MAGISTRATI: TANTA VOGLIA DI POLITICA

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Partecipare a manifestazioni politiche di piazza e a convegni e congressi di partiti, farsi eleggere in Parlamento e accettare di fare l’assessore comunale, provinciale e regionale sono diritti che i magistrati italiani rivendicano perché sono garantiti dalla Costituzione a tutti i cittadini. E loro si considerano cittadini come tutti gli altri.

E’ vero che l’articolo 21 “riconosce a tutti i cittadini il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” e che l’articolo 18 ” riconosce a tutti i cittadini il diritto di associarsi liberamente,senza autorizzazioni, per fini che non vietati ai singoli dalla legge penale” e che l’articolo 51 stabilisce che “ tutti i cittadini dell’uno e dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge”.

Ma è anche vero che questi “diritti” non riguardano i magistrati in quanto funzionari dello Stato chiamati a svolgere una funzione di particolare rilevanza. Lo chiarisce in maniera inequivocabile l’articolo 98 della Costituzione, secondo il quale “ Si possono con legge stabilire limitazioni al diritto d’iscriversi ai partiti politici per i magistrati, i militari di carriera in servizio attivo, i funzionari ed agenti di polizia, i rappresentanti diplomatici e consolari all’ estero”.

Va detto che, pur in assenza della legge, nessun generale dell’esercito, nessun ammiraglio, nessun comandante dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, nessun capo della Polizia, nessun ambasciatore e nessun console in attività di servizio si è mai sognato di dichiarare pubblicamente la propria simpatia per un partito politico e di farsi eleggere in Parlamento. A differenza dei magistrati che, in palese violazione della Costituzione, hanno costituito l’ANM ( associazione nazionale magistrati), un sindacato di categoria che contesta le leggi sgradite e minaccia e attua scioperi per impedirne l’emanazione. E si sono associati in correnti ideologiche.

Un magistrato che si schiera per un partito politico diventa un magistrato “ di parte” a dispetto del principio che “ i magistrati devono sembrare imparziali oltre che esserlo ”. E i cittadini italiani, come tutti i cittadini dei paesi democratici, vogliono essere giudicati da magistrati imparziali, non sospetti di simpatie politiche e di appartenenze ideologiche.

Lo abbiamo denunciato per anni ma senza successo.

La questione è tornata d’attualità perchè l’Organo Anticorruzione del Consiglio d’ Europa ha inviato l’altro ieri un Rapporto di 60 pagine e 12 raccomandazioni per sollecitare il Parlamento italiano ad adeguare ai criteri europei l’attività politica di magistrati. In particolare, viene chiesta una legge che impedisca ai magistrati eletti parlamentari di rientrare nei loro ruoli nell’ordine giudiziario una volta cessato il mandato. Bisogna ricordare che il vice presidente del CSM Virginio Rognoni sollecitò il 9 febbraio 2006 la emanazione di una legge che sancisse questa regola. Ma incontrò l’opposizione vincente dei magistrati.

Si tratta di una carenza legislativa che, per fare un solo esempio, ha consentito la destinazione a consigliere presso la Corte di Appello dell’Aquila del giudice Giuseppe Ayala, che era stato deputato diessino per quattordici anni e sottosegretario alla Giustizia nei governi Prodi e D’Alema ( è il magistrato che ebbe nelle mani l’agenda rossa di Borsellino e la consegnò a un ufficiale dei carabinieri ; e da allora non si è più trovata).

E viene chiesta una legge che impedisca ai magistrati in attività di servizio di fare gli assessori comunali, provinciali e regionali.

Ma temo che non sarà molto difficile emanarle.

Il presidente della regione Puglia Michele Emiliano, magistrato in aspettativa, ha subito detto che si tratta di modificare con una legge costituzionale l’art 51, quello che garantisce ai magistrati il diritto di accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive.

A dimostrazione che certe convinzioni sono dure a morire. Anche se palesemente sbagliate.

 

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