Grillismo, prima prova del nove

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Eravamo tanti a pensare che i neofiti della politica fossero dilettanti allo sbaraglio. Non era infondato il sospetto che il test del governo di enti locali avrebbe rivelato la fragilità di principi sbandierati cin successo in un Paese inquinato da amministratori corrotti e corruttori. Non impressionava più di tanto il coro grillino “onestà, onestà” che ha soggiogato milioni di italiani, l’esercito sterminato che coniuga forme aggiornate di qualunquismo a raptus amorevoli per chi mette alla gogna il “potere” dominante. Eravamo in tanti a dubitare di un manipolo di giovanotti e signorine praticanti l’arma al vetriolo dell’insulto, gli strepiti nelle aule del Parlamento, le grillate di piazza. Come tanti abbiamo temporaneamente dismesso il quattro in condotta al movimento 5Stelle, allorché la sequenza di débacle del centrosinistra ha chiarito che il Pd si era giocata ogni chance di subentrare alla guida di Roma con un suo uomo/donna al fallimentare Marino. Ci siamo detti, vuoi vedere che in Campidoglio si insedia un governo capace, innovativo, improntato all’onestà e all’efficienza, che l’Urba conosca finalmente una guida adeguata all’importanza di essere capitale di un grande Paese? Qualche residuo scetticismo non è mancato. I trascorsi della Raggi nella scia del poco raccomandabile Previti, la sua evidente inconsistenza curriculare in cifre politiche e amministrative e infine le prime avvisaglie di contrasti con quote di grillini influenti. Gocce che hanno cominciato a far traboccare il vaso della sfiducia sono piovute sul futuro dell’esecutivo con la scelta di dirigenti e assessori con trascorsi inguardabili, il fatale ricorso alla cancrena della parentopoli, la truce contraddizione di prebende “generose” messe a confronto con i proclami di moralizzazione e rigore economico. Nonostante tutto, da italiani delusi dalla elementare riflessione sul degrado della capitale, abbiamo fatto ricorso all’esigua riserva di ottimismo. Lasciamoli fare, ci siamo detti, speriamo bene. Mal ce ne incolse: la statura della Raggi si è rivelata tanto modesta quanto molesta. Di fronte al nulla del mandato, alle clamorose defezioni che hanno decapitato l’esecutivo e alle lacerazioni interne a 5Stelle, la Raggi e con lei il rampante (senza sostanza) Di Maio hanno fatto ricorso al vecchio alibi a cui fa ricorso la politica fallimentare. “Subiamo il complotto dei poteri forti”, hanno inventato all’unisono. Dario Fo, sconcertante fan del grillismo non ha saputo astenersi dal commentare il caos della giunta Raggi: ci pensa lui, il leader, ha detto, ora azzera tutto e sin riparte daccapo. Niente male la terapia del comico. Ammette tra le righe il cumulo di errori commesso dalla Raggi e dai suoi consiglieri, ma chissà se si interroga sull’euforico e certamente improvvido schierarsi ad alta voce con il movimento che dove amministra è incappato in numerosi “incidenti” di percorso. E’ questa gente che ambisce a governare l’Italia?

Nella foto Virginia Raggi      

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