Il dossier di Ossigeno sul bavaglio diffamazione – E adesso fucilateci tutti!

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Dopo la presentazione in Parlamento, oggi alla Biblioteca Nazionale Centrale in viale Castro Pretorio a Roma Seminario formativo per giornalisti e studenti di scuola superiore e universitari dal titolo “Stop all’impunità per i reati e gli abusi contro i giornalisti”. Intervengono Lirio Abbate, Attilio Bolzoni, Giovanni Tizian, l’avvocato Andrea Di Pietro, Alberto Spampinato, Giuseppe Federico Mennella. Il Seminario ha il patrocinio della Camera dei Deputati, della FNSI, dell’OdG, ed è promossa insieme al Centro per la libertà di stampa e dei media (ECPMF) di Lipsia, con il sostegno della Commissione Europea e dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio ed è realizzata in collaborazione con la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma e l’Università di Roma Tor Vergata (Corso di Laurea Magistrale in Scienze dell’Informazione).

 

LA SINTESI DEL DOSSIER DI OSSIGENO “Il bavaglio della diffamazione a mezzo stampa”

TACI O TI QUERELO! – DATI INEDITI SUI PROCEDIMENTI TRATTATI NEI TRIBUNALI

(FONTE MINISTERO GIUSTIZIA)

Migliaia di querele infondate, anni e anni di processo e spese legali da sostenere, decine di milioni di risarcimento danni chiesti ogni anno. Poi l’attesa del processo, da due a sei anni, con l’incubo di una condanna che arriva soltanto tre volte su dieci, ma quando arriva, una volta su tre prevede il carcere, con condanne che in media non superano dodici mesi di reclusione e che, complessivamente, nel 2015 hanno cumulato 103 anni di detenzione.

E’ questo il tunnel in cui si trovano in Italia migliaia di giornalisti querelati per diffamazione a mezzo stampa. Per chi entra in questo tunnel è molto rischioso scrivere notizie su temi delicati e controversi. Tutti lavorano con una spada di Damocle sospesa sul capo. Un processo per diffamazione a mezzo stampa può costringere un giornalista a difendersi per anni, ad adottare la prudenza più assoluta e a volte perfino il silenzio su certe questioni. Se qualcuno lo prende di mira, deve difendersi, nominare un legale, spendere migliaia di euro. E’ la situazione attuale. E’ stata fotografata, per la prima volta, dal Ministero della Giustizia, con una dati e statistiche forniti in esclusiva a Ossigeno per l’Informazione, l’Osservatorio sui giornalisti minacciati promosso da Ordine dei Giornalisti e FNSI. Questi dati superano ogni precedente previsione.

Ecco il primo dato che dice quanto siano numerose le querele esagerate, infondate, pretestuose, presentate soltanto per mettere il bastone fra le ruote ai cronisti: ogni anno in Italia 5125 procedimenti penali, nati in seguito a una querela per diffamazione a mezzo stampa, si concludono accertando che si trattava di querele infondate. Sono il 70 per cento del totale. Inoltre, ogni anno vengono avviate presso i Tribunali civili 911 cause per danni. La richiesta media è molto alta: 50 mila euro. In totale ogni anno vengono richiesti risarcimenti per 45,6 milioni di euro. Una somma enorme.

Molto alta anche la cifra spesa per difendersi in questi processi. Ogni anno giornalisti ed editori spendono 54 milioni di euro per spese legali. Probabilmente una cifra analoga è spesa dalla controparte e così si superano i cento milioni annui.

Poi c’è l’annosa questione dei tempi infiniti della giustizia. Occorrono almeno due anni e mezzo per essere prosciolti; sei anni per una sentenza di primo grado. Questa massa di procedimenti, fra l’altro, intasa inutilmente gli uffici giudiziari, e tiene sotto scacco il giornalista e il suo giornale.

Dal Dossier di Ossigeno emerge che nell’ultimo biennio i tribunali si sono espressi su 6813 procedimenti l’anno: hanno definito 5902 cause penali e 911 civili, alle quali vanno aggiunti 1300 procedimenti penali pendenti (arretrati). Il che significa che la  macchina della giustizia macina 567 procedimenti al mese, 19 al giorno. E probabilmente dovrà andare più veloce, perché le querele aumentano al ritmo dell’8 per cento l’anno.

