SI o NO, meno cinque

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La vena anarchica che guida la parte più trasgredente del Movimento Cinquestelle affonda radici e si nutre con linfa vitale nell’intolleranza per ogni regola in stile Grillo e coinvolge in scala discendente del potere interno uomini e donne, come mostrano voci e immagini di scalmanati grillini nella sacralità istituzionale di Palazzo Madama e Montecitorio, gli insulti ad alte cariche dello Stato, presidente della Repubblica compreso. Ultimo exploit dell’insolenza, dice il Pd, è il tentativo di trasformare l’aula del Campidoglio, sede del consiglio comunale, in una piazza al coperto per trascinare Roma verso il NO alla riforma costituzionale e sollecitare un tifo da ultra contro il SI. Replica, mentendo, Ferrara, capogruppo 5Stelle con l’accusa a Renzi, smentita perché inventata, di aver spedito materiale di propaganda per il SI agli italiani residenti all’estero. Sta di fatto che nella sede istituzionale del Comune di Roma, come ammette proprio Ferrara, si invita la sindaca a esprimere allarme per la “deriva autoritaria” in atto contro la quale si battono i comitati del NO. La notizia non è probabilmente arrivata alle sante orecchie di papa Francesco, tra l’altro equidistante dal SI e dal No e allora si deve al suo intuito la decisione di non invitare la Raggi (quattrocento ospiti) per la chiusura del Giubileo. Questione di gelo della Santa Sede? La presenza del presidente della giunta regionale Zingaretti deporrebbe a favore di questa ipotesi e potrebbe avvalorarla l’arringa di giorni fa di monsignor Fisichella contro la capitale, “malandata per deficit operativo di chi la governa”.

 

Protagonismo del premier Matteo

Non si acquieta il malanimo della maggioranza di governo e delle minoranze dem per la supponenza di Renzi che nel lancio della campagna referendaria sottopose l’adesione o l’opposizione al SI o al NO, alla sentenza sull’efficienza del governo e quasi direttamente sul gradimento popolare per il suo mandato di premier. Gli strascichi della gaffe politica non saranno spazzati via prima del 4 dicembre e non passa giorno senza nuove “reprimenda” di alleati e avversari. Si accoda, per il momento, Arturo Parisi, uno dei fondatori dell’Ulivo e del Pd. Imputa a Renzi una forma esasperante di protagonismo da tuttologo indipendentista.

E’ il solo errore? Certamente no. Il peggio è nella gestione politica del Pd, esasperatamente personalizzata e anche di più nella tendenza, a tratti latente, a volte esplicita, di progettare il futuro politico dell’Italia come un contenitore di grandi dimensioni dove frullare “chi ci sta” e disegnarlo senza marcate caratterizzazioni di sinistra, costruito con le tessere di un mosaico che escluderebbe solo gli estremismi di destra ma anche quelli di sinistra. Non meno bellicosa è l’arringa della gauche italiana, di quel che ne rimane, ma priva di voce stentorea, fragile per frammentati distinguo di fedeli, bellicosi nei secoli, all’ideologia e di opportunisti in cerca di visibilità. Se decideranno davvero gli incerti è faccenda fuori della capacità di premonizione e la campagna di informazione è oramai alle battute finali. L’idea di una disaffezione consistente per i temi del referendum è confermata dai “Boh! Eh? Non so di che si parla”, risposte maggioritarie di cittadini interpellati dal sistema di media, soprattutto televisivi. Sono forse da addebitare a difesa della privacy, forse a contestazione per le priorità del Paese reale negate dal chiacchiericcio dei mister Si e No.

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