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GIALLO PANTANI / SI SVEGLIANO ANTIMAFIA E DDA DI NAPOLI? E LA CASSAZIONE DECIDE SULLE 100 ANOMALIE DELLA “MORTE”


12 febbraio 2017 autore: Andrea Cinquegrani



Pantani mont

Riusciranno i nostri eroi della Commissione Antimafia – storicamente incapaci di cavare un ragno dal buco – nell’impresa di scalare il giallo Pantani? Ce lo auguriamo, viste le clamorose archiviazioni fino ad oggi decise dai tribunali ordinari.

Alex Schwazer

Alex Schwazer

Un fresco precedente, comunque, non è proprio incoraggiante. Sempre in campo sportivo, mesi fa, a luglio 2016, è stato aperto il fascicolo Schwazer, un altro buco fino ad oggi nero nel mondo stavolta dell’atletica. L’allenatore del marciatore clamorosamente escluso dalle Olimpiadi di Rio, Sandro Donati, ha infatti ricevuto pesanti minacce, come lo stesso Alex Schwazer (in un’intercettazione telefonica un medico sportivo dice: “quel crucco ha da morì acciso”) ed è stato quindi convocato dall’Antimafia. Pensate che dopo 8 mesi sia successo qualcosa? Niente. Il silenzio più assordante.

 

QUEI COMMISSARI CURIOSI

Angelo Attaguile. In apertura Marco Pantani e, sullo sfondo, la Commissione Parlamentare Antimafia. Da sinistra Marco Di Lello e Rosy Bindi

Angelo Attaguile. In apertura Marco Pantani e, sullo sfondo, la Commissione Parlamentare Antimafia. Da sinistra Marco Di Lello e Rosy Bindi

Torniamo al caso Pantani. Le due archiviazioni decise da un lato per l’esclusione dal giro del 1999 (con lo stop alla famigerata tappa di Madonna di Campiglio) e dall’altro per la morte il 14 febbraio 2004 – esattamente 13 anni fa – hanno suscitato l’interesse dei membri della commissione. Ecco cosa racconta il segretario, Angelo Attaguile: “Siamo decisi ad approfondire la vicenda. Ho incontrato la famiglia Pantani e il suo legale, Antonio De Rensis e quanto mi hanno detto ha molto incuriosito me e i miei colleghi”. Lo 007 della commissione aggiunge: “il caso Pantani non è affatto chiuso, bisogna combattere tutte quelle mafie e quei poteri forti che vogliono strumentalizzare lo sport. Ne ho parlato anche con il presidente Marco Di Lello: intorno a Marco ci sono tanti buchi neri su cui è necessario far luce”.

Ottimo e abbondante – pur se con una sintassi da brividi – il proposito di Attaguile, Di Lello & C., vista, fino ad oggi, la totale inerzia anzi le comode coperture allestite dai tribunali di casa nostra per insabbiare quel caso.

Sorge spontanea una domanda. Ma in Antimafia c’è stato un golpe? Non era fino a ieri Rosy Bindi il presidente della Commissione? Scopriamo, ora, che la Commissione ha partorito una sua sottocommissione, anzi un comitato speciale, dedicato alle investigazioni su Mafia e Sport. Al vertice è stato nominato il napoletano Marco Di Lello, una vita in Parlamento e alla Regione Campania (con la predilezione per l’assessorato all’urbanistica), impegnato a navigare nei sempre tempestosi mari del socialismo, fondatore di un cantiere di idee per contaminare il Pd in compagnia del massone ed ex Italia dei Valori Nello Formisano da Torre del Greco, e adesso, all’alba del 2017 – per la precisione il 19 gennaio – ha fatto il suo trionfale ingresso, il compagno Di Lello, nel ventre di babbo Pd.

Non meno istruttivo l’itinerario politico di Attaguile-Watson: siciliano, nasce nella culla di mamma Dc, anima il Movimento per le Autonomie, viene eletto nel 2003 con la casacca Pdl, quindi passa in Lega e co-fonda Noi con Salvini, l’anima sud delle truppe padane, e sul campo ne viene incoronato segretario nazionale.

Riuscirà il tandem siculo partenopeo – le cui potenzialità fino ad oggi non sono state adeguatamente valorizzate in campo politico – a sfondare muri di omertà, connivenze e collusioni, spesso e volentieri di stampo mafioso?

 

LE MAXI SCOMMESSE DELLA CAMORRA SUL GIRO

Renato Vallanzasca

Renato Vallanzasca

Passiamo in rapida carrellata, a questo punto, le tappe clou del giallo, compresi i prossimi sviluppi. Archiviato il processo alla tappa di Madonna. Tutto ok, secondo gli inquirenti, nessuna prova regina che dimostri l’intervento di una o più manine per alterare l’ematocrito di Marco, provocandone quindi l’esclusione dal giro. Eppure la montagna probatoria capace di dimostrare il contrario è ancora lì: a cominciare dalle prime rivelazioni, quelle di Renato Vallanzasca, il quale durante la sua lunga detenzione parla con un camorrista che gli racconta la story: la camorra aveva deciso di puntare cifre colossali sulla sconfitta di Marco al Giro, “non arriva a Milano”.

Vallanzasca spiega tutto alla madre di Marco in una lettera, viene poi convocato dagli inquirenti ai quali fornisce non pochi elementi e il nome di altri camorristi dai quali poter ottenere ulteriori riscontri. Il procuratore capo di Forlì, Sergio Sottani, non solo identifica la prima fonte che aveva parlato con il bel Renè, ma fa anche verbalizzare svariati collaboratori di giustizia da novanta, e tutti confermeranno quella versione (anche se alcuni “de relato”, per averne sentito parlare in ambienti malavitosi).

