Morto il re, viva il re. Il day after del voto negli USA

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In questo giorno infausto che il mondo dovrebbe dimenticare in fretta e vivere con il lutto al braccio, specialmente al braccio degli Stati Uniti d’America, del suo popolo autolesionista ai limiti del masochismo, devo scusarmi per aver definito gli yankee politicamente ignoranti e delegato il Paese a due personaggi diversamente impresentabili, con la dominante del candidato repubblicano, razzista, omofobo, sessista, affetto da revanscismo retrò. Correggo il giudizio: il popolo americano è ignorante, sic et simpliciter. Qual è il cinquanta più X che porta alla Casa Bianca il folcloristico Trump? Descriverlo è facile e arduo contemporaneamente. Gli ha detto sì la sacca di diseredati che vivono la disperata povertà ai margini delle grandi metropoli e non solo di New York, in solitudine, dimenticati dal cinico egoismo di chi lucra sulle diseguaglianze sociali. Povera gente abbagliata dalle chimere di un re Mida moderno, spavaldo miliardario che mente proponendo l’illusione di poterlo emulare, perché “basta volerlo”. Trumpiana buona parte del ceto medio, quello dii uomini e donne che esauriscono gli spazi di interesse nella frenetica e unica, totalizzante tensione, tutta spesa per mettere in tasca mille dollari in più. Di fanatismo pro Trump sono protagonisti i milioni di americani sollecitati a incrementare il possesso di armi e ad usarle, i fabbricanti di pistole, kalashnikov, coltelli, machete, pugni di ferro, ordigni di ogni genere. Tifa per il neo presidente la comunità ebraica: avrà apprezzato una tra le sue cento farneticanti esternazioni, la promessa-minaccia “E’ finita l’era dello Stato palestinese”. Sono sicuramente elettori dello sboccato vincitore quanti legittimano le esecuzioni di poliziotti killer di neri disarmati e con un ruolo di gran peso elettorale i petrolieri, galvanizzati dal rifiuto a responsabilizzarli per i danni all’atmosfera terrestre. Esultano gli emirati arabi, gli speculatori finanziari, abili a intuire la direzione del vento politico, a manovrare il mercato azionario per comprare e vendere con profitti, milionari. Un gran sorriso di soddisfazione ricompenserà il tifo di gruppi delle destra estrema, del ku-kluz-klan, dei nazionalisti a oltranza. Applausi e hurrà di editori e redazioni della stampa gossip salutano l’esito del voto che legittima inesauribili occasioni per raccontare il miliardario, i vizi e le sue poche virtù, le mogli, i figli, le amicizie pericolose con la Cina, il dittatore turco Erdogan, con Putin, al quale Trump potrebbe essere grato per l’hackeraggio russo che sembra aver violato la privacy della Clinton. Poco comprensibili, ma cosa c’è di logico nella sua elezione, i voti delle donne, dimentiche del machismo insolente del Donald repubblicano e la giravolta del partito che lo disconosciuto come proprio portabandiera ma solo fino all’esito del voto. Insomma in gioco c’era un agguerrito esercito di diversi, variamente interessati alla sconfitta di Hilary Clinton e armate di collaudate truppe d’assalto. Ha detto la sua, elettoralmente, il popolo dell’anticomunismo viscerale, quello che ha condannato a morte Sacco e Vanzetti, emarginato scrittori, artisti, attori e registi in odore di socialismo non distinto per superficialità antagonista dal comunismo, che ha odiato le etnie “impure”, neri, italiani, messicani. Al successo dei repubblicani non è estranea l’ideologia che connota gli Stati Uniti con l’autostima di Paese calamita, destinato a dominare economicamente, politicamente e militarmente e neppure l’aspettativa di tutti gli esclusi da ruoli di potere assegnati a uomini del partito democratico.

Tutti qui i perché della sconfitta di Hillary Clinton? Assolutamente no. Il partito democratico ha puntato su un cavallo azzoppato da mille infortuni, rappresentativo di continuità con politiche vetero liberiste, associato in simbiosi compromettente all’immagine opaca del marito ex presidente. La campagna della candidata post Obama ha invelenito il clima da rissa con insulti, gradita all’avversario per svicolare dai temi del futuro americano, anziché dare voce e concretezza al progetto per i prossimi quattro anni dell’America. La vittoria di Trump è firmata anche da innumerevoli democratici delusi, truppa comune a tutte scadenze di voto di ipercritici anelanti alla perfezione, maestri con la matita rossa e blu che non perdonano errori di grammatica, in questo caso di sintassi politica.

Ascoltate qua e là le opinioni presentate come autorevoli di commentatori a vario titolo, si ritrova la ricorrente resa all’opportunismo. Capi di Stato e di Governo hanno finto di credere alle prime parole di Trump “Sarò il presidente di tutti gli americani, lavorerò per l’unità del Paese”. Ancora non l’ha fatto e siamo certi che non lo farà. Non ripeterà il farneticante proclama elettoralistico dei 25 nuovi milioni di lavoratori, ma poco c’è mancato.

Incredibile è il coro di ipocrisia complimentosa rivolto al neo presidente da osservatori, politologi, giornalisti di fama e inviati, politici di ogni congrega che fino a ieri erano compatti nel denigrare il candidato repubblicano e nel tessere lodi, nel riporre speranza e fiducia in Hillary Clinton, Nessuna sorpresa. L’opportunismo del navigare sulle ammiraglie è proprio del sistema malato che attira come un’ allettante calamita e vela le verità. Sullo sfondo di un evento che modifica in peggio la geopolitica internazionale, il rammarico per aver impedito agli Stati Uniti la garanzia di un governo democratico, responsabile l’eclissi di Bernie Sanders, il socialista che ha riempito le piazze e spaventato Hillary Clinton, poi escluso per discontinuità con le grandi lobbie del potere finanziario mondiale.

 

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