Lega – ll flop di Bitonci

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Nel corso di una seduta spiritica, a Padova, il medium invoca la presenza di Matteo Salvini nella stanza del rito. Balla il tavolino, le luci di affievoliscono, un’anomala ventata scompiglia i capelli dei presenti, ma la trepidante attesa è mal ripagata: l’approssimativo stereotipo di uomo politico (leggi Salvini) non appare e la quinta colonna partecipe dell’evento non può esaudire la voglia matta di chiedergli del suo iper fedele Massimo Bitonci, sindaco in fibrillazione di Padova perché con un piede sull’orlo periglioso del baratro. Il (povereto, licenza veneta) Per scongiurare il rischio di commissariamento del Comune può contare solo sul proprio voto, indispensabile per illudersi di conservare il ruolo di primo cittadino. Intanto deve vedersela con l’opinione degli alleati di Forza Italia che lo ammoniscono così: “La faccia finita, sembra Mussolini, cambia il programma a modo suo”. E il Pd: “Ormai è una papera che barcolla su una sola zampa”. Il coriaceo Bitonci non ci sta e in replica avverte i nemici “Non mi arrendo. Se mi sfiduciano mi candiderò di nuovo, il popolo è con me”. Intanto perde pezzi e può contare sulla maggioranza per un solo voto. I previdenti padovani si chiedono: e se uno di loro si prende l’influenza? Dice addio Riccardo Russo: “Bitonci si era impegnato a essere sindaco di tutti. Promessa subito dimentica, è sindaco solo della Lega, Per esempio sul tema della sicurezza. Russo denuncia l’autoritarismo del sindaco che avrebbe ridotto i consiglieri a banali   schiacciabottoni., Tra i “pregi” di Bitonci, omofobo come la maggioranza dei leghisti e sicuramente come Salvini, per marcare a fuoco la sua stolta subalternità al capo si rifiuta di celebrare le unioni civili, segno inequivocabile di grettezza leghista. Si addensano sulla testa del sindaco nuvole minacciose. E una delle accuse censura lo spreco di risorse, per esempio per lo Stadio, invece utilissime per affrontare il degrado dei quartieri e le politiche sociali per i padovani in difficoltà”. Salvini, se ci sei, batti un paio di colpi…

nella foto Massimo Bitonci

 

Benvenuta destra

Dice la canzone che non ci vuole la zingara per conoscere gli ingredienti usati dalla madre per generare una figlia bellissima e così non occorre una rinata Calliope per capire che il “Partito della Nazione”, anticipazione del de profundis per la sinistra italiana strutturato da Renzi, per ora si avvale della partnership di Alfano (centrodestra) e dei voti di Verdini (costola spuria di Forza Italia), ma per volare ben oltre, con l’ibrida ammucchiata con le destre. Il futuro prevede di attuarsi sotto l’egida del premier e segretario del Pd, sottile sceneggiatore del progetto. Benché Renzi imponga il silenzio sulla ragnatela acchiappamosche che tesse, egli stesso, motivato dal sopravvenire delle emergenze si scopre e come succede al poker si offre alla sconfitta, in questo caso alle critiche tutt’altro che benevole delle minoranze di sinistra del Pd. Per quello che incidono, naturalmente. Renzi ieri, ha scelto il palcoscenico di casa, la sua Firenze, per sparare un pirotecnico “Niente da ridire se la destra vota sì al referendum. L’invito così esplicito diventa molto provocatorio, irriverente per la sinistra. Somiglia molto alla strizzatina d’occhio alla futura, indistinta, eterogenea promiscuità, appunto un test pre referendum sulla fattibilità del Partito della Nazione.

 

La sindaca sul tetto che scotta      

Due righe sulla Capitale sono obbligo quotidiano e oggi svelano i nomi proposti dalla Raggi per gli assessorati vacanti. Al bilancio andrò, salvo imprevisti l’ “ex nemico” Andreea Mazzillo, già dirigente del Comune, con il compito di coordinare lo staff della sindaca. Proviene dal Pd, con cui si è candidato con la lista Veltroni nel 2006. Ha poi militato in quel partito ad Ostia. Questa lunga appartenenza dem Mazzillo non favorisce il benvenuto in casa 5Stelle. Alle partecipate la Raggi chiama con il ruolo di assessore Massimo Colomban. E’ un altro del suo giro, in quanto capo dello staff che ha organizzato la raccolta fondi per la campagna elettorale della sindaca. Che, sempre sorridente, che per   meditare sulle scelte e obbedire come un soldatino all’ordine di servizio del generale Grillo (niente dichiarazioni su Roma) si è rifugiata sul tetto del Campidoglio con i suoi collaboratori.

 

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