Marginalità a caro prezzo

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Per fortuna c’è chi condivide l’esecrazione per l’orgia mediatica e narrativa sulla quota negativa di una grande, complessa città qual è Napoli, dimenticando che fenomeni di criminalità sono presenti, anche se in forme diverse, in tutte le metropoli del mondo. Per fare un esempio non esiste eguale attenzione per la malavita della Grande Mela, di New York, ogni giorno segnata da omicidi e rapine come nessun altra megalopoli. A schierarsi contro l’omologazione di Napoli con la camorra e fenomeni sociali propri del nostro tempo malato, come le baby gang, è stavolta il cardinale Sepe. Quel che indigna della scelta di giornalisti (Santoro), scrittori (Saviano) e magistrati (Woodcock) è la mancanza di analisi sociale sulle cause e le responsabilità che costituiscono il terreno di cultura delle delinquenza, la sottovalutazione della marginalità che ha confinato i ceti economicamente e culturalmente meno dotati in ghetti periferici, come il rione Traiano e poi Scampia, in luoghi di desolazione, dormitori privi di normalità, oasi senza qualità e stimoli, agglomerati di senza lavoro, territori esposti alla violenza della criminalità, aree del disagio. Di che sorprendersi se esplodono in rabbia, odio per chi ignora la discriminazione e li sfugge come si sta lontani dagli appestati, per chi ha opportunità zero di appartenere alla comunità totale della città. In questo ha ragione il magistrato Woodcock: Napoli soffre, forse più che altrove, la chiusura in se stessa, a riccio, della borghesia, di dove attingono la politica, le istituzioni, la cultura. Anni fa un manipolo di ragazzini delle periferie emarginate si rese protagonista di un episodio che scandalizzò i benpensanti: schiaffeggiavano turisti e napoletani in attesa sul terminal di Mergellina d’imbarcarsi sugli aliscafi per Capri e Ischia. Quegli scugnizzi, nessuno lo ha pensato o detto, manifestavano, a modo loro, l’invidia per un mondo da cui erano esclusi, la rabbia della diversità, l’esasperazione per il caso che li ha fatti nascere a Scampia e non sulla collina di Posillipo, nell’“altra Napoli”, esattamente come si ribellerebbero, se consapevoli, i bambini africani che non vanno oltre pochi anni di vita, uccisi da malattie e fame nell’indifferenza dei potenti del mondo. E’ intollerabile l’analisi a senso unico sui fenomeni malavitosi di Napoli che finirà per essere esportata (la serie televisiva di Gomorra in Usa e altrove).

 

Alla spesa con la scorta

Sarà un mio pallino, una monomania, quella che clinicamente si dice fissazione maniacale, ma sta di fatto che l’avversione per chi è scortato dai guardaspalle è antica e convinta. Non servono a nulla, com’è dimostrato da attentati di uomini illustri (un paio di presidenti degli Usa, papa Wojtyila, Aldo Moro, i magistrati Falcone e Borsellino), tutti inutilmente protetti da scorte. Contesto la decisione di metterne una a disposizione di Saviano. La mafia e la camorra si muovono con astuzia e sono consapevoli che un attentato all’autore di Gomorra ne farebbe un martire, un eroe, che ucciderlo si ritorcerebbe sui loro affari illeciti, provocherebbe una reazione straordinaria delle forze dell’ordine. Figuriamoci se non è lecito censurare l’inconsistente sindaca di Roma, la grillina Virginia Raggi, che ieri, invitata dalla Cei all’incontro con i giovani dell’Azione Cattolica, ha disertato l’incontro e nello stesso lasso di tempo è stata vista e filmata mentre era intenta a fare la spesa, con tanto di scorta al seguito. Cosa manca per destituirla da un incarico molto più grande di lei, dopo i marchiani comportamenti nella scelta di collaboratori e assessori, la subordinazione allo studio legale sotto l’egida dell’impresentabile Previti, il discutibile cerchio di uomini e donne introiettati in giunta e ruoli collaterali con criteri clientelari, l’inerzia da incapacità di operare per la città? L’Osservatore Romano organo del clero non le fa sconti: Capitale in abbandono dice Galantino, segretario generale della Cei, bastano pochi minuti di pioggia per paralizzare interi quartieri, a causa della mancata pulizia. Basta con le schermaglie politiche, la gente vuole vedere i suoi amministratori impegnati, al lavoro. Così dicendo, interpreta l’umore dei romani, molto probabilmente anche di chi ha votato la Raggi in preda alla suggestione di affermare così con lei una ventata di antipolitica. E una domanda: ma con tutti i guai che combina, cosa giustifica l’eterno sorriso stampato sul suo viso?

 

Marginalità a caro prezzo

Per fortuna c’è chi condivide l’esecrazione per l’orgia mediatica e narrativa sulla quota negativa di una grande, complessa città qual è Napoli, dimenticando che fenomeni di criminalità sono presenti, anche se in forme diverse, in tutte le metropoli del mondo. Per fare un esempio non esiste eguale attenzione per la malavita della Grande Mela, di New York, ogni giorno segnata da omicidi e rapine come nessun altra megalopoli. A schierarsi contro l’omologazione di Napoli con la camorra e fenomeni sociali propri del nostro tempo malato, come le baby gang, è stavolta il cardinale Sepe. Quel che indigna della scelta di giornalisti (Santoro), scrittori (Saviano) e magistrati (Woodcock) è la mancanza di analisi sociale sulle cause e le responsabilità che costituiscono il terreno di cultura delle delinquenza, la sottovalutazione della marginalità che ha confinato i ceti economicamente e culturalmente meno dotati in ghetti periferici, come il rione Traiano e poi Scampia, in luoghi di desolazione, dormitori privi di normalità, oasi senza qualità e stimoli, agglomerati di senza lavoro, territori esposti alla violenza della criminalità, aree del disagio. Di che sorprendersi se esplodono in rabbia, odio per chi ignora la discriminazione e li sfugge come si sta lontani dagli appestati, per chi ha opportunità zero di appartenere alla comunità totale della città. In questo ha ragione il magistrato Woodcock: Napoli soffre, forse più che altrove, la chiusura in se stessa, a riccio, della borghesia, di dove attingono la politica, le istituzioni, la cultura. Anni fa un manipolo di ragazzini delle periferie emarginate si rese protagonista di un episodio che scandalizzò i benpensanti: schiaffeggiavano turisti e napoletani in attesa sul terminal di Mergellina d’imbarcarsi sugli aliscafi per Capri e Ischia. Quegli scugnizzi, nessuno lo ha pensato o detto, manifestavano, a modo loro, l’invidia per un mondo da cui erano esclusi, la rabbia della diversità, l’esasperazione per il caso che li ha fatti nascere a Scampia e non sulla collina di Posillipo, nell’“altra Napoli”, esattamente come si ribellerebbero, se consapevoli, i bambini africani che non vanno oltre pochi anni di vita, uccisi da malattie e fame nell’indifferenza dei potenti del mondo. E’ intollerabile l’analisi a senso unico sui fenomeni malavitosi di Napoli che finirà per essere esportata (la serie televisiva di Gomorra in Usa e altrove).

 

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