DI PIETRO, GLI AFFARI & LA CIA / DA QUEL TA.BU. CON GLI OCCHIONERO…

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Da Occhionero a Montenero. Una pista bollente quella che porta dai (con)fratelli spioni saliti alla ribalta delle cronache al paese che diede i natali ad Antonio Di Pietro e all’affare TABU, o meglio TA.BU. che sta per Taranto Business, la mega struttura portuale fortemente voluta dall’allora ministro delle Infrastrutture, in perfetta sintonia con la Westlands targata Occhionero e i vertici americani. E proprio negli Usa l’ex pm – oggi tornato, racconta, a fare il contadino – aveva parecchi amici, che aveva iniziato a coltivare già prima dello scoppio di Mani pulite. Una story tutta da raccontare, con tanto di 007 al seguito.

 

L’EMENDAMENTO OCCHIONERO FIRMATO DI PIETRO

Partiamo da Taranto. Tutti ne scrivono, dell’affaire, ma nessuno tra i grandi media (sic) fa cenno al ruolo giocato dal Di Pietro ministro del governo Prodi in quel 2007. Tranne un fugace cenno di Repubblica: “Nella legge finanziaria del 2007 arriva un comma che autorizza la realizzazione di infrastrutture portuali strategiche in deroga ai piani regolatori per il solo porto di Taranto. Una norma disegnata come un abito di sartoria e che Conte (Michele, all’epoca presidente dell’Autorità portuale tarantina, ndr) viene sollecitato a rispettare durante un incontro convocato a Roma dall’allora ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro”. Stop.

Michele Conte

Michele Conte

Si era opposto con decisione, Michele Conte, a quel mastodontico (capace di lievitare, tra un passaggio e l’altro, dagli iniziali 800 milioni di euro a 1 miliardo e poi a 1 miliardo e 200 milioni, così come gli addetti, che s’impennano da 2.500 a quota 5 mila!) ma opaco progetto che stava molto a cuore a Di Pietro e agli amici a stelle e strisce, amministrazione Bush in testa, passando per la Us Navy e l’ambasciata Usa. E’ infatti proprio il consigliere politico dell’ambasciata yankee in Italia, Barbara Leaf, a portare per mano gli Occhionero brothers negli ambienti politici di casa nostra che contano, a cominciare dal dicastero delle Infrastrutture, dove è sbarcato il pm di Mani Pulite.

Oggi, però, Di Pietro ha perso, di quella story, ogni ricordo. Scrive il Fatto on line: “è il 2007 quando il governo italiano, per firma dell’ex ministro delle Infrastrutture Di Pietro, infila un emendamento – articolo 1 comma 1002 – nella legge finanziaria. A posteriori quell’articolo può essere ben definito emendamento Occhionero”.

Ecco cosa risponde lo smemorato di Montenero: “non ricordo chi mi segnalò il progetto”.

A ricordare perfettamente quel progetto, il suo iter, le varie circostanze che lo accompagnarono e soprattutto i protagonisti del tentato colpo è proprio Michele Conte, che così ricostruisce: “non mi venne mai presentato un progetto preliminare, essenziale per avviare la relativa procedura autorizzativa da parte del Cipe. Occhionero si rivolse ai palazzi della politica romana, trovando sponde, tanto è vero che fu inserito un apposito comma Taranto nella finanziaria. Io non me la sentivo di rilasciare la concessione in assenza di garanzie. Lui mi consegnò una bozza di concessione assolutamente irricevibile perchè spostava tutti gli oneri sullo Stato. Chiesi notizie al consolato americano di Napoli, visto che Occhionero sosteneva di avere come finanziatori alcuni fondi pensionistici americani”.

Il porto di Taranto

Il porto di Taranto

E il presidente dell’autorità portuale di Taranto aggiunge: “Con mia sorpresa i funzionari del consolato caddero dalle nuvole, nessuno conosceva Giulio Occhionero. Il comma Taranto spostò, comunque, la partita al Cipe, ma anche il Cipe, come me, fece la stessa richiesta, ovvero serviva un progetto preliminare per avviare la procedura”. E conclude: “dovette arrendersi anche l’allora ministro Di Pietro con il quale all’epoca su quel progetto ebbi forti divergenze”. Uno sfortunato destino, per quel super sponsorizzato progetto, forse nato sotto stelle (e strisce) non proprio propizie, visto che a distanza di pochi mesi anche il governo Prodi cadrà e ‘O Ministro Di Pietro dovrà far fagotto e tornare alla sua Montenero.

