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I VENTICINQUE ANNI DI MANI PULITE / SERVIZI PERFETTI FIRMATI ANTONIO DI PIETRO


14 febbraio 2017 autore: Andrea Cinquegrani



di pietro

25 anni da Mani pulite. Quel ciclone di moralità pubblica in cui tutti gli italiani speravano per ripulire il Paese da ladri & corrotti. Oggi, però, i ladri e gli impuniti si sono moltiplicati e siamo combinati peggio di allora. Fu un autentico tric trac, quel ciclone. Tante munizioni sparate a salve.

Di Pietro e Davigo alla celebrazione (semideserta) per i 25 anni di Mani Pulite. In apertura Di Pietro al tempo di Tangentopoli

Di Pietro e Davigo alla celebrazione (semideserta) per i 25 anni di Mani Pulite. In apertura Di Pietro al tempo di Tangentopoli

Alcune vittime sul campo (da Gardini a Cagliari, da Morani ad Armanini) ma i Big a piede libero, facciendieri e colletti bianchi più pimpanti che mai e la sagoma della Giustizia che si fa sempre più evanescente. Fino a sparire nel nulla. Restano stragi impunite, buchi neri senza fondo, saccheggi scientifici della casse pubbliche e – ciliegina sulla torta – la miracolosa parola salvatutti, Prescizione.

E di quella stagione griffata Mani pulite rimane un segno preciso: una perfetta regia made in Cia, secondo una tempistica ad orologeria, e una sceneggiata processuale d’autore, con il pm duro e puro, Antonio Di Pietro, che non ha mai pagato il conto per errori, orrori, omissioni & complicità d’ogni sorta commessi in quella breve e drammatica stagione. Vediamo cosa successe.

 

CIA VOLUNTAS SUA

Partiamo dagli amici americani e dal ruolo dei Servizi a stelle e strisce. Nota oggi la Mente (giuridica) di quel pool, Piercamillo Davigo, numero uno dell’Associazione Nazionale Magistrati: “Dicono che Mani pulite sia stata un complotto della Cia. E contemporaneamente che ha salvato i comunisti: ma allora la Cia ha salvato i comunisti?”. Ci ha “azzeccato” – come direbbe l’ex collega Di Pietro – nel suo ironico paradosso. Proprio così. La Cia intervenne, il pm da Montenero di Bisaccia giocò un ruolo strategico, come altrettanto strategico era stato il ruolo di Giorgio Napolitano nel ‘cucire’ i rapporti Italia-Usa.

Come la Voce ha documentato in un’inchiesta di gennaio scorso, proprio nei mesi bollenti delle inchieste milanesi – guarda caso – il Braccio Politico e Operativo di quel pool, Di Pietro, si incontra spesso e volentieri con il console americano di stanza a Milano, Peter Semmler, il quale diventa per incanto ‘amico’ di tutti i componenti del pool. Quattro amici al bar. Tutto ok.

La foto che ritrae Antonio Di Pietro alla famosa cena del 15 dicembre 1992 accanto a Bruno Contrada

La foto che ritrae Antonio Di Pietro alla famosa cena del 15 dicembre 1992 accanto a Bruno Contrada

Quegli allegri meetings sono stati ricostruiti da Maurizio Molinari, oggi direttore de La Stampa, proprio sulle colonne del quotidiano torinese che ad agosto 2012 intervistò il console Usa. Mai smentito.

Del resto il dinamico Tonino, proprio in quei mesi, fece un paio di capatine negli States, e i viaggi vennero organizzati dal console in perfetto agreement con l’ambasciata americana.

Ciliegina sulla torta, la cena di Natale, proprio il giorno del primo avviso di garanzia spedito dal palazzo di giustizia meneghino a Bettino Craxi. Amabilmente a tavola, con Di Pietro, non solo carabinieri e poliziotti, ma anche 007 dei servizi, nostrani e americani, compresi lo 007 italo-americano Rocco Maria Mediatti e il vertice del Sisde Bruno Contrada, arrestato pochi giorni dopo per collusioni mafiose.

Passiamo al fresco mega servizio dell’Espresso firmato da Paolo Biondani. Sette fittissime pagine di carte, documenti e soprattutto lo storyboard di Mani pulite, una sequela di date, personaggi e intrecci. Peccato che la chicca sia relegata alla fine in due ipermimetizzate righe: “in ottobre parte un’ispezione ministeriale segreta su cento milioni di lire prestati da un assicuratore a Di Pietro, che si dimette”. Ispezione ministeriale segreta? L’abbandono della toga dopo tale episodio?