Fa riflettere il fatto che soltanto un’azione giudiziaria su sette si risolve con la condanna del giornalista. La montagna partorisce un topolino, ma un topolino con denti aguzzi: ogni anno 475 dei 5902 casi trattati si concludono con condanne: 320 al pagamento di multe e 155 a pene detentive, che nella quasi totalità dei casi non superano un anno di reclusione, ma sommando le singole condanne si arriva a oltre cento anni di carcere l’anno.

“Il fatto che soltanto una percentuale esigua di denunce sia convalidata da una sentenza di colpevolezza significa che moltissime querele contengono accuse infondate e pretestuose. – spiega il direttore di Ossigeno Alberto Spampinato – Molte querele e molte citazioni per danni da diffamazione a mezzo stampa sono presentate per ragioni che non hanno niente a che fare con la tutela della reputazione. Sono abusi del diritto che fanno girare a vuoto la macchina della giustizia, che trasformano uno strumento concepito per fini di giustizia in un’arma di intimidazione, in un bavaglio per i giornali e i giornalisti. Per fortuna moltissime querele sono fermate in fase preliminare, ma si impiega troppo tempo per bloccare procedimenti che dovrebbero essere fermati sul nascere.”

Il 70 per cento delle querele viene archiviato dal GIP, ma in media dopo due anni e mezzo, durante i quali il giornalista rimane inquisito, deve nominare un difensore e deve pagarlo. Dai pronunciamenti dei giudici emerge che oltre i due terzi dei procedimenti sono sostanzialmente infondati. Per i tre procedimenti su dieci che superano lo sbarramento del GIP, nel biennio 2014-2015 i  tribunali hanno deciso così: 26,4 per cento Assoluzione; 32,4 Non luogo a procedere; 5,2 per cento Prescrizione; 20,4 Multa; 9,4 per cento Reclusione; 6,2 per cento Altro. Vi è un abisso fra la necessità di consentire alle persone di difendere la loro onorabilità e l’utilizzo distorto che si fa di questo diritto, determinando quel “chilling effect”, l’effetto raggelante sui giornali e sui giornalisti, del quale parlano le istituzioni internazionali: quell’effetto che, per il timore di querele e di condanne, anche a pene detentive, spinge all’autocensura.

In Italia è fin troppo semplice avviare un procedimento penale per diffamazione. Con poca spesa si può accusare, anche senza  fondato motivo, chi in realtà scrive soltanto qualcosa di sgradito. Chi muove queste accuse rischia poco: raramente gli abusi sono perseguiti, molto spesso il querelante non è condannato neppure a pagare le spese legali sostenute dal giornalista prosciolto.

“L’attuale legge sulla diffamazione a mezzo stampa – aggiunge Spampinato – funziona come un vero e proprio bavaglio, colpisce ogni anno migliaia di giornalisti. I dati inediti forniti dal Ministero sono inequivocabili. Nessuno può più nascondersi dietro l’alibi di non sapere ciò che accade per rinviare sine die le correzioni legislative indispensabili individuate da tempo. E’ sorprendente che il legislatore, da anni intento a riordinare la materia, finora abbia agito senza possedere questa mappa della situazione reale che Ossigeno ha ottenuto dal Ministero della Giustizia. Adesso essa è pubblica ed è a disposizione anche del Parlamento. Si spera che, analizzando questa drammatica fotografia della realtà, i legislatori prendano finalmente le decisioni conseguenti, varino le misure necessarie per impedire questa marea di abusi, per difendere attivamente il diritto di esercitare la libertà di stampa e di espressione, sancita dall’ articolo 21 della Costituzione, per punire chi deliberatamente cerca di impedirlo”.

103 anni di carcere inflitti a 155 giornalisti nel 2015

Intanto in Parlamento dorme il progetto di legge per abolire la pena detentiva

Nel 2015 i giornalisti condannati per il reato di diffamazione a mezzo stampa sono stati 475: 320 al pagamento di multe e 155 a pene detentive. Con due sentenze di condanna su tre i Tribunali hanno comminato una multa, per una su tre una pena detentiva. Non era finora noto che in Italia la reclusione fosse applicata in modo così ampio e frequente ai giudicati colpevoli di questo reato, in massima parte giornalisti. I dati del Ministero della Giustizia sottolineano che nella quasi totalità dei casi la pena detentiva non ha superato un anno di reclusione. Non è poco. Stimando in via prudenziale che la pena media inflitta ammonti a otto mesi di detenzione, si può dire che ogni anno sono state emesse condanne a complessivi 103 anni di carcere. Il dato è stato ricavato da una media relativa al biennio 2014-2015.