Non basta: in alcune intercettazioni dei parenti di camorristi parlano della combine, così come ne parlava un gruppo di persone di rispetto ad un tavolo di ristorante a Rimini (e i testi ne riferiscono); e quella voce sulle maxi scommesse correva ormai da giorni tra addetti ai lavori durante il giro.

Ancora: l’equipe di medici incaricata del prelievo, le minacce subite e poi negate, l’incredibile fine – muore guidando tra le campagne innevate austriache – del capo team olandese Wim Jeremiasse con una vasta esperienza di Giri, Tour e Vuelte: con la sua auto, sei mesi dopo quella drammatica tappa, perde la vita finendo dritto – lui provetto pilota – in un lago ghiacciato.

Sergio Sottani

Sergio Sottani

Prove, riscontri, testimonianze, verbalizzazioni trattate alla fine come spazzatura, e finite nel tritacarne della sentenza di archiviazione. Perchè pur in presenza di svariati elementi, non è stata raggiunta la prova della combine, l’ipotesi accusatoria – secondo i pm – non potrebbe reggere in dibattimento. Incredibile.

Ma c’è ancora uno spiraglio. Racconta un investigatore partenopeo: “I magistrati di Forlì si sono sempre opposti al trasferimento dell’inchiesta a Napoli, nonostante fosse del tutto logico tale trasferimento. Primo perchè i registi della combine stanno qui, qui si trovano i collaboratori di giustizia che hanno già verbalizzato e molto altro possono ancora dire, e poi perchè sia alla Direzione investigativa che alla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli c’è un grosso bagaglio di esperienze in grado trovare più agevolmente il bandolo della matassa. Che solo chi non vuol vedere non vede. A Forlì, così come in tante altre procure, le questioni di mafia e camorra vengono trattate come fatti di delinquenza comune, non esistono le giuste competenze per decodificare i fatti mafiosi, i pizzi e pizzini sovente vengono scambiati per merletti…”. E aggiunge: “E’ vero, c’è stato un passaggio di carte, un paio d’anni fa, da Forlì alla Dda di Bologna, ma fu un passaggio parziale, quindi la verità non potè emergere”. Infine: “ma adesso mi risulta che da alcuni mesi, da settembre per la precisione, la Direzione Nazionale Antimafia e quella distrettuale partenopea hanno cominciato a lavorare in tandem su alcune ulteriori piste. Un primo esito era atteso per fine anno, ma ancora niente. C’è da augurarsi che quella pista trovi finalmente – unita a tutte le altre – una forza probatoria tale da rompere i muri di gomma fino ad oggi eretti intorno agli interessi mafiosi da milioni di euro per far perdere quel maledetto giro a Pantani”.

 

SULLA FINE DEL PIRATA ORA LA PAROLA ALLA CASSAZIONE

Passiamo alla seconda inchiesta, la morte – o meglio l’uccisione, anche se così non è, finora, per le toghe che hanno dato il colpo di spugna finale – del Pirata. E torniamo a quella tragica notte di San Valentino. Una scena del crimine – la stanza del residence Le Rose a Rimini – che può eloquente non si può, come la Voce ha più volte descritto nei suoi articoli che potete trovare nei link in basso. Tracce di violenza sul corpo di Marco – chiaro segno di trascinamento – materasso squarciato, mobili fracassati, sangue ovunque, tracce di cibo, compreso l’involucro di un cornetto Algida nel contenitore dei rifiuti. La cui presenza è stata così spiegata: “Con ogni probabilità lasciato lì da uno degli agenti che effettuava il sopralluogo”. E’ infatti prassi che gli investigatori, per concentrarsi meglio, gustino un gelatino e gettino poi la carta nell’apposito contenitore. Che dire, poi, di un pic nic?

L'avvocato Antonio De Rensis

L’avvocato Antonio De Rensis

Quindi i due giubbotti fantasma all’attaccapanni. Non erano di Marco e allora spunta dal cilindro la spiegazione: “li ha portati – chiariscono il mistero gli inquirenti – il marito della manager di Pantani”. Peccato che, interrogato, l’uomo abbia categoricamente smentito tale circostanza. “Quei giubbotti non li ho mai visti”, ha tagliato corto.

Non basta. Nella tarda mattinata del 14 febbraio Marco telefona alla reception e chiede al ragazzo che risponde di chiamare i carabinieri perchè su in camera c’è gente che lo disturba. Dopo venti minuti ricontatta il ragazzo e risollecita quella telefonata ai carabinieri. I quali arriveranno, ma solo dopo otto ore. Per constatare la morte di Marco.

“Abbiamo contato almeno un centinaio di anomalie in tutta l’inchiesta, alcune delle quali davvero macroscopiche – denuncia l’avvocato De Renzis – le abbiamo minuziosamente documentate, ad una ad una, nella nostra opposizione al decreto di archiviazione”. Quell’opposizione è stata presentata nella bollente estate scorsa. La decisione spetta adesso alla Cassazione: “la attediamo tra gennaio e febbraio 2017”, commentava a luglio De Rensis.

L’esito dovrebbe essere scontato, ossia quel macigno secondo ogni logica dovrebbe essere rimosso, quell’archiviazione che non sta né in cielo né in terra cassata. Anche una sola di quelle anomalie grida vendetta. Ce ne sono 100. Se vi sembran poche…

 

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