Kurdi – Morire nel cassone di un tir. A Mirabella Eclano

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Don Vitaliano Della Sala

Don Vitaliano Della Sala

Quattordici anni fa un gruppo di kurdi-iracheni, come tanti, che sognavano di arrivare in Europa, conclusero tragicamente il loro viaggio della speranza nell’area di servizio irpina di Mirabella Eclano dell’autostrada A 16 Napoli-Canosa. Cinque di loro, Nerwan Ahmad Mahmud  (19 anni), Ayad Fadil Muhamed (22 anni), Lukman Kader Abdulrahman (18 anni), Deler Karin Suleman (17 anni), Adel Sirwan (27 anni) erano già morti asfissiati quando vennero tirati fuori dal cassone del tir nel quale si erano nascosti per sfuggire ai controlli. Era il 31 agosto del 2002.

Quando i due autisti del tir di una ditta romana si fermarono per prendere un caffè, sentirono dei colpi provenire dall’interno del cassone. Una volta aperto si trovarono davanti nove ragazzi… o almeno quel che ne restava. Tre erano già immobili, rannicchiati tra le scatole di cartone. Degli altri qualcuno crollò giù, sfinito ma ancora vivo. Altri due, invece, provarono a trascinarsi fuori per respirare, ma quando gli uomini di una pattuglia della Polizia Stradale, giunta sul posto, provarono ad aiutarli, se li videro morire tra le braccia. Erano rinchiusi lì dentro da più venti ore. Si erano nascosti nel camion a Igoumenitsa, in Grecia, per dare inizio al proprio viaggio lontano dalla guerra, dalla miseria e dal dolore. Purtroppo qualcuno dirà che erano clandestini, schegge di quell’immenso popolo che fugge dalla disperazione e avevano messo in conto di poter morire. Io dico che è disumano permetterlo. Perciò dovremmo pretendere dei corridoi umanitari, mandare noi le navi a prenderli sulle coste africane o turche. Infatti quella di quattordici anni fa fu solo la prima di tante, troppe, analoghe tragedie dell’immigrazione. Una tragedia che è continuata a ripetersi fino ai 71 morti ritrovati in un tir in Austria a fine agosto dello scorso anno.

Occorre gridarlo con forza che queste tragedie sono il risultato delle nostre politiche disumane e ipocrite nei confronti dei migranti. Politiche che ad ogni costo si ostinano a subire le migrazioni e non a governarle. Le leggi sull’immigrazione – ma sarebbe meglio dire contro l’immigrazione – che i vari governi europei sono riusciti a concepire negli ultimi anni, anziché aiutarci a vedere nello straniero un “hospes”, come affermato dal buon senso e dal nostro sistema costituzionale italiano ed europeo, ci induce a considerarli “hostis”. Senza atti politici concreti di solidarietà, permettendo il diffondersi di una cultura della paura e dell’intolleranza, viene meno il fondamento stesso dei nostri Stati democratici e di diritto; e vengono meno i principi fondativi della nostra sedicente civiltà. Ma temo che tutto questo interessi sempre meno cittadini, purtroppo!

schermata-2016-09-25-alle-09-30-45Separare, dividere, alzare muri e steccati: noi egoisticamente in paradiso, gli altri inesorabilmente all’inferno, è questo che ipocritamente vogliamo. Invece bisogna pensare con orrore, e non per un momento soltanto, alla voglia attualmente sempre più diffusa di non mescolarsi agli altri, bisogna pensare con terrore ai miti risorgenti della razza, al modo in cui trattiamo gli stranieri, i diversi: gente da cui stare alla larga; meglio mettere il mare, il filo spinato o il cassone ermeticamente chiuso di un tir tra noi e loro. Bisogna pensare agli integralismi raccolti dietro le bandiere o, peggio, dietro i crocifissi che vergognosamente si tenta di far diventare simbolo di una malata identità nazionale.

Per fortuna la storia procede anche senza di noi: le migrazioni sono inarrestabili ed è una forma di grande miopia storica cercare di opporsi a questo fenomeno epocale. Trincerarsi dietro la difesa della propria razza, gonfiare il pregiudizio razzista, illudersi che sia un bene che gli “extracomunitari” restino o tornino nei paesi di origine, non è solo, come molto spesso accade, pura mancanza di umanità, ma nasconde la volontà di chiudersi al futuro, di rifiutarsi alla nascita del nuovo che è possibile soltanto se ognuno non rimane a casa sua, se dall’accoglienza nasce la mescolanza e la fusione. Bisogna avere il coraggio di affermare con forza, anche in faccia a quei politici opportunisti e populisti che racimolano voti dai peggiori istinti di tanti poveracci, che è molto più saggio e lungimirante vivere questo momento come una grande opportunità storica, prendendo parte attiva alla nascita di una Europa nuova e sempre più meticcia, multietnica e colorata, tollerante e arricchita dalla diversità.

Perciò quest’anno alla semplice cerimonia che si è svolta nell’area di servizio di Merabella Eclano c’erano anche alcuni orgogliosi rappresentanti degli oltre ottocento richiedenti asilo e profughi ospitati nei centri di accoglienza irpini: tutti hanno donato il proprio misero pocket money giornaliero ai terremotati del centro Italia, dando a noi italiani una grande lezione di umanità.

Se vi trovate a sostare in quell’area di servizio, cercate la minuscola stele che ricorda ai viaggiatori quei cinque curdi-iracheni morti asfissiati in un tir e rinvenuti proprio in quel luogo il 31 agosto di quattordici anni fa. Fermatevi un momento in silenzio per una preghiera. O per ricordare. Ricordare che siamo tutti impegnati a costruire un futuro nel quale, come recita l’articolo 13 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo “ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato”; un futuro nel quale si possa viaggiare liberamente e sicuri. Per vivere e non per crepare asfissiati nel cassone di un tir o annegati in mare.

 

 

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