Nella maggior parte dei casi la pena detentiva non viene scontata, trattandosi appunto di condanne solitamente inferiori all’anno di reclusione. Ma la pena detentiva costituisce un deterrente potente nei confronti dei cronisti. In caso di reiterazione del reato o di cumulo di condanne, le porte del carcere si possono spalancare e ciò, per la maggior parte dei giornalisti, è un dramma individuale, familiare ed economico.

Almeno 30 mesi per essere prosciolti da una querela infondata

E di solito la prescrizione arriva prima dell’appello

In Italia l’eccessiva durata dei processi è un malattia ben nota, molto diffusa. Si manifesta anche nei procedimenti penali per diffamazione a mezzo stampa nei confronti dei giornalisti e per chi è accusato pretestuosamente, ingiustamente prolunga la sofferenza e rende più gravoso il peso da portare. Nel 2010-2013 le indagini preliminari per questo reato hanno richiesto mediamente due anni e mezzo. Oltre sette su dieci di questi processi si sono conclusi in questa prima fase con il proscioglimento del giornalista imputato. Per gli altri tre su dieci c’è stato il rinvio a giudizio e i tribunali hanno impiegato altri tre anni e dieci mesi per emettere la sentenza. Quindi, da quando inizia il processo a quando viene emessa la sentenza di primo grado trascorrono mediamente sei anni e quattro mesi. La lentezza processuale complica la vita anche a chi fa affidamento sul ricorso in appello per ottenere l’assoluzione. I tempi medi per il giudizio d’appello sono talmente lunghi che per molti di essi la prescrizione interviene prima della fissazione delle udienze. Ciò danneggia il giornalista condannato in primo grado e in attesa dell’appello. Favorisce invece l’accusatore, poiché la prescrizione lascia inalterate la possibilità di procedere con una causa civile per danni. Sulla durata delle cause civili per risarcimento mancano dati specifici, ma l’andamento temporale appare analogo.

Richieste di danni altissime: in media 50 mila euro

In totale 45 milioni ogni anno. Giornalisti ed editori spendono 54 milioni di difesa legale

Tra il 2010 e il 2013 in Italia sono state promosse 3643 cause civili per chieder il rimborso di danni veri o presunti da diffamazione a mezzo stampa. La richiesta di risarcimento media è stata di 50 mila euro. Quella complessiva, nei quattro anni di rilevazioni, ammonta a 182,5 milioni di euro di risarcimento, pari a 45,6 milioni l’anno. Una cifra enorme che ha un effetto pesante sulle imprese editoriali. L’obbligo contabile per le aziende editoriali citate per danni di iscrivere quale passività di bilancio parte dell’importo del risarcimento richiesto, e di farlo prima ancora che un giudice si sia pronunciato, condiziona pesantemente le finanze di un’editoria già in difficoltà per la crisi del settore.

Il peso è alto anche sui giornalisti querelati, o citati in giudizio per diffamazione a mezzo stampa. Si calcola che essi devono  spendere ogni anno almeno 54 milioni di euro per sostenere le sole spese di difesa legale. Si può dire che queste spese gravano come una tassa sull’innocenza. L’esborso in realtà è più alto. La cifra indicata in via prudenziale è stata ricavata immaginando che siano applicate le tariffe minime fissate per gli avvocati, tariffe che in genere vengono superate. Inoltre, il conteggio non comprende il costo sostenuto per i casi complessi, né per i processi di appello, né per i ricorsi in Cassazione. Questi ultimi in media sono stati 324 ogni anno e, alla tariffa minima di 3/5mila euro, comportano un ulteriore costo complessivo di 1,3 milioni di euro per spese legali.

Bisogna aggiungere che gran parte di questa spesa grava sui bilanci personali dei singoli giornalisti, (anche dei molti pagati pochi euro ad articolo), poiché ormai soltanto una minoranza di giornalisti usufruisce della tutela legale a carico dell’editore.

www.notiziario.ossigeno.it

 

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