Il Ponte? No, anzi sì

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Nel pieno di una campagna per il sì alle riforme costituzionali, benchè manchino due mesi abbondanti al voto del referendum, Renzi ha visitato l’Impregilo, colosso delle grandi opere pubbliche e ha suscitato l’entusiasmo dei vertici aziendali, con il destabilizzante annuncio che il Ponte sullo Stretto si farà. Per elevare l’enfasi del coupe de foudre il premier ha sparato in stile berlusconiana l’esca propriamente elettorale dei famigerati “centomila posti di lavoro in più” che nel Paese della disoccupazione sarebbero, come dire, manna dal cielo. Peccato che l’appetitoso boccone per affamati sia servito con una sterzata brusca, un’inversione a “U” operata dove la carreggiata sarebbe invalicabile per la doppia linea continua che separa i due sensi di marcia. “Prima le infrastrutture” era esplicitamente il Renzi pensiero, “prima la banda larga, altro che ponte sullo Stretto, ultimo dei problemi”. La considerazione assecondava i lamenti legittimi della Sicilia per la sua marginalità in fatto di collegamenti ferroviari interni all’isola, ai ponti che vanno giù come cartapesta, alle autostrade che franano, a territori privi di acqua potabile, alle carenze dei servizi essenziali. Nel commento all’esternazione renziana il sindaco di Messina Renato Accorinti si domanda se il cambio di rotta di Renzi sia una riprovevole presa in giro, una battuta. Seriamente: chi se ne intende coniuga gli obiettivi referendari di Renzi alle pressioni di Alfano, esattamente come è accaduto per l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e le resistenze a parificare il diritto degli omosessuali di regolarizzare il loro rapporto con il matrimonio e di adottare i figli del partner. Il sindaco di Messina evoca la vicenda romana delle Olimpiadi. Dichiara che come la Raggi con un semplice no ha ottenuto di azzerare la candidatura della capitale, così lui otterrà di mandare in soffitta il progetto per il Ponte, magari il giorno dopo il voto sul referendum, cioè a campagna elettorale conclusa.

Nella foto il Ponte sullo Stretto

 

Ancora quanti “no” nella collezione della Raggi?

Ci va su duro Salvatore Tutino, consigliere della Corte dei Conti che risponde con un no secco, perentorio, al disperato appello dei pentastellati perché riempia la tormentata casella dell’assessorato al bilancio della giunta Raggi. E’ l’ultimo rifiuto di molti interpellati che proprio non se la sono sentita di far parte del caos belligerante del Movimento. Per la Raggi e l’intero direttorio 5Stelle, Grillo incluso, quest’ultimo rifiuto arriva a segno come un ceffone sonoro. Tutino ha respinto al mittente l’offerta con questa clamorosa motivazione: “Sarei stato vittima di una lotta fra bande”. Proprio così, bande. La conferma del marasma in cui si dibattono i grillini è nel diktat dittatoriale del comico fondatore: “Nessuna dichiarazione, né interviste su Roma nei prossimi giorni”. Colpo mortale per Di Maio e Di Battista, i due grilletti rampanti affascinati, anzi dipendenti dall’occhio televisivo delle telecamere. A proposito della Raggi. Aveva paventato il pericolo corruzione per giustificare il no alla candidatura di Roma per le Olimpiadi del 2024. In coro le hanno obiettato: “Ma sarà il Comune ha esercitare il controllo, di che si preoccupa?” Qualcuno a suggerito alla sindaca di cambiare registro e lei ha capito. Ora dice che il no è motivato dalla insostenibilità dei costi. Qualcuno le spieghi che Parigi e Los Angeles si fregano le mani supponendo di incassare cinque miliardi nel caso che siano assegnate a loro le Olimpiadi.

 

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