Obama consolida il feeling Usa-Italy

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Non è un mister “X”, né un anonimo fan di Renzi e neppure un politico di terza classe (quella dei treni di una volta), ma nientemeno è il numero uno dei potenti del mondo, il profondamente democratico Barak Obama. Il Presidente ospita una delegazione italiana di eccellenza nella dimora quasi pronta per la successione che i saggi augurano sia di Hillary Clinton (non il meglio possibile), antagonista della mostruosa candidatura Trump. Nella circostanza il Presidente americano esprime valutazioni positive sull’Italia governata da Renzi, apprezzamenti per l’accoglienza dei flussi di migranti ma soprattutto per le riforme operate e annunciate. In sintonia con l’Italia condivide la convinzione che l’austerità sia un freno per la crescita dell’Europa. Per chiarezza di valutazione: Obama e Renzi non giocano a golf insieme, non sono comproprietari di terreni e immobili, non hanno rapporti d’affari segreti e non sono cospiratori di una stessa setta satanica. Lodi esagerate? Sicuramente, ma travasi di bile per Brunetta e compagnia bella (no, brutta).

Nella foto Obama e Renzi

 

Quello sbarazzino di Di Maio

Pochi o tanti 108 mila euro di spese per promuovere la propria immagine di potenziale primo ministro dell’Italia? Francamente: la cifra, se attribuita a uno dei tanti mestieranti della politica, farebbe sorridere, sarebbe considerata più che onesta. Il problema nasce se si valuta la spesa sostenuta da un leader del movimento 5Stelle, al secolo Luigi Di Maio, bombardato da contumelie di consoci in grillismo. Lo bollano come spendaccione a spese del Movimento. Ad alimentare la rabbia della base dei pentastellati interviene il confronto con Vittorio Ferraresi che non ha speso neppure un cent. C’è aria di scontento tra a i parlamentari sul presenzialismo televisivo e di piazza del giovane e ambizioso yuppie che non nasconde più l’obiettivo di puntare alla leadership in solitario del Movimento e perché no, alla cabina di comando di Palazzo Chigi.

 

L’incauta Virginia

Abuso d’ufficio? Virginia Raggi, l’inerte sindaca di Roma, finora estranea al compito fondamentale di affrontare le emergenze della Capitale, ha speso tempo e fatica per riempire le caselle vuote del tormentato esecutivo, ma ha trovato il tempo per assumere come capo della segreteria Salvatore Romeo, un suo prediletto sostenitore. Il luminare del mondo amministrativo Aristide Police giudica illegittima la delibera per il contratto a tempo determinato di Police e il nuovo a stipendio triplicato (da 39mila euro a 120mila). Critico anche il magistrato Cantone, presidente dell’Anac: “Non si può assumere uno già assunto”.

 

No, non è la Bbc, è la Rai, la rai TV

Soffia un vento maligno sui vertici della Rai. Il decantato genio di Dall’Orto è un’ipotesi non provata a giudicare da alcune novità fallimentari. Un disastro Auditel il “Dieci Cose” di Veltroni, collocato nel sacrario del sabato sera con un costo di un milione a puntata. Crollo verticale degli ascolti e colpo letale per Rai Uno, rete regina di Saxa Rubra. Le sorti dell’azienda a presidenza Maggioni sono state risollevate parzialmente da un classico della casualità. Il black out di 15minuti dei ripetitori ha regalato ai telespettatori il bello del buio totale, tanto bello da meritare uno share (6,5%) superiore a programmi della stessa rete. Un milione e 300 mila telespettatori. A quell’ora, il mercoledì successivo, Rai 2 ha trasmesso una puntata di Criminal Minds ed è scivolata al 5,60%. Una settimana dopo il default è continuato con il 5,40% di share, poi con il 5,1%. Anche peggiore il dato di “Nemo, nessuno escluso” che ha totalizzato un misero 3,8 di ascolti (poco più di 850mila). E flop di Politics, creatura della Bignardi, direttrice di Rai 3. Bassi gli ascolti dell’anti Ballarò condotto da Semprini, ex Sky . Pollice verso anche per Sunday Tabloid, preserale domenicale di informazione, creatura della direttrice Dallatana. Era meglio quando si stava peggio?

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