GRASSO CHE COLA / LE VERITA’ SUGLI ANNI DELLE STRAGI. FORSE

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Il presidente del Senato, Pietro Grasso, commemora i 25 anni dal maxi processo e affida le sue rimembranze alla penna di Giovanni Bianconi per il Corsera. Che rievoca: “Grasso ricorda la stagione degli omicidi e delle stragi del ’92, scaturite proprio da quel verdetto di cui fu in qualche modo protagonista: era stato lui, tra il 1986 e il 1987, nelle vesti di giudice a latere della corte d’assise di Palermo, a scrivere le motivazioni sulle responsabilità della Cupola mafiosa, che poi vennero confermate dalla corte suprema”.

Un amarcord che corre sul filo dei forse, dei probabilmente, dei potrebbe, degli ancora. Tra le nebbie più fitte. Ecco qualche passaggio significativo.

Partiamo dall’imperdibile incipit: “S’intuisce che Cosa nostra possa essere stata il braccio armato di altri interessi: di una strategia politica; di tipo economico, legati agli appalti pubblici; o di entità deviate rispetto alle funzioni istituzionali. Purtroppo però non è stato possibile trovare le prove. Gli elementi per raggiungerle sono a conoscenza solo dei vertici dell’organizzazione, che non hanno collaborato con la giustizia. Nè abbiamo avuto altre collaborazioni, esterne a Cosa nostra”.

Avrebbe fatto bene Grasso a dare una sbirciatina – per fare un solo esempio – ad un volume firmato nel 1998 da Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato, Corruzione ad Alta Velocità, in cui vengono dettagliati non pochi moventi economici che sono alla base delle stragi e dei delitti di Stato, a cominciare delle esecuzioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

E dove emergono con chiarezza anche le non-inchieste, le indagini contro o se volete i depistaggi di alcuni colleghi eccellenti: a cominciare dal pm di punta dell’allora mitico pool milanese, Antonio Di Pietro, che ebbe tra le sue esperte mani l’uomo a un passo da Dio, Pierfrancesco Pacini Battaglia, e se lo lasciò scappare come un acerbo boy scout: proprio lui, la ferrea toga a presidio di tutte le legalità. O come Anna Maria Palma, l’ex toga rossa di Palermo tra le ultime a incontrare Borsellino, e caduta (sic) nella trappola-Scarantino, un pentito che più taroccato non si può e le cui verbalizzazioni palesemente false sono però costate un processo farsa e soprattutto la condanna di innocenti a 16 anni di galera, come ha minuziosamente dettagliato per la Voce lo stesso Provvisionato.

Ma tutto questo Grasso, forse, non lo ricorda.

E invece candidamente ipotizza: “come in tanti altri delitti eccellenti di Cosa nostra, credo che ci siano possibili causali di contorno, legate ad altri interessi”. Credo? Siano? Contorno? (né Totuccio Contorno, né cibi da tavola, a quanto pare). Altri interessi?

Un'immagine d'epoca di Vincenzo Scarantino. In apertura il presidente del Senato Piero Grasso

Un’immagine d’epoca di Vincenzo Scarantino. In apertura il presidente del Senato Piero Grasso

Costernato osserva Bianconi: “l’amara conclusione è che mancano i riscontri”. Viene però illuminato dal Verbo del suo interlocutore: “non dobbiamo mai perdere la speranza di trovare la verità. E continuare a cercare”.

Ma quale la via verso Damasco? Scrive la penna di via Solferino: “Ci vorrebbe la collaborazione di un capo del calibro di Totò Riina o di un pentito delle istituzioni per fare piena luce sui fatti oscuri del 1992 e, prima ancora, di altri momenti di svolta nell’attacco mafioso allo Stato”. Potrà a ciò giovare la fresca decisione del super boss di verbalizzare davanti ai giudici impegnati nel processo per la famosa trattativa Stato-Mafia? Staremo a vedere.

Intanto, Grasso riflette ancora: “La storia di Cosa nostra è una storia di misteri irrisolti o solo parzialmente risolti. Non solo per le stragi, ma anche per i cosiddetti omicidi politici, che danno l’impressione di essere stati commessi non solo per le esigenze di Cosa nostra”. Solo una lontana “impressione”…

Ma torniamo sempre a bomba: “soltanto i vertici potevano essere al corrente di certi contatti con realtà esterne”. Quindi, finchè un boss non vuota il sacco niente da fare.

Sulle confessioni di Gaspare Spatuzza da lui raccolte quando era procuratore nazionale antimafia e utili per spazzar via le verità taroccate e costruite a tavolino di Vincenzo Scaratino, così osserva Grasso: “con le sue dichiarazioni ha provocato la riapertura delle indagini sulle stragi, nonché di processi chiusi con sentenze definitive. Ha fatto tornare la memoria a molti, ma la sensazione è che ancora restino delle verità da scoprire”.

Chiamale se vuoi “sensazioni”…

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