Molto istruttivo un articolo firmato da Michele Tursi, quasi un anno fa (25 ottobre 2007) per il Corriere del Giorno. Ecco il titolo: “Di Pietro ‘accelera’ sul quinto sporgente”, poi il sommario: “nel vertice svoltosi a Roma, il ministro delle Infrastrutture ha sollecitato i soggetti pubblici/privati affinchè venga eseguito il raddoppio del 5° sporgente, considerata un’opera strategica”. Ecco l’incipt: “Il ministro Di Pietro accelera sul raddoppio del quinto sporgente del porto di Taranto. L’ennesimo input in tal senso è giunto nel corso di un vertice convocato dallo stesso rappresentante del governo, che ha confermato la ferma volontà di realizzare il raddoppio del quinto sporgente, ribadendone la strategicità non solo ai fini dello sviluppo dello scalo ionico e del suo territorio, ma come infrastruttura al servizio del Paese. In tal senso è stata ricordata la corsia preferenziale aperta dallo stesso Di Pietro con il varo della Finanziaria 2007 e con l’inserimento, al suo interno, del comma 1002 che consente di seguire una procedura simile a quella della legge obiettivo, la quale prevede la presenza di un promotore privato che si faccia carico del project financing. Un simile soggetto già c’è”.

 

I PROTOGONISTI DEL TABU, IL TARANTO BUSINESS

Dettaglia l’ampio reportage comparso a ottobre 2007 sul Corriere del Giorno: “Si tratta della cordata di banche e imprese che fa capo alla statunitense Westlands Securities che esattamente due anni fa manifestò un interessamento in tal senso all’Autorità portuale, all’epoca guidata dal commissario straordinario Giuseppe Cappella. Di Pietro ha invitato le parti pubbliche e private ad accelerare per non vanificare questa opportunità, impegnandosi a convocare una nuova riunione nell’arco di un mese per un aggiornamento. ‘Il ministro – ha dichiarato al termine Maria Rosaria La Grotta, consulente del dicastero in materia portuale – ha tenuto fede all’impegno assunto o scorso anno con la comunità ionica ed anzi ha sollecitato enti locali e privati a procedere speditamente per la realizzazione del raddoppio’”.

Vincenzo Fortunato

Vincenzo Fortunato

Gli stava così a cuore, tanto da convocare riunioni a getto continuo, ma non ricorda chi gli aveva ‘segnalato’ il progetto. Qualche brandello di memoria, come pezzi di un relitto dopo un naufragio, torna miracolosamente a far capolino nel corso di un’intervista concessa dall’ex inflessibile pm a Radio Cusano Campus”: “non firmai una legge ad hoc per Occhionero ma una legge per costruire un interporto per accogliere le merci che arrivavano via nave e via ferrovia. Quel comma è un comma sacrosanto che andava e che va fatto e la proposta che venne fatta a suo tempo era giusta”. Parola dell’oracolo di Montenero.

Suo braccio destro ai tempi ministeriali è stato il capo di gabinetto, Vincenzo Fortunato, che seguì con particolare meticolosità quel progetto, partorito da compassi & planimetrie di un ingegnere tarantino, Luigi Severino. Che lo ricorda bene e racconta: “Io e Occhionero avemmo più incontri con il consolato americano a Napoli, dove aveva ottimi rapporti con almeno un paio di persone”. Circostanza categoricamente smentita da Conte, che interpellò il consolato di via Caracciolo dove non avevano mai visto né mai sentito nemmeno parlare degli Occhionero brothers.

Osserva ancora Severino: “con Di Pietro avviammo insieme l’iter procedurale, poi la vicenda fu seguita da Fortunato, il suo capo di gabinetto e dall’unità di missione del ministero”. Quell’unità per anni guidata da Ercole Incalza, il super burocrate che aveva, tra i suoi grandi amici, Pierfrancesco Pacini Battaglia, il regista della maxi tangente Enimont, l’uomo “a un passo da Dio”, come lo definì ai tempi di Mani pulite il suo grande – ma per una volta incredibilmente morbido – inquisitore, Antonio Di Pietro, che lo lasciò andar via libero come un fringuello.

Sul blog del Tribuno – stesso titolo del libro firmato dal giornalista Rai Alberico Giostra su vita & opere dipietriste – il 30 giugno 2011 troviamo questo post, firmato Alessio Liberati: “in questi giorni si è dato ampio spazio al fatto che un consulente del ministro Giulio Tremonti, Marco Milanese, coinvolto da non indagato nelle indagini sulla P4, si è dimesso. Nessuno però ha dato notizia di una interrogazione parlamentare che riguarda un collaboratore ben più di peso del ministro Tremonti: il suo capo di gabinetto, Vincenzo Fortunato. Proprio oggi, grazie all’interrogazione parlamentare proposta da Rita Bernardini e altri cinque radicali, verrà infatti trattata in commissione Giustizia della Camera un’interrogazione sulla cosiddetta giurisdizione domestica dei magistrati amministrativi, in cui si cita espressamente il cosiddetto ‘concorso della moglie’, un concorso al Tar passato agli onori della cronaca per la vittoria da parte della moglie di Fortunato, la signora Paola Palmarini, dopo che il marito aveva partecipato alla nomina della commissione, presieduta da Pasquale De Lise, attuale presidente del Consiglio di Stato, coinvolto nelle intercettazioni della cosiddetta Cricca”.

