Mafia nazionale – Ecco come ci siamo arrivati – Un altro illuminante capitolo dal nuovo libro di Oliviero Beha

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Dall’impietoso libro di Oliviero Beha “Mio nipote nella giungla” la Voce ha già pubblicato il capitolo centrale “Magistratura giornalistica”, che fin dal titolo racchiude una mostruosa sintesi, quel blocco di potere che ha di fatto cancellato le due principali autorità di controllo popolare previste dalla Costituzione. Divenute anch’esse un moloch autoreferenziale, sempre pronto ad eliminare chiunque, all’interno delle due categorie, intendesse operare esclusivamente in difesa della giustizia e del bene comune.

Ma nel libro di Beha esiste un altro, illuminante spaccato che spiega nel dettaglio come ci siamo arrivati, a costruire quel mostro a due teste. Ve lo riproponiamo qui di seguito per gentile concessione dell’autore. Di nostro, aggiungiamo solo una considerazione. Che prende le mosse da quella lancinante invettiva di Enzo Tortora lanciata negli ultimi giorni della sua amara vita, quando già gli atti processuali cominciavano ad essere «depositati in edicola». Al tempo in cui, cioè, la violazione del segreto istruttorio divenne una prassi impunemente accettata. Oggi siamo arrivati ai quotidiani fondati appositamente come “bollettini delle Procure”. Ma anche – e non va dimenticato – alla contestuale eliminazione sommaria di testate che, al contrario, rivolgono la loro mission, fatta di sacrifici personali anche estremi, alla voce dolente delle vittime di malagiustizia, a quel popolo disperato che vive nell’ombra dopo aver visto calpestato con disprezzo ogni sentimento umano di uguaglianza e legalità. Realizzare lo sterminio è stato semplice: sono bastate poche citazioni civili nelle mani dei potenti e dei loro complici. Semplice, efficace, sicuro. E non costa quasi nulla. A loro. L’Italia invece ha perduto la libertà di stampa. E la democrazia. (r. p.)

 

Ebbene sì, è «Mafia nazionale»

Mio nipote nella giunglaLo spaccato d’Italia tiene insieme all’ingrosso tutta la realtà giornaliera che ci affligge e che fa disperare su un futuro differente per un Paese in coma neppure vigile. Non si sa neanche quale canzoncina cantare al malato per un’ipotesi di risveglio perché l’Italia delle ugole secolari da un pezzo «non canta più»… E al netto della minaccia rappresentata dalle belve di vario genere, tra la politica e la cronaca nera, tra i Caimani e i Canari, la giungla nostrana pur pericolosissima e in discesa non sarebbe così inestricabile se non vi si aggiungesse qualcosa che la infoltisce e opacizza ancora di più: lo chiamano «capitalismo di relazione», e devo spiegarlo un po’ meglio al nipote in miniatura.

Altrimenti rischia di trovarsi insieme affascinato e spaventato dal fenomeno, come gli accade di fronte alle tende antimosca, sapete, quelle tende frastagliate, di corda, tela o plastica, sulla soglia dei negozi o nelle abitazioni: liane per lui, con cui il mini confligge prima di superarle. Il capitalismo di relazione è quella cosa che tutti coloro che ne sono fuori vorrebbero eliminare o ridurre, e che invece di solito quelli che ne parlano anche negativamente (come l’improbabile presidente del Consiglio) si guardano bene dal toccare. Per una ragione semplicissima. Essi, come tutti coloro che amministrano la giungla, ne fanno parte e vorrebbero casomai possederne una porzione maggiore, o essere certi di poter condividere il terreno con dei loro simili (la parola «sodali» o «amici» è in questo habitat malato assai più estemporanea).

Fatto è che in tutte le imprese, aziende, istituti di credito, società di assicurazioni et similia, fino alle relazioni di un’opacità inafferrabile tra la Borsa e le agenzie di rating, il potere è solo una partita di giro per presidenti, amministratori delegati, consiglieri d’amministrazione eccetera. Se sei dentro, di solito ci rimani a vita anche e soprattutto per l’autorità ricattatoria che hai acquisito, avendo avuto modo di conoscere bene flora e fauna di «questo» capitalismo, ed è come una giostra. Anche se se ne parla pochissimo perché il sistema mediatico ne è coinvolto, ci pare quasi di vederli roteare fisicamente «lorsignori», sul cavallino, l’automobilina, l’areoplanino colorati.

Tra parenti e affini si gira intorno, controllati e controllori coincidono o sono comunque interdipendenti e le percentuali di «relazione» endogena sono straordinarie in confronto ad altri Paesi più sviluppati capitalisticamente ma senza dubbio in modo più «sano», come Germania, Francia, Inghilterra. Da noi si arriva, secondo dati ufficiali di un’Authority di sorveglianza creata apposta, l’Antitrust, a oltre l’80 per cento del totale economico-finanziario di questa «razza» convivente, ovviamente anche tra società concorrenti, mentre se si considerano le imprese quotate in Borsa si sale al 90 per cento. Tutto o quasi «in famiglia».

