Invasioni barbariche e contromisure

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Anagrafe implacabile: lo storico momento del sorpasso Cina-Milano è avvenuto. Il cognome meneghino più diffuso, lo storico Rossi, ha contato fino a qualche tempo sul primato ma fino all’altro ieri. E’ sceso di recente in seconda posizione. Protagonista dell’esproprio il cinese Hu, con numeri in cima alla graduatoria irraggiungibile altrove e anche per Napoli, pur se popolata da fitta rappresentanza si immigrati del lontano oriente. La premessa ha sollecitato una rapida inchiesta domestica sulle cineserie presenti. Ne risulta un elenco pressoché illimitato: sveglia notturna con proiezione luminosa dell’ora, bollitore del tè, mouse, webcam, disco rigido esterno e batteria del Pc, allarmi sonori per finestre, falso orologio Patek Philippe, Switzerland (Pathè Philips l’originale), taglia basette a batteria, tre torce, collezione di ombrelli usa e getta, scatola di pomodori concentrati, telecomando universale, set di coltelli da cucina, T-shirt (mma che stranezza) dono di una figlia espatriata nel Sussex, Great Britain, cornice elettronica, braccio doccia, il libro di una casa editrice minore stampato a Pechino, la copia in formato originale dell’Ultima Cena di Leonardo, trapano, set di giraviti, saldatrice elettrica, cosmetici, gonne e pantaloni, camicie e reggiseno, giocattoli made in China da donare ai nipoti con rischio tossicità. Ogni cosa è esposta a prezzi infimi nella distesa di botteghe che hanno saturato interi isolati urbani nell’area adiacente la stazione ferroviaria centrale e sue irradiazioni minori di Porta Capuana, dove nell’aria, nottetempo, risuonano i latrati strazianti dei cani sgozzati, da servire in tavola in piatti dai nomi esotici. Di qui le ragioni che motivano l’assenza tra le liste dei piatti portati via dai ristoranti tipici della zona dei menu in duplice lingua, per ostracismo ragionato ai locali cinesi, evitati per il sospetto che siano di gatto gli involtini spacciati per coniglio. Di là da ogni sospetto di omofobia c’è lo sgomento per l’invasione del made in China (in cinese qinxi con annessi accenti introvabili nella tastiere occidentali). Per esorcizzarlo, come si fa con i cattivi pensieri, non c’è che rituffarsi, con qualche indulgenza per i costi maggiori, nell’autarchia nazionalista.

Sullo sfondo, domande inevase. Nei mercati rionali di Napoli e non solo, sono in vendita orologi al quarzo, di ogni foggia e dimensione, al costo choc di un euro, alcuni con cinturino in maglie metalliche. Impassibile ma vero. La prova del nove del non capire l’arcano dei prezzi “per modo di dire” è mettere in fila le ipotesi di costi: mano d’opera, materiali, spese di trasporto, profitto di produttori, grossisti e dettaglianti. I conti non tornano, forse perché valutati con i parametri dei nostri oneri d’impresa. Per parziale consolazione abbiamo ipotizzato di tenerci stretti primati in campi di alta eccellenza, come la moda. Illusione anche questa? Sì, a giudicare dall’invasione barbarica dei nuovi magnati cinesi che puntano ad acquisire le grandi firme della moda italiana e perfino la nostra tradizione centenaria del gioco del calcio. Da che dobbiamo guardarci e se possibile difenderci: la Francia ci ha espropriato dell’intero comparto alimentare e dolciario, l’Inghilterra scopre com’è bello produrre vino di qualità e mozzarella di bufala, l’abbandono delle terre da Nord a Sud del Bel Paese apre il mercato interno all’intrusione di concorrenti spesso sleali (sono impuniti i plagi del parmigiano spacciato per made in Italy, solo per fare un esempio). L’unico motivo di ottimismo, beninteso moderato, si deve ai giovani intraprendenti che tornano a trarre profitto e ragione di vita dal recupero delle produzioni agricole abbandonate e agli exploit di iniziative imprenditoriali di giovanissimi geni autori di scoperte legate alla tecnologia e alla ricerca. Ma basta?

 

Nella foto cinesi al lavoro

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