VEDI NAPOLI E POI RINASCI / LADY STROUT E I MIRACOLI DEL CARDARELLI

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Miracoli di San Gennaro. Per un giorno Napoli non è più un Paradiso popolato da diavoli: ma solo da svolazzanti angioletti, la terra di tutte le cuccagne, l’unico eden rimasto per raccogliere – come profumate violette – chili di sorrisi e tranci di umanità. Una imperdibile ghiottoneria.

Gongola certo il sindaco di tutti i prodigi, il nuovo alcalde del Mediterraneo Gigi de Magistris, a bere d’un fiato l’epica pagina di Repubblica Cultura dedicata, l’8 ottobre, alla memorabile odissea vissuta dalla star americana Elizabeth Strout, all’incubo che per incanto si trasforma in un sogno meraviglioso, proprio come il goffo ranocchio che prodigiosamente diventa il più bel principe del mondo.

Da Pulitzer a Pulitzer, la pagina firmata Leonetta Bentivoglio, dalla cui penna sgorga come pura acqua sorgiva l’incipit: “Metti una sera a Napoli, in un limpido scorcio d’inizio autunno, una famosa, sensibile e raffinata scrittrice statunitense, Elizabeth Strout, artefice di storie come ‘Olive Ketteridge’ e ‘I ragazzi Burgess’, e rivelata al mondo dal Premio Pulitzer 2009, sia aggredita da un malore fisico violento. E debba subire un’operazione d’urgenza per appendicite in un grande ospedale partenopeo, il Cardarelli”.

La penna di Bentivoglio con impareggiabile maestria ci porta subito tra nebbie di soavi interrogativi: “Traumi? Sconvolgimenti? Figuracce internazionali? Lamentele sui guasti del Meridione? Ritardi nei soccorsi? Malasanità? Nulla di tutto ciò: l’affascinante Elizabeth, ora in convalescenza a Napoli, non smette di commuoversi per la ‘beltà’ dell’esperienza e di ringraziare. Per una volta evviva l’Italia”.

Per arrivare subito al sodo, sorge spontanea la domanda. Ma ci è o ci fa, la signora o signorina Bentivoglio? E soprattutto: il direttore responsabile del quotidiano Mario Calabresi è a conoscenza di quanto viene pubblicato sulle sue pagine? Il responsabile del settore cultura legge almeno i pezzi che poi evidentemente passa alla stampa?

Il pronto soccorso del Cardarelli. Nell'altra foto Elizabeth Strout

Il pronto soccorso del Cardarelli. Nell’altra foto Elizabeth Strout

Gli imbarazzanti quesiti si possono comprendere meglio proseguendo nell’incantato percorso che documenta sulle delizie degli ospedali partenopei e di quel Cardarelli fino ad oggi descritto come un inferno, invece vero paradiso in terra. Va segnalato, per completezza d’informazione, che la Strout si trovava a Napoli per ricevere a Capri, il giorno dopo, il premio Malaparte per la sua ultima gemma, “Mi chiamo Lucy Barton”, e che sua inseparabile compagna nella dolorosa ma poi dolce avventura è Gabriella Buontempo, figlia del cavalier Eugenio Buontempo (uno dei principi del mattone nel post terremoto ‘80 a bordo del garofano targato Psi) e consorte di Italo Bocchino, l’ex portavoce di Gianfranco Fini e ora public relation man dell’immobiliarista ovunque Alfredo Romeo.

Torniamo alle gemme di Lady Strout raccolte con religiosità dalla prossima pulitzer Bentivoglio.

“Mi sono sentita sconvolta e sottosopra. Ogni minuto è stato surreale. Ma adesso sono grata a quest’esperienza: se non l’avessi vissuta non avrei visto tanti incredibili sprazzi di umanità e bellezza in un luogo e in una circostanza così particolari”. Dimenticavamo: il suo ultimo capolavoro era ambientato tra le corsie di un ospedale a stelle e strisce.

In cosa si è manifestata tanta umanità?, osa la curiosa Leonetta: “Nel calore, nella partecipazione e nelle attenzioni che ho ricevuto. Alcuni medici sono venuti a dirmi che amano il mio lavoro e mi hanno chiesto di autografare per loro un mio libro”. Succede così a tutti i pazienti, solo per caso dimenticati a marcire in corsia se non hanno santi in paradiso.

Poi le corde del cuore, suonate come quelle di uno Stradivari: “la mattina mi hanno detto che urgeva un intervento chirurgico e di lì a un’ora stavo in sala operatoria, dove sono entrata piangendo e sussurrando goodbye a mio marito. Mi sono fatta anestetizzare con rassegnazione disperando di rivedere i miei cari”. Una tragica appendicite. Che sono tumori, metastasi e chemio?

Poi lo sprofondo nell’anestesia: “qualcosa che mi tirava all’ingiù in un fiume scuro e sbatteva rimbalzando sulle rocce. Poi l’acqua si è schiarita e si è trasformata in un oceano. Ogni tanto un pesce stupendo mi nuotava accanto e mi faceva ricordare quant’è bello il mondo”. Già pronto un copione per il nuovo best seller: cosa vuoi di meglio dalla vita? E anche il possibile titolo: “Un pesce di nome Liz”.

Eccoci all’incantato risveglio, sempre colto dalla penna griffata Repubblica: “c’erano dottori adorabili e gentili intorno a me. Dalle finestra vedevo le cime di tre alberi. Sono stata trattata benissimo da medici e infermieri. La mia stanza era pulitissima”. Unico neo, qualche paio di guanti in meno quando si infilano agli aghi, vero moscerino in universo da fiaba.

Incomparabile il clima al confronto con New York. “Le persone non sono come a Napoli. In un ospedale newyorchese non esiste il senso di accoglienza che ho percepito qui. A New York l’ospedale significa angoscia; a Napoli rappresenta protezione”.

Siamo su Scherzi a Parte? A quanto pare no. Ma dalle cronache veniamo a sapere che, a poco dal risveglio, la prossima Nobel per la Letteratura ha cercato di alzarsi, è caduta e ha picchiato forte la testa. Fatelo sapere, per favore, al 113 e a Calabresi.

 

 

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