Persino mio nipote capirà presto in che mani siamo: è una sorta di racket fatto di legalità illegale o di illegalità legale (ossimori sempre più diffusi) che monopolizza e fa ristagnare la giungla, certo con la partecipazione attiva e/o la benedizione della politica, di qualunque indirizzo e livello. Obietterete: ma se lo denuncia l’Antitrust? Ebbè? Da chi pensate che siano stati nominati i vari esponenti delle Autorità di controllo definite «indipendenti» che ormai da oltre vent’anni, sgranate, occupano la scena? Ma dalla politica, è evidente, che con una mano nomina i controllori e con l’altra è appunto in combutta con i (non) controllati.

Questo inguaia alla radice qualsiasi augurabile elemento di «salute», eventuale o concreto, del capitalismo/fondamentalismo finanziario. E infatti ci siamo ridotti così, e negli ultimi anni siamo un Paese in svendita. Ci comprano a pezzi, sminuzzando la nostra storia, acquirenti di Paesi un po’ meno mafiosi, un po’ meno (ma non tanto) sviliti politicamente, assai meno invischiati in questo ambiente di relazioni incestuose di poche migliaia di persone sulla giostra – relazioni contrarie a qualunque sviluppo accettabile (il progresso è altra cosa) e comunque indifferenti alla meritocrazia in quanto tale. Puoi anche essere molto capace, è solo un optional non determinante se non sei «dei loro».

Oltre tutto è gente strapagata in emolumenti, stock options e liquidazioni d’oro anche in un periodo di crisi fortissima come questo, molto spesso come premio per aver fatto fallire le loro aziende, a partire dal sistema bancario o direi meglio bancarottiere. Se per il pianeta parlavo di Superbanca, qui siamo a succursali indigene di poco peso e nessun futuro. È una truffa più o meno legalizzata di chi gira sulla giostra a danno di chi li sta a guardare pagando il biglietto con i propri risparmi, un fio che sta risultando sempre più salato.

Oliviero Beha

Oliviero Beha

La giostra come immagine, specie nel bel mezzo della giungla, alla Fitzcarraldo, a quest’età potrebbe divertire mio nipote. Che però già così ha un quadro degli elementi che si sommano per far girare la Giostra Italia e contemporaneamente seppellire il Paese. Rielenchiamoli, ognuno come tessera del mosaico sullo sfondo in cui stiamo inabissandoci.

Le organizzazioni criminali affacciate sull’Isis e sulla cronaca malavitosa in dosi industriali (l’aggettivo non è solo quantitativo…), per di più con la Camorra che ha affiliati sempre più giovani in una nazione sempre più vecchia.

La politica, senza una visione del mondo, del presente e del futuro, ma solo dei propri interessi spesso vergognosi e diffusi capillarmente come un diritto acquisito con il voto, incassando vantaggi ormai sempre meno di partito e sempre più personali.

Il capitalismo di relazione all’italiana, che infogna tutto e specula senza alcuno scrupolo né riguardo per la mitica «legalità» all’interno di una cerchia ristretta e impunita – anche qui forse non si fatica a rintracciare quell’impronta di mafiosità generale di cui ho già parlato al frugoletto come contrapposizione alla libertà di pensiero e all’autonomia critica.

Sarebbe già tutto assai grave così. Regna sovrano il modus vivendi del «conflitto di interessi», imputato giustamente a Berlusconi come massimo capo d’accusa nel suo personalissimo ventennio. Ma è un caso, di sicuro scandaloso, che a chi è intellettualmente onesto e non cieco appare «solo» come la vetrina dell’indecente «Negozio Italia», mentre all’interno e nel retrobottega ogni aspetto della quotidianità gli somiglia.

Di certo quello che rende ancora più impraticabile la giungla a chi «non ne fa parte» è comunque l’interconnessione tra gli elementi descritti, tutti tra loro in contatto indispensabile, stabile o occasionale che sia: boss malavitosi, classe politica e istituzionale, figure di maggiore o minore spicco dell’universo capitalistico nostrano, tra imprenditori, finanzieri, banchieri, manager eccetera sono un «sistema», e quindi sono quasi costretti a dipendere gli uni dagli altri. Non c’è bisogno che citi la «trattativa Stato-Mafia» né la significativa ragnatela romana (e non solo) di «Mafia capitale» per rendere l’idea, non è vero?

