prima di gettarsi in pasto ai paparazzi che lo aspettano sull’uscio per immortalarne l’ennesima sceneggiata. Giacca e cravatta blu, camicia a righe, il sorriso stampato sulle labbra. Boss e artista, poeta e manager dei neomelodici – dipingono le cronache di nera -Tommaso Prestieri, 50 anni appena compiuti, è il numero uno della camorra dei Sette palazzi a Secondigliano. Per lui, fedelissimo del clan di Paolo Di Lauro, l’accusa è pesantissima: tentato omicidio di un impresario musicale. «L’intera vicenda – annotano i cronisti – era venuta alla luce con il riscontro tra le dichiarazioni dei pentiti tra cui Antonio Prestieri, nipote del boss Tommaso».

Ed ecco cosa scriveva la Voce a proposito di Tommaso Prestieri in una inchiesta sul giro dei neomelodici a novembre del 2008.

«Queste poesie sono pessime, il nostro è assai più bravo negli affari criminali e nell’allearsi con Di Lauro, il responsabile». Era il 4 ottobre del 2005 e Roberto Saviano commentava così l’uscita in libreria di “Uomini di cristallo”, opera prima del boss neomelodico di Secondigliano Tommaso Prestieri. La pervasività del modello camorra, la sua capillare penetrazione nei gangli di una società dispersa e sgangherata era arrivata al punto da immortalare in un’opera letteraria gli stili di vita di quel potere criminale che si era fatto ormai sistema. Al punto da dar vita ad un’autentica industria discografica con tanto di “bonus” d’accesso per i giovani (dai 5 ai 10 mila euro per incidere il promo), rigida consegna del silenzio per i nuovi affiliati canori e, soprattutto, una fitta rete di emittenti locali – radio e tv – dedite quasi esclusivamente a propalarne nell’etere le gesta attraverso brani di grande ascolto come “‘Nu latitante” o “Serenata calibro 9”.

Gigi D'Alessio

Gigi D’Alessio

17 ottobre 2008. Nel corso di un’operazione anticamorra eseguita da oltre 100 carabinieri nel quartiere Scampia, una delle principali piazze europee di spaccio, il capoclan nonché poeta Tommaso Prestieri finisce in manette insieme a numerosi esponenti del sodalizio criminale. A Prestieri, 50 anni, e al suo luogotenente, il 27enne Vincenzo Esposito, la Dda partenopea contesta reati come tentato omicidio, porto e detenzione di armi, aggravati dall’aver commesso il fatto con il fine di agevolare l’organizzazione camorristica all’epoca denominata clan Di Lauro. Volevano uccidere l’organizzatore di feste di piazza Enrico Assante, reo di voler realizzare una serata in stile neomelò senza il consenso preventivo del clan Di Lauro.

Dopo la sanguinosa faida di fine 2005, il controllo del settore musicale – come delle altre attività illegali nella zona – sarebbe poi passato agli scissionisti, ai quali è considerato oggi vicino l’impresario-poeta Prestieri. Perla canora della sua scuderia è la moglie Rita Bonanno, in arte Rita Siani, per anni compagna sulla scena di Mario Merola nonchè interprete appassionata di brani scritti appositamente per lei da Gigi D’Alessio. Insieme i tre – Prestieri, Bonanno ed Esposito – gestivano fra l’altro la snc Saba production et Diapason, con sede in corso Secondigliano ed uno scopo sociale che prevede reclutamento cantanti, incisione dischi, allestimento di manifestazioni canore.

Rita Bonanno non è però la madre del giovane cantante sanremese. Nel corso di un’intervista rilasciata a Fanpage, Maldestro ha raccontato infatti che sua madre si separò da Tommaso Prestieri quando lui aveva solo due anni.

 

DA SCAMPIA AL MONDO DI MEZZO

Maurizio Prestieri

Maurizio Prestieri

Del clan Prestieri si parla perfino nella recente ordinanza romana sul ‘Mondo di mezzo’, mentre – a riprova della rilevanza assunta dal gruppo – nel 2009 è stato un altro esponente della famiglia, Maurizio Prestieri, a rivelare tra i primi agli inquirenti gli approdi dorati della Spagna per i clan di Secondigliano: «Lì, in Spagna – aveva confidato al pm Stefania Castaldi Prestieri, considerato ‘consigliere’ del boss Di Lauro – è tutta un’altra cosa. Quando mi arrestarono, nel 2003, io dissi: e che cos’è, un carcere? Potevo incontrare mia moglie pure da solo, potevo parlare a telefono con le schede. Ma quando finivo quelle che mi erano state assegnate al mese, io compravo a metà prezzo le schede prepagate dei povericristi detenuti con me, gli africani. Mi sembrava un villaggio Valtur… ».