In venti parole, voilà, svelato il giallo che ci ha accompagna da un quarto di secolo: perchè Tonino gettò quel giorno la toga per consumato showman? Spariti in un attimo sospetti, minacce, intimidazioni, pressioni, ricatti e tutti gli ingredienti di quel mistero. Che mai il pm senza macchia e senza paura ha voluto chiarire. Fornendo solo, qualche mese fa, un indizio ad un cronista brasiliano al suo seguito per una conferenza sulla Mani pulite carioca, Lava Jato. Fece intendere che il suo lavoro aveva dato fastidio ai piani alti e per questo non poteva più proseguire…

Il giudice di Brescia Anna Di Martino

Il giudice di Brescia Anna Di Martino

Ma ispezione più o meno segreta a parte, c’è stato un processo, a Brescia, totalmente ignorato dai media, per una denuncia partita da Di Pietro all’indirizzo di Cesare Previti, l’allora braccio destro di Silvio Berlusconi. Previti ne uscì assolto e le motivazioni furono un’autentica randellata sul capo di Tonino, un j’accuse pesantissimo su tutto il suo lavoro di integerrimo inquirente. Di gran lunga più duro da digerire dell’assoluzione decretata da un’altra toga dello stesso tribunale, Anna Di Martino, che assolse Di Pietro e decise che le tante accuse al suo indirizzo, pur pesanti sotto il profilo morale, deontologico e professionale, ma non avevano alcuna rilevanza penale. Insomma, un giglio candido. O quasi.

 

AMICI MIEI / DA GORRINI A PACINI

L’Innominato di Biondani, l’assicuratore fantasma si chiama Giancarlo Gorrini e fu uno dei grandi accusatori della toga da Montenero, il teste base servito ai giudici bresciani non solo per assolvere Previti, ma per mandare all’inferno (solo teorico) il grande Moralizzatore. L’intera vicenda, come tutti i buchi neri della Di Pietro story, è descritta per filo e per segno in Corruzione ad Alta Velocità, autori nel 1999 Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato. Ecco, di seguito, alcuni passaggi salienti proprio su Gorrini, titolare di una importante agenzia della MAA assicurazioni.

“Il dossier, contenente tutte le malefatte di Tonino, che Gorrini consegna nel novembre del 1994 alla magistratura di Brescia, è stato oggetto di un’inchiesta giudiziaria conclusasi con la solita archiviazione decisa dal gip. Ciononostante dei contenuti di quel documento si occupa ampiamente la sentenza che manda assolti Previti e compagni dall’accusa di minacce rivolta a Di Pietro e sconfessa ripetutamente il famoso pm”. E poi: “C’è qualcosa che colpisce nel contenuto di questa sentenza: la diversa e diametralmente opposta valutazione di alcuni episodi della ‘Di Pietro story’ fatta dal tribunale di Brescia, presieduto dal giudice Maddalo, rispetto all’ineffabile gip di Brescia Anna Di Martino”.

Eccoci ai cadeau dei munifici amici-inquisiti dell’ex pm. Generosa, la MAA, nell’affidare le sue pratiche legali alla consorte, Susanna Mazzoleni, e svariate consulenze al rampollo Cristiano Di Pietro: una maturità tribolata, quella di Di Pietro junior; la cima secondo cui Buenos Aires è la capitale del Brasile. Scrivono i giudici: “il denunciante Gorrini riferiva all’ispettore del ministero della Giustizia che per un certo periodo il figlio di Di Pietro, Cristiano, aveva lavorato presso la Maa su interessamento di Rocca”.

Pierfrancesco Pacini Battaglia

Pierfrancesco Pacini Battaglia

Poi case, prestiti (anche ad amici), auto, biglietti aerei e perfino vestiti. Tra i più generosi il costruttore Antonio D’Adamo con sua Edilgest Finanziaria pronta cassa: un altro grande accusatore – pur se tardivo – del pm, D’Adamo, il quale “per un periodo abbastanza lungo ha svolto il ruolo di intermediario tra l’ex magistrato e Silvio Berlusconi”.

Del resto, ad un’altra mitica cena pre Mani pulite avevano preso parte, oltre all’onnipresente Tonino e a D’Adamo, un gruppetto di socialisti doc capitanato dal sindaco di Milano Paolo Pillitteri (cugino di Craxi) e composto da Sergio Radaelli, Maurizio Prada e Eleuterio Rea, “il comandante della polizia municipale voluto da Pillitteri e Craxi” e per il quale Di Pietro in persona organizza un colletta fra gli amici, raggranellando ben 600 milioni di lire, per coprirne i debiti di gioco!

Sottolineano nella loro sentenza i giudici di Brescia: “è indubbio che tutti i fatti raccontati da Gorrini si erano realmente verificati. La prestazione di attività lavorativa di Cristiano Di Pietro in favore della Maa; l’assegnazione di alcune cause a Susanna Mazzoleni da parte della Maa; l’erogazione di un prestito a Di Pietro da parte di Gorrini (100 milioni di vecchie lire, ndr); di un’autovettura recuperata dalla Maa e trasformata da Di Pietro stesso in prestito; l’intervento di Di Pietro per ottenere che D’Adamo e Gorrini erogassero prestiti a Rea onde favorire l’estinzione di debiti consistenti”.