Elio Lannutti

Elio Lannutti

Continua il pezzo sul blog titolato ‘I collaboratori di Tremonti e non solo’: “in realtà l’interrogazione era stata presentata da Italia dei Valori, sia con un’interrogazione del senatore Elio Lannutti, sempre attento ai veri problemi del Paese, ma ancora in attesa di risposta; che da Di Pietro e Palomba, responsabile del settore giustizia di Idv, con la formula del question time. Tale ultimo question time a firma Di Pietro-Palomba, però, è stato inspiegabilmente ritirato dalla cosiddetta Italia dei Valori, prima ancora di ottenere una risposta del Governo”. E Liberati conclude con amarezza: “proprio il capo di gabinetto, Vincenzo Fortunato, prima di rivestire tale carica al servizio del ministro delle Finanze Tremonti la svolgeva al servizio di Antonio Di Pietro, quando questi era ministro delle Infrastrutture!”. I casi del destino.

 

GLI AMICI AMERIKANI, FRA INCONTRI, CENE, VIAGGI & FOTO BOLLENTI

Passiamo agli amici amerikani dell’ex pm. Che cominciò subito a coltivare i legami che contano oltreoceano.

Unica toga in Italia (insieme a Ilda Boccassini, che rimproverava alla sua categoria di aver lasciato solo Giovanni Falcone) a non scioperare contro il presidente Francesco Cossiga alle prese con le picconate contro i giudici ragazzini, Di Pietro già prima dello scoppio di Tangentopoli fa periodiche, cordiali visite al console generale americano a Milano, Peter Semler. Al quale confida, da ottimo amico, cosa ha in testa e quale strategia di lavoro intende seguire.

A raccontare l’incredibile vicenda è il direttore de La Stampa Maurizio Molinari, che il 30 agosto 2012 intervista Selmer in persona. Scrive Molinari sul quotidiano torinese: “alcuni mesi prima di Tangentopoli Antonio Di Pietro anticipò al console che l’inchiesta avrebbe portato a degli arresti e che le indagini erano destinate a coinvolgere Bettino Craxi e la Dc”.

Ecco alcune rivelazioni di Selmer.

“Parlai con Di Pietro, lo incontrai nel suo ufficio, mi disse su cosa stava lavorando prima che l’inchiesta sulla corruzione divenisse cosa pubblica. Mi disse che vi sarebbero stati degli arresti”.

“Incontrai Di Pietro prima dell’inizio delle indagini. Fu lui che mi cercò attraverso Giuseppe Biagioli, un dipendente italiano al Consolato che sapeva tutto di tutti. Ci vedemmo alla fine del 1991, credo in novembre, mi preannunciò l’arresto di Mario Chiesa (che avverrà il 17 febbraio dell’anno seguente, ndr) e mi disse che le indagini avrebbero raggiunto Bettino Craxi e la Dc”.

Cia“Incontrai più giudici di Milano, erano miei amici, ci vedevamo in luoghi diversi. Di Pietro mi piacque molto, poi fece il viaggio negli Stati Uniti organizzato dal Dipartimento di Stato. Ero spesso in contatto con lui. Ci vedevamo. Con me era sempre aperto, ogni volta che chiedevo di vederlo lui accettava, veniva anche al Consolato”.

“Sono stato io a suggerire all’ambasciata di Roma di invitarlo, fu poi il Dipartimento di Stato a organizzargli il viaggio. Avvenne dopo l’inizio delle indagini”.

“I militari davanti a Tangentopoli non si interessavano troppo alla politica, volevano essere sicuri che avrebbero potuto continuare a muovere liberamente le loro truppe e navi”.

Contraddetto, circa lo scarso interesse Usa alle vicende politiche di casa nostra, da un pezzo grosso della Cia, Steve Pieczenick, che dopo anni di silenzio ha ammesso che “Moro doveva morire”; e lui, Pieckzenic, era l’inviato ‘speciale’ arrivato dagli States per dirigere quel comitato di crisi creato dall’allora ministro degli Interni Kossiga e composto totalmente da piduisti (11 componenti su 12).

 

LA CENA DI NATALE

15 dicembre 92, la cena di Natale. Un’allegra brigata di amiconi si ritrova nella caserma dei carabinieri di Roma. La foto che immortala il gruppo verrà pubblicata qualche anno dopo – febbraio 2010 – dal Corriere della Sera. Tric trac mediatici per un paio di giorni, poi il silenzio più assordante.

