L’amaro calice di “The Young Pope”

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Per correttezza, bere fino in fondo temendo la feccia l’amaro calice di “The Young Pope” dopo averlo stroncato in due tempi, mi pareva il minimo. Quindi mi sono parato di fronte alle ultime due puntate, simulando con me stesso di non avere pregiudizi. Beh, ragazzi, potete sventolare tutti i numeri del mondo con la serie più vista (ma ieri in declino, e nella puntata finale…) di Sky in Italia finora, ma torna buona la definizione fantozziana già ribadita qui.

Anzi, il finale è davvero peggio del debutto: alla prima puntata comunque accollavi curiosità, stima per il regista (meno per l’autore, che ahinoi coincidono), interesse per la figura centrale, il tema, l’ambientazione, il luna park visivo anticipato da spot e trailer. Ieri è finito tutto a “faccettine” anti-recitative e una coda di pesce in generale. Mi si obietterà che il pesce puzza dalla testa, ed è vero e noto. Ma un esito così banale, con il Papa a Venezia, il finale atteso ma “telefonato”, il povero Jude Law senza “legge” interpretativa malgrado il cognome che si schianta non si sa bene come lasciando aperta la strada a future puntate è qualcosa che Sorrentino a mio modestissimo parere poteva risparmiarsi e risparmiarci. Oppure potrebbe salvare in un solo modo. Rimontando tutta la serie, dialoghi compresi, come un film spezzettato, un itinerario visivo e parlato comico. Dico sul serio. Da ridere. Se insiste su questo tasto, cambia la musica e moriamo dal ridere. Ci pensi, per favore, magari ne esce un capolavoro alla Mel Brooks…

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