Per questo, e per il fatto che la situazione è sempre più ereditaria in tutti e tre i «generi» sociali appena richiamati (organizzazioni criminali, politica corrotta e capitalismo di relazione) per cui si succedono sulla giostra mogli, fratelli, figli, nipoti e congiunti «di fiducia», così da tenere botta anagraficamente, il Paese soffre di asfissia e l’aria e la luce faticano a farsi strada nella giungla più buia. Del resto, stando così le cose, qui da noi sono davvero in pochi a rischiare la propria carriera o addirittura la propria vita per giudicare e ricostruire la realtà del «sistema Italia», attraverso la giustapposizione delle tessere di questo aberrante mosaico.

Qualcuno, inteso come categoria o professione, ci sarebbe: la magistratura e il giornalismo. Che per fare il verso alle correnti che attraversano la prima e alla piega di appiattimento su di essa (di qualunque tipo) presa dal secondo – che la segue spesso malamente, in ritardo, su commissione (gli amici si trattano bene, i nemici si abbattono) senza precederla quasi mai come in teoria vorrebbe la radice della buona informazione – possiamo fondere in un unico discorso su «magistratura giornalistica».

Premetto a mio nipote, che non ne sarà affatto contento come nessuno che se lo senta dire, che questo è sempre stato in parte ma purtroppo è diventato in toto un Paese in cui il magistrato per essere rispettato come tale deve essere minacciato di morte, se non fatto fuori addirittura. Poi magari c’è chi fa carriera sul suo sacrificio, in mancanza di memoria. Così come accade per i giornalisti. Per essere degni di una qualche considerazione devono essere intimiditi, qualche volta ammazzati e in genere messi in condizione di non nuocere: non possono/devono scrivere né parlare, o al massimo resta loro un impegno di nicchia, dal momento che si cerca di applicare a essi la maggior sordina possibile anche a titolo di esempio per gli altri. Si dice «scomodi» quasi si parlasse di design, si legge «giornalisti davvero indipendenti», ormai fuori moda. Per questa seconda categoria non fatevi fregare, né voi né il minuscolo omino, da osservazioni che forse altrove hanno un senso: tipo quella che c’è un mercato che seleziona, premia o penalizza secondo il merito e l’effetto di cassetta, ossia quanto vendi, che ascolti fai eccetera. Non è vero, non c’è un mercato neppure minimamente libero, anche qui le carte sono truccate. Che tu sia bravo o no è elemento secondario, ed è difficile giudicare in base agli ascolti radiotelevisivi o alle vendite di giornali sempre meno venduti.

Il trucco è alla fonte: non ti prendono se non appartieni a qualche cordata, partecipe di quel sistema che ho appena tratteggiato, tanto onnicomprensivo ed esteso da regolare qualunque entrata nel mondo del lavoro, e in particolare di questo lavoro, che può o potrebbe dare molto fastidio. E se ti dovessero prendere lo stesso, è un errore: capita, di questi tempi: se ne accorgono presto e sei emarginato al volo.

Altra forma di ricatto nei confronti dell’eventuale indipendenza almeno d’origine del giovane che vorrebbe raccontare la realtà com’è, e non come intende il suo direttore cioè il suo editore, cioè quel sistema che non vuole essere raccontato, è la remunerazione minima e la precarietà contrattuale. Così da completare la dissuasione dei più volenterosi.

L’informazione – si sa – nasce come servizio e diventa sul mercato per forza anche un prodotto. Anche? Esclusivamente. Oggi il secondo ha del tutto schiacciato il primo e soltanto di merce si deve parlare, per di più quasi sempre adulterata. E il «consumatore» di informazione ormai lo sa benissimo, solo che almeno in questo Paese è inerte, rassegnato, suddito e mai cittadino, come nel resto. Si pensi che è così vera la faccenda del giornalismo esclusivamente come merce, sia pure ispirata nei modi più diversi, che spessissimo si stabiliscono prima i titoli degli articoli commissionati, tanto per dare un’idea di come la realtà venga infilata in un sacchetto. Il titolo è un brand pubblicitario, le notizie, quasi tutte smerciate uniformemente e conformisticamente, sono il contenuto del sacchetto.

E la categoria si è perfettamente allineata all’andazzo. Il sistema è «troppo» per loro, specie se cresciuti senza termini di paragone con un altro livello, quello dei loro padri o meglio ancora dei nonni. Citano Montanelli, e lo fanno rivoltare nella tomba. Del resto c’è una logica metodica in tutto questo, l’equivalente al contrario della follia di Polonio nell’Amleto: se il sistema ti paga tanto (e come leggete i Paperoni dei media ci sono) è perché in realtà gli sei funzionale, e rientri come quarto elemento nello «spaccato d’Italia» di cui sopra. Insomma, ti permettono di salire sulla Giostra…

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