Campania dei Miracoli – Tra Fede e Spiritualità, Scienza e Profano, viaggio nelle antiche ‘Medjugorje’ della regione

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cop Campania dei MiracoliIn esclusiva per i lettori della Voce pubblichiamo l’e-book Campania dei Miracoli, realizzato da Voce delle Voci onlus. Cento pagine per un itinerario lungo il prodigio delle apparizioni mariane in Campania. Qui di seguito il testo dell’introduzione: “La Campania tra Sacro e Profano”.

«Devozione, suggestioni, ambiguità: a Napoli le cose sacre spesso si confondono con quelle profane». La definizione di Marino Niola, tra i massimi antropologi italiani, nonché profondo conoscitore del ventre partenopeo, racchiude mirabilmente il sentiment che anima il popolo napoletano nel suo rapporto con il ‘Sacro’: un equilibrio sempre in bilico tra autentico credo religioso ed irresistibile abbandono alle più svariate forme di superstizione. Due mondi solo apparentemente separati, che invece qui, dentro gli antri e le basiliche dell’antica Napoli, si confondono e si fondono, celebrando prodigi talvolta quotidiani, tanto consueti da avvenire ormai senza clamore, come l’attesa di un dono che puntualmente arriva, semplicemente perché ‘deve’ arrivare. Dal Cielo. Non trova forse migliore spiegazione il miracolo della liquefazione del sangue. Non solo quello assai noto di San Gennaro, ovviamente. Ma anche quel piccolo, rituale prodigio che si manifesta dentro la Chiesa di San Gregorio Armeno, nel cuore vivo della vecchia città. Qui le ampolline col sangue di Santa Patrizia, patrona della città al pari del più famoso San Gennaro, mostrano la liquefazione ogni martedì, senza sconvolgere nessuno e con la benedizione ufficiale di Santa Madre Chiesa. «Nella stessa chiesa, in posizione più defilata – spiega il giornalista Enzo Ciaccio, altro raffinato conoscitore della ‘Napolitudine’ – sono conservate due ampolline contenenti il sangue di San Giovanni Battista che pure, ma con qualche dubbio ecclesiastico, periodicamente si scioglie». Di una «Napoli capitale mondiale delle reliquie parla apertamente un altro studioso di cose sacre all’ombra del Vesuvio come Achille Della Ragione che, in una carrellata tutta d’un fiato pubblicata qualche anno fa sulle vie del prodigi, ricorda anche altre straordinarie liquefazioni, divenute ormai da queste parti semplice routine: dal «sangue di Santo Stefano, custodito nel monastero di Santa Chiara, che si liquefa il 3 agosto ed il 25 dicembre», a quello «di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, conservato nella chiesa della Redenzione dei Captivi, che si scioglie il 2 agosto», senza contare le ampolle col sangue «di San Pantaleone e di San Luigi Gonzaga, nel Gesù Vecchio, attivi entrambi il 21 giugno». Del resto, tanto è sfumato da queste parti il confine fra vivi e morti, che il popolo napoletano da secoli è dedito ad adottare e venerare piccoli teschi, le capuzzelle.

La devozione per le anime del Purgatorio ha radici antiche che gli storici fanno risalire alla peste del 1656, un evento catastrofico ma dall’enorme impatto sull’immaginario della popolazione, dovuto anche al trasformarsi delle chiese in ossari, dove venivano ricoverati migliaia di ammalati ed altrettanti cadaveri. La pestilenza di quell’anno fece a Napoli oltre 300mila vittime. Fu così che per salvarsi dall’ecatombe il popolino decise di affidare la propria sorte alle capuzzelle, simbolo di quelle anime del Purgatorio che, attraverso la loro posizione ‘sospesa’, avrebbero potuto intercedere coi santi per la salvezza dei loro protetti. Ai primi del Seicento Giulio Mastrillo, secondo la leggenda scampato ad un’aggressione di banditi invocando le anime in suo soccorso, fonda la chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco, che sarebbe poi diventata la chiesa delle cape ‘e morte o delle capuzzelle. Più richiesti per l’adozione erano i teschi dei bambini, cui si attribuiva la maggior capacità di intercessioni. Tanto che, secondo alcune fonti, in quel periodo furono create vere e proprie liste d’attesa per adottare le capuzzelle dei minori. Che poi, al pari delle altre, venivano periodicamente pulite e decorate, adornate spesso con fiori. Le ossa dei morti, o ‘anime purganti’, sono considerate in qualche modo parti ancora ‘vive’, la cui venerazione produce straordinarie intercessioni per coloro che vi si dedicano, in un incessante scambio continuo di benedizioni lungo quel filo sottile che separa – e talvolta unisce – la vita e la morte. Proibito ufficialmente dal 1969, il culto delle ossa resta un fattore chiave per comprendere l’atteggiamento religioso del popolo campano, come testimoniano tuttora fenomeni quali la popolarità di “Lucia”, il teschio velato di un’antica sposa d’alto lignaggio ancora oggi venerato (per chiedere grazie) proprio dentro la chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio, in via dei Tribunali. O le incessanti visite al Cimitero delle Fontanelle, nel quartiere Sanità. Così denominato per la presenza di sorgenti nell’antichità, questo cimitero fu destinato alle vittime della grande pestilenza (quella del 1656) e dell’epidemia di colera (1836). Si estende su cavità di oltre 30mila metri cubi ed ospita circa 40.000 resti. Meta tuttora di visitatori, deve la sua fama al vecchio rito delle anime pezzentelle, con la già ricordata adozione e venerazione del cranio (capuzzella) di un’anima vagante nel purgatorio (pezzentella), in cambio di protezione. Oggi, per capire come stia già crescendo una Napoli nuova, decisamente proiettata verso il futuro, pur traendo linfa dalle radici antiche, da segnalare assolutamente il caso della Paranza, la cooperativa di giovani del quartiere Sanità che ha dato vita ai percorsi guidati dentro le “Catacombe di Napoli”. Per aprire questo nuovo itinerario hanno scelto Sant’Agostino: «La Speranza ha due bellissime figlie, lo Sdegno e il Coraggio di cambiare le cose così come sono». Le Catacombe, certo, perché, come spiegano i ragazzi della Paranza, «è dalle tenebre che inaspettatamente si rivela la luce».

Ed eccoci proiettati, fin dal sito web, dentro le Catacombe di San Gaudioso, fra sepolture e riti magici sotto la Basilica di Santa Maria della Sanità, nell’omonimo quartiere, la Sanità, considerato centro di prodigi proprio per la presenza nel suo ipogeo delle tombe di Santi. E’ qui, dentro San Gaudioso, che incontriamo lo strabiliante rito della ‘Scolatura’, vivo nelle parole dei giovani come se fosse ancora in auge. Nel Seicento, quando questo sito ospitava le sepolture riservate a nobili ed alti ecclesiasti, i cadaveri venivano posti in posizione seduta dentro le nicchie, in modo da far perdere loro pian piano tutti i liquidi corporali. Da qui la celebre imprecazione napoletana: “Puozz sculà”. Ad operare il rito era una figura professionale piuttosto diffusa nella Napoli seicentesca: lo “Schiattamuorto”.

 

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