Riforma costituzionale: il tempo degli spot

Condividi questo articolo
Don Vitaliano Della Sala

Don Vitaliano Della Sala

Dall’8 ottobre scorso un nuovo spot arricchisce le reti Rai. E’ stato predisposto dalla presidenza del Consiglio dei ministri in vista del referendum costituzionale del 4 dicembre prossimo, per informare i cittadini attraverso gli spazi gratuiti delle reti Rai, ricordando loro la data del voto, e dando lettura del testo del quesito referendario. Semplicemente “Pubblicità progresso”, dirà qualcuno. Invece è stato l’innesco dell’ennesima polemica sul prossimo referendum costituzionale. E’ “chiaramente finalizzato ad orientare le intenzioni di voto del pubblico verso il sì”, hanno tuonato in molti, chiedendone il ritiro; è “pienamente conforme alla legge” ha candidamente dichiarato il ministro per le riforme Maria Elena Boschi.

Peccato che il testo stesso del quesito referendario sia considerato da molti una truffa. Tanto che le opposizioni sono ricorse al Tar per farlo riscrivere. Inoltre nessuno spiega per quale “imbarazzante” motivo lo spot, ad ora, non è ancora visibile sul sito del governo, non viene indicato chi lo ha realizzato e con quali costi.

Mi sembra che lo spot “incriminato”, con il corollario di polemiche e consensi, sia la metafora di Matteo Renzi: “imposto” all’Italia come ultima occasione per il Paese – “o lui o il diluvio!” – invece, si va svelando sempre più come il classico politico di sempre, per alcuni il peggiore. Appunto: uno spot! Uno spot ben riuscito, ma nient’altro che uno spot.

Soprattutto è la metafora di questa Riforma costituzionale sulla quale gli italiani dovranno esprimersi. Riforma è diventata la parola mitica che da decenni accompagna, nel disinteresse dei più, la nostra politica. Come tutti i miti nessuno sa se si sia mai veramente realizzata nel passato e se mai si realizzerà. Tutti i governi la invocano nei momenti di difficoltà; l’Europa e i “poteri forti” la sollecitano; è indispensabile per acquisire un fantomatico prestigio internazionale che sembra non essere mai raggiunto. Una Riforma che aleggia da sempre sulla nostra storia repubblicana, e somiglia sempre più ad un arcano: nessuno sa veramente cosa bisogna riformare. A volte una qualche Riforma si è riusciti a realizzare, ma è durata un soffio, il tempo di uno spot, per essere bocciata, criticata, abrogata.

Nel nostro Paese le proposte di Riforma sembrano più un'”arma di distrazione di massa” da usare all’occorrenza, nei momenti di crollo nei sondaggi. Non importa che i cittadini capiscano cosa bisogna realmente riformare, o se l’eventuale Riforma sia veramente buona e utile, l’importante è proporre, quasi imporre una qualche Riforma come indispensabile, improrogabile, necessaria.

Forse sarebbe stato meglio sforzarsi di cercare e trovare un accordo politico in Parlamento (anche per questo paghiamo abbondantemente i parlamentari!); un accordo indispensabile su argomenti tanto importanti, quanto complicati da comprendere per i comuni cittadini.

All’articolo 138 la nostra Costituzione recita: “…Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti”. Non sono un costituzionalista, ma mi sembra che la Carta preveda il referendum come estrema ratio, solo dopo aver tentato un dignitoso compromesso tra le forze politiche. Invece, se non ricordo male, il referendum costituzionale è stato “minacciato” da Renzi-Boschi fin dall’inizio, avvelenando così la discussione; ma forse era quello che ci si augurava.

Non si sarebbe dovuto arrivare a questo scontro esagerato. Si sarebbe dovuto evitare questa inutile, ulteriore lacerazione nel Paese. Così il governo si sarebbe potuto concentrare di più sui reali problemi dell’Italia e degli italiani.

Un civile confronto politico dovrebbe essere la base del rispetto e della legittimazione tra cittadini che la pensano in maniera diversa. Perdere questo obiettivo e giocare una partita per inseguire il consenso personale, significa mortificare la Costituzione e i cittadini.

Paolo Rossi, uno dei padri costituenti, occupandosi negli anni ’70 di una delle tante revisione della Carta, aveva una grande preoccupazione: “Ciò che si deve pretendere è che la Costituzione sia posta al riparo dalle transitorie oscillazioni della politica e da quegli improvvisi ed effimeri ‘scarti d’umore’ da cui i popoli, e il nostro specialmente, non sono più immuni degli individui”.

 

 

Condividi questo articolo

Lascia un commento