Torniamo a quella foto di don Tonino e i suoi discepoli, stavolta cinque (ma le sale della caserma, dirà il pm, erano zeppe). Racconta il giorno dopo Di Pietro a Luca Telese che scrive per il Fatto. “Mi colpiscono a freddo. C’è un burattinaio che cura questa regia. Qualcuno che strumentalizza De Bortoli e il Corriere contro di me, non è che sono obbligati a mettere in pagina tutto quello che passa”.

“Mi invitò il colonnello Tommaso Vitaliano, che oggi è uno stimato generale, non un latitante. C’era anche il colonnello Del Vecchio, c’erano ufficiali e sottufficiali, non era mica la mensa del Kgb. E nemmeno eravamo in un gradevole incontro di escort”.

La foto che ritrae Antonio Di Pietro alla famosa cena del 15 dicembre 1992 accanto a Bruno Contrada

La foto che ritrae Antonio Di Pietro alla famosa cena del 15 dicembre 1992 accanto a Bruno Contrada

Al fianco del pm che farà tremare l’Italia siede Bruno Contrada, all’epoca ai vertici del Sisde: il quale dopo una settimana verrà arrestato. Del resto proprio quella mattina del 15 dicembre dalla procura di Milano era partito il primo avviso di garanzia a Bettino Craxi.

Al piacevole incontro prende parte anche “un agente della Kroll”, la ‘celebre’ agenzia investigativa statunitense (finita nel calderone delle spiate targate Telecom ai tempi di Marco Tronchetti Provera) e legata a filo doppio alla Cia. Telese chiede una spiegazione all’ex toga che così chiarisce. “Embè?”.

Quello 007 è un italo-americano, si chiama Rocco Maria Mediatti, un nome ben noto tra gli aficionados di intelligence, servizi & security, esperto di bonifiche e frodi informatiche, di hackeraggi e difese, contraffazione di dollari, clonazione di carte e visa. Un mix ottimo e abbondane.

Lo intervista, subito dopo la imprevedibile uscita di quella foto bollente, Gianmarco Chiocci – oggi direttore de il Tempo – per il Giornale. Gli chiede se la cosa l’ha sorpreso: “Sorpreso è dire poco – risponde Mediatti – casco dalle nuvole”. Poi, sulla targa premio consegnata all’uomo di punta del pool: “non si trattò di una vera e propria targa bensì di una specie di fermacarte con lo stemma del Servizio sopra. Poi, “lei ha mai lavorato per la Kroll?”. “Mai” la categorica risposta.

In quell’articolo scrive Chiocci: “per non dire dei sospetti d’intelligence avanzati da Francesco Pazienza in un suo libro mai querelato, a proposito delle indagini segrete di Tonino alle Seychelles (all’epoca pm a Bergamo) per catturare il latitante dell’Ambrosiano. Oppure dell’architetto Bruno De Mico, che collaborò a Mani pulite e che parlò di stani ‘ambienti americani’ interessati alle inchieste del pool”.

 

THE BIG FRIEND, MICHAEL LEDEEN

Dulcis in fundo la ciliegina.L’amico per la pelle, the big american friend: Michael Ledeen, l’uomo per tutti i Servizi, per tutti i Misteri, per tutti i Buchi neri negli States e in mezzo mondo, dal Nigergate fino alle super fake anti Saddam, dai Contras in Nicaragua alla strategia delle tensione di casa nostra. Può contare su un altro grande amico italiano, l’inossidabile Ledeen, il ben più giovane Marco Carrai: è stata una delle guest star al fresco matrimonio del cyberfriend di Matteo Renzi.

Michael Ledeen

Michael Ledeen

Venne perfino allontanato dai ranghi della Cia, super Ledeen, perchè ritenuto border e ‘spia d’Israele. Frequenti, invece, i meetings con il tandem Renzi-Carrai (dieci anni fa la Provincia di Firenze a guida Renzi lo invitò e i due l’anno dopo furono suoi graditi ospiti a Washington) e, of course, con l’ex pm e fondatore di Italia dei Valori.

A proposito del giallo Occhionero, ecco cosa ha dichiarato un esperto di logge e cappucci, Gioele Magaldi, autore di Massoni. Società a responsabilità limitata. La scoperta delle Ur-Lodges, edito da Chiarelettere nel 2014. “La massoneria che c’entra molto, con tutto questo affaire del cyber-spionaggio imputato ai fratelli Occhionero, è quella della Ur-Lodge sovranazionale neo aristocratica, White Eagle”.

E poi: “Se dal nome della superloggia coinvolta andiamo nel particolare dei personaggi che hanno fatto da tramite con gli Occhionero, la questione si fa clamorosa. Uno dei personaggi che consiglio agli inquirenti di ascoltare con attenzione è il massone conservatore e reazionario Michael Ledeen, affiliato di peso alla White Eagle. Un altro personaggio che varrebbe la pena sentire è Marco Carrai”.

 

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