Il libro di Imposimato e Provvisionato

Il libro di Imposimato e Provvisionato

Ma eccoci all’Uomo a un passo da Dio, come venne etichettato dai suoi ‘inquisitori’, Francesco Pacini Battaglia, il crocevia di tutte le maxi tangenti, a partire da quelle scaturite dai fondi e pozzi neri targati Eni. “Pacini Battaglia – scrivono Imposimato e Provvisionato – non fa neanche in tempo a conoscere da vicino le patrie galere. Dopo 10 ore di interrogatorio condotto dal pubblico ministero Antonio Di Pietro e dal gip Italo Ghitti, Pacini Battaglia viene rimesso in libertà e torna a Ginevra”, per tuffarsi tra i dobloni della sua Karfinco, la cassaforte di tutti i segreti, che vanno dai più spericolati riciclaggi alle più acrobatiche operazioni, come l’addestramento di piloti libici e il dragaggio dei fondali di Ustica – partner eccellente il costruttore partenopeo tutto garofano Eugenio Buontempo, suocero di Italo Bocchino – dopo la ragedia dell’Itavia.

Ma tutto questo – e tanto altro – l’Espresso non lo scrive. La Pacini story, raccontata in un flash, è ricondotta tutta a Ghitti, immortalato fianco a fianco dell’Uomo a un passo da Dio, con una fotina. Al contrario, in Corruzione ad Alta Velocità al centro degli intrighi c’è proprio la Di Pietro story in chiave Pacini Battaglia: una decina di pagine al vetriolo che la Voce ha più volte riportato – nel più totale silenzio dei media – e che potete rileggere, nelle sue parti essenziali, linkando in basso.

 

E DALLA SVIZZERA A VILLA WANDA

Commenta un avvocato che ha vissuto gli anni di Mani pulite: “Chicchi Pacini Battaglia era la chiave per aprire tanti forzieri, per svelare tanti gialli. Come mai altri hanno passato settimane in galera e alcuni sono morti mentre lui, il teste base, è volato via come un fringuello? Perchè non gli hanno fatto vuotare il sacco come hanno fatto con molti altri? Come mai tra i tanti principi del foro di Milano Pacini Battaglia ha scelto un avvocato del tutto sconosciuto quale era Giuseppe Lucibello che nel suo pedigree aveva solo e soltanto la già consolidatissima amicizia con Di Pietro, guarda caso il pm di Chicchi? E perchè nessuno ha mai voluto far veramente chiarezza su quelle parole pronunciate da Pacini Battaglia, mi hanno sbancato, e invece contrabbandate per mi hanno sbiancato? Se Pacini parla cadono tanti palazzi. Ma non parlerà mai. Come se a qualcuno mai saltasse in mente di far luce su quella visita fatta, proprio nei primi giorni bollenti di Mani pulite, da un’alta toga a Villa Wanda, Arezzo, magione del Venerabile Licio Gelli. E non andava certo lì per interrogarlo”.

Il libro di Renzo Lombardi

Il libro di Renzo Lombardi

Torniamo al nostro pm senza macchia e senza paura. Che giorni fa, nella deserta aula magna del suo Palazzo di giustizia, ha tuonato, busto eretto nel semi vuoto: “quando parlo in questo palazzo sento che addosso mi manca la toga”. Poi la sentenza: “Mani pulite è finita 25 anni fa, Tangentopoli è ancora qui”. Quindi la diagnosi: “da allora ad oggi l’unica cosa che è cambiata è che adesso c’è desolazione da parte dell’opinione pubblica. Non crede più che possa cambiare qualcosa: e guardo con amarezza quest’aula vuota”. Quindi l’incursione: “ci volevano fermare. Si sono messi in azione appena hanno capito che stavamo per arrivare ai piani alti del potere”. E il riferimento a due misteriose relazioni del comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti a proposito di “manovre contro Mani pulite messe in atto fin dal 1992-1993 dalle agenzie di intelligence e da pezzi dei corpi di polizia”. Si riferisce alla cena di Natale o a cosa? Boh.

Ben diverso il clima festoso di pochi giorni prima a Borgomanero, vicino Novara, dove ‘O pm aveva ricordato quella stagione di gloria: “c’era tutto il paese, anzi, qualcuno in più”.

O qualcuno in meno. Perchè a Borgomanero ha lavorato per anni un pretore, Renzo Lombardi, poi arruolato dal Di Pietro ministro dei Lavori pubblici insieme ad un altro magistrato di punta, il torinese Mario Cicala: il primo scelto per informatizzare tutti gli appalti, il secondo per dar vita ad un vero codice capace di garantire trasparenza. Dopo un paio di mesi sia Cicala che Lombardi se ne sono andati sbattendo la porta. E Lombardì scrisse un libro Contro la Giustizia, il cui l’eroe-nero, l’uomo che non voleva chiarezza e trasparenza negli appalti pubblici era proprio lui: ‘O pm. Leggere per credere: in basso il link dell’ormai introvabile volume.

 

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