DERIVATI / UN DANNO ERARIALE DA 3,8 MILIARDI

Condividi questo articolo
Elio Lannutti

Elio Lannutti

Il 1 ottobre 2015, il presidente Adusbef e 90 tra deputati e senatori del M5S,  avevano depositato un esposto denuncia alla Corte dei Conti ed alla Procura della Repubblica di Roma, per denunciare il rifiuto della Direzione Generale del Debito Pubblico di far accedere agli stessi tutti i contratti derivati che impegnano lo Stato italiano nei confronti di note banche d’affari, opponendo il riserbo in conseguenza di generici, pretestuosi e comunque illegittimi motivi di opportunità. I denuncianti avevano posto rilevanti dubbi afferenti l’opportunità e la liceità delle disposizioni ivi contenute, con particolare riferimento ai menzionati strumenti derivati, al loro utilizzo ed alla loro rinegoziazione.

In tutta l’Eurozona, l’esposizione in strumenti finanziari derivati riguarda solo l’Italia, che nel periodo 2011-2015 ha corrisposto pagamenti per 15,6 miliardi e altre passività per 8 miliardi, per un totale di 23,6 miliardi di euro, mentre  Germania (2 miliardi euro) ed Austria (1,3 miliardi euro), hanno pagato 3,3 mld di euro, ed  alcuni Stati, come Belgio, Francia, Paesi Bassi, Grecia, Irlanda e Portogallo, hanno ricavato un rendimento positivo dalla gestione dei derivati.

Nel solo 2015 l’Italia ha dovuto sborsare 6,7 miliardi di euro per onorare impegni presi con le banche d’affari che hanno imposto allo Stato ‘contratti capestro’, le cui condizioni sono secretate dal Ministero dell’Economia, perfino nei confronti del Parlamento per non urtare la suscettibilità dei sottoscrittori del debito pubblico, elidendo così i ricavi economici derivanti (sempre nel 2015) dalla vendita dei gioielli di famiglia (Enel, Poste), pari a 6,56 miliardi di euro con conseguente depauperamento del patrimonio mobiliare dello Stato, per coprire il buco dei derivati.

Grazie alla riduzione dei tassi, nel 2015 sono stati risparmiati 5,9 miliardi di euro sulla spesa per interessi, che risultano però vanificati dalle passività sui derivati, in un gioco al massacro in cui lo Stato italiano (e i cittadini che lo finanziano attraverso le tasse) è sempre destinato a perdere, con un market to market negativo di 42 miliardi di euro a fine 2015, su 162 miliardi di derivati.

Con le nuove regole di contabilità nazionale previste dal Sec 2010, la spesa per derivati non viene più conteggiata nell’indebitamento, altrimenti ci sarebbe stato l’aumento del deficit dal 2,6% al 3% anche nel 2015, al limite della procedura per deficit eccessivi.  Senza i 23,6 miliardi di derivati accumulati in 5 anni, il debito sarebbe al 131,3% del Pil, anziché al 132,7%, favorendo il percorso di rientro previsto, mentre i 6,7 miliardi  pagati alle banche d’affari nel 2015, su contratti opachi, arbitrari e vessatori, che uno Stato di diritto avrebbe il dovere di impugnare e far analizzare da esperti indipendenti, potevano eliminare la povertà assoluta, con misure di sostegno al reddito o stimolando l’economia con pubblici investimenti.

E’ positivo che la Corte dei Conti abbia aperto una procedura per danno erariale da 3,8 miliardi di euro nella ristrutturazione dei derivati sottoscritti dal Tesoro con la banca d’affari Morgan Stanley avvenuta nel 2012, affidata al Nucleo di polizia tributaria di Roma, al cui centro ci sono le clausole capestro fatte valere dalla banca a fine 2011 e garantite dal Tesoro. I derivati sono una scommessa tra due soggetti: se si verificano alcune circostanze, uno perde e l’ altro vince. I più diffusi, e usati dal Tesoro nel periodo che precedette l’ ingresso dell’ Italia nell’ euro, sono gli Swap, utilizzati per proteggersi dal rialzo dei tassi di interesse sui titoli di Stato, come quello sperimentato nel 2011. Se questi salgono, il Tesoro risparmia, viceversa ci perde, come sta avvenendo ora. La vicenda Morgan Stanley è nota. A gennaio 2012 – governo Monti, il Tesoro ristruttura, perdendoci, 5 contratti derivati sottoscritti con la banca in un accordo quadro del 1994. Per i magistrati contabili, i dirigenti che li firmarono dovrebbero ora rispondere del danno. I nomi non vengono fatti, ma la preoccupazione è facile da intuire. In quel periodo al governo c’ è Carlo Azeglio Ciampi, Ministro è Piero Barucci e direttore generale Mario Draghi. A dirigere il dipartimento del debito pubblico c’ è Vincenzo La Via, attuale direttore generale del dicastero.

Le accuse di “malagestio” sono gravi e documentate: pochi uomini preposti alle operazioni; strumenti inadeguati, contratti volutamente “speculativi”; “Le procedure adottate dal ministero violavano le norme di contabilità generale dello Stato” e “in diversi casi sembravano orientate unicamente e senza un valido motivo a favorire la banca”. Per due contratti (interest rate swap), la ristrutturazione “venne proposta da Morgan Stanley senza un valido motivo e accettata dal Mef senza esercitare alcun ruolo attivo”. Nella lista c’è poi un altro derivato, sottoscritto da Infrastrutture spa, accollato nel 2007 al Tesoro e da questo gestito malissimo. La Procura contabile ha segnalato i dirigenti firmatari e chiede 3,8 miliardi di danni.

Condividi questo articolo

Lascia un commento