Né meno allarmanti risultarono, qualche anno fa, le commistioni fra camorra ed ambienti politici emerse nell’inchiesta a carico di Stefano Marano, fratello dell’ex deputato di Forza Italia Salvatore Marano, definito nelle carte «imprenditore edile di Melito legato al clan camorristico Di Lauro e sospettato di coprire la latitanza del boss». La vicenda esplose sulle cronache quando si scoprì che Stefano Marano era solito recarsi per battute di caccia in Albania con un compagno di viaggio come Paolo Mancuso, attuale procuratore capo di Nola (per il magistrato nessun rilievo penale). Nello stesso fascicolo spuntava il nome di Maurizio Prestieri. In un documento agli atti della commissione parlamentare antimafia si leggeva infatti: «Stefano Marano compare più volte negli atti della commissione Antimafia, dove si legge che il boss Paolo Di Lauro fu fermato nel 1995 insieme ad altri pregiudicati quali Prestieri Maurizio, Fusco Francesco, Mazzola Raffaele a bordo della Mercedes targata Napoli V12679, nella disponibilità della ditta edilizia Marano facente capo appunto alla famiglia Marano».

 

PICCOLI NEOMELODICI CRESCONO

Bene. Questo è il milieu nel quale “piccoli neomelodici crescono”. Né va dimenticato che proprio il mondo di queste ugole inneggianti a latitanti e ‘infami pentiti’ è più volte stato al centro di altre inchieste della Direzione Antimafia, sia per il consistente giro d’affari che produce (si parla di 500 milioni di euro fra ingaggi, feste di piazza e tv private in odor di camorra), sia perché – hanno scoperto gli investigatori – proprio le arie neomelò sono servite per anni a diffondere nell’etere messaggi in codice agli affiliati da dietro le sbarre del carcere. Le denunce più dure, che avevano fatto aprire numerosi filoni d’inchiesta, erano arrivate da Telelibera, l’unica emittente privata in Campania che, invece di pagare il pizzo richiesto per evitare i sabotaggi sulle postazioni remote di trasmissione, aveva puntato l’indice in Procura sul giro di estorsioni camorristiche, lo stesso giro su cui tutti gli altri tacevano da sempre. E pagavano.

Roberto Saviano, autore delle prime inchieste giornalistiche sui neomelodici

Roberto Saviano, autore delle prime inchieste giornalistiche sui neomelodici

Del resto, l’exploit del giovane cantante Antonio Prestieri è solo l’ultimo caso di un fenomeno in atto da tempo: quella seconda e terza generazione delle famiglie camorristiche che, in un modo o nell’altro, tentano di emanciparsi da cognomi ‘ingombranti’, e lo fanno ormai a viso aperto.

Ci sarebbe solo da domandarsi, a questo punto, se qualcuno conosca a quanto ammonta la ‘dote’ richiesta ad un giovane di estrazione ‘normale’ per entrare nel giro dei cantanti neomelodici. Da testimonianze che la Voce aveva raccolto sul campo fin dagli anni passati, non meno di trenta – quarantamila euro per un provino ascoltato dai ‘manager’ che contano. Sarebbero centinaia le famiglie napoletane indebitate fino al collo con gli strozzini per realizzare il sogno dei loro ragazzi. «Del resto – aggiunge un investigatore che conosce bene il giro – questi sono anche sistemi ben collaudati di reclutamento dei giovani nelle fila della malavita organizzata: gli fai balenare il miraggio di un contratto con una casa discografica, la famiglia fa debiti e poi, visto che non riesce ad onorarli, il giovane ed i suoi parenti diventano automaticamente affiliati». Nulla si strano, solo normale ‘routine’ per chi conosce i fatti di Napoli.

Ben diverso forse il cursus honorum per chi è già “figlio d’arte” e ha la “fortuna” di chiamarsi Giuliano (ricordiamo il mitico paroliere-poeta don Luigino Giuliano) o magari anche Prestieri.

«Certo – prosegue il nostro investigatore – le colpe dei padri dal punto di vista giudiziario non possono ricadere sui figli. Ma chiedersi almeno la provenienza del denaro servito per dare la scalata ai massimi palcoscenici, beh, quello dovrebbe essere un dovere…». Bella domanda.

 

Nel montaggio di apertura il cantante Antonio Prestieri, in arte Maldestro. Sullo sfondo Scampia

 

 

 

 




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