La dissonanza cognitiva di massa come sintomo impressionante della crisi

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Giulietto Chiesa

Giulietto Chiesa

Ho ricevuto in anticipo in lettura un libro di prossima uscita su Niccolò Machiavelli e sul significato storico della sua figura “politica”, scritto da Konstantin Dolgov, storico e politologo russo. Leggere questo ottimo saggio è stato un piacere ma anche, nel contempo, fonte di una riflessione a proposito dei radicali cambiamenti che da quei tempi sono avvenuti e che sono in corso, tumultuosi come quelli di un fiume nei pressi di una vertiginosa cascata.

L’attuale crisi mondiale è infatti anche, in primo luogo, crisi del pensiero occidentale. E poiché è assolutamente vero – come Dolgov dottamente dimostra – che la storia del pensiero occidentale moderno ha cominciato a prendere le mosse proprio dal Rinascimento italiano, siamo tutti obbligati a cercare in quali punti di questo pensiero si nascondevano i germi velenosi della crisi.

Uno dei sintomi della crisi – il più impressionante a mio avviso – è la incapacità delle élites intellettuali dell’Occidente, e quella delle leadership politiche che esercitano il potere, di analizzare gli eventi che si dipanano sotto i loro occhi a velocità crescente. È straordinario che gli eredi del “secolo dei lumi” siano divenuti completamente ciechi. E, poiché essi, nonostante la crisi, sono ancora al comando, la loro cecità si traduce in disastri sempre più drammatici, di cui nessuno sa cercare le cause.

È come se l’Occidente nel suo complesso fosse in preda a una “dissonanza cognitiva” di massa. Che deriva dal non riuscire a raccapezzarsi del fatto che la narrazione degli eventi non corrisponde alla percezione che milioni di persone ne hanno. Insomma, si sente un racconto, o si vede un’immagine televisiva, entrambi all’apparenza “veri”, ma questa verità contraddice palesemente la realtà che ciascuno percepisce direttamente. È un po’ come se tutti facessero a gara, senza dircelo, e senza dirselo, a “descrivere” il paesaggio che tutti vediamo, ma in modo da renderlo irriconoscibile. Ciò che produce un senso di smarrimento generale, come quello di chi, non riuscendo a raccapezzarsi, è costretto a cercare affannosamente un altro paio di occhiali per tornare a una qualche normalità.

Machiavelli

Machiavelli

Insomma, siamo di fronte a una crisi del pensiero occidentale che potremmo definire negativa. Un periodo di grave confusione che non lascia intravvedere spiragli di luce. Sotto questo profilo l’uscita dal feudalesimo fu esattamente l’opposto. Forse i contemporanei di allora – certo non il popolo minuto delle nascenti città, sicuramente non i contadini – non se ne accorsero. Ma l’intelligencija dell’epoca doveva esserne ben consapevole. Essi erano protagonisti di un’epoca nuova, che si andava aprendo, sbocciando sotto i loro occhi. Ed era un processo pan-europeo, in cui alla liberazione del pensiero dai ceppi che lo avevano imprigionato per quasi un millennio, si accompagnava una curiosità e un dinamismo del tutto nuovo. La comunità umana di quello che si apprestava a divenire il centro del mondo, rinasceva. Il termine “rinascimento”, inventato in seguito, fu appropriato.

Questo confronto, tra allora e oggi può essere particolarmente utile. Torniamo dunque brevemente a Machiavelli e al suo tempo. Che era ancora “il tempo dell’uomo” e fu il tempo “reale”, non quello nel quale viviamo, il cui ritmo è ormai imposto dalle tecnologie. Dal confronto tra quel tempo e il nostro scopriremo cose sorprendenti e contraddittorie. Scopriremmo – leggendo eventi antichi di sei secoli – che l’origine dell’impazzimento generale del tempo moderno è probabilmente la conseguenza – lontana e del tutto imprevedibile – dell’opera dei pensatori che avviarono il Rinascimento. Furono loro – e tra questi giganteggiò proprio l’autore del “Principe” – che “accesero la miccia”; avviarono tutti i processi di cui oggi noi viviamo le conseguenze; condussero, nel corso dei sei secoli successivi all’approdo di un cambiamento epocale del ruolo dell’Uomo nell’evoluzione dell’ecosistema, all’interno del quale l’Uomo è nato e tuttora sussiste. Un mutamento radicale che ha finito per modificare l’equilibrio del cosmo, portando la specie umana – che fino ad allora era stata “una delle” migliaia, dei milioni, che facevano parte dell’ecosistema, eguale a tutte le altre in quanto soggetta all’equilibrio generale – in una posizione tale da consentirle di “turbare l’universo”.

La specie umana, in altri termini, è divenuta “padrona” del suo ambiente. Ma solo nel senso che può dominarlo e sfruttarlo. La sua azione è ormai tale da poter influenzare in modo decisivo e unilaterale i comportamenti dell’insieme complesso di cui è parte. Basti pensare all’invenzione dell’arma atomica. Essa è in grado di distruggere il mondo intero, cioè la vita che lo popola. E questo è l’esempio più evidente. Ma essa è ormai in grado di modificare la gran parte dei parametri che per milioni di anni hanno garantito la conservazione dell’organismo vivente dell’ecosfera.

L’origine della crisi contemporanea del pensiero sta appunto nel fatto che l’uomo – dotato di tecnologie possenti – non dispone tuttavia della conoscenza necessaria per ripristinare gli equilibri che ha già sconvolto. E collettivamente si comporta come un padrone folle, di strumenti che non sa maneggiare. Non tutti – anzi pochissimi – si rendono conto di trovarsi in una situazione totalmente inedita. Chi lo ha capito sa anche che una via d’uscita, che permetta all’Uomo e al pianeta tutto intero di trovare la strada per un’epoca successiva, richiederà un salto concettuale straordinario, probabilmente il più grande mai compiuto dall’Uomo. Occorrerà un “nuovo sapere”, il “sapere della complessità”, di cui ancora non conosciamo le caratteristiche. Per ora brancoliamo nel buio e nell’incertezza.

Recentemente Stephen Hawking, uno dei più grandi fisico-matematici dell’epoca contemporanea, se non il maggiore in assoluto, ha riassunto i pericoli che la specie umana si troverà ad affrontare in questo passaggio epocale. Sono tre: la stupidità umana, che è l’unica grandezza infinita esistente nel cosmo. La ormai avvenuta devastazione dell’ambiente naturale, ad opera dell’Uomo. L’inizio della fase in cui l’intelligenza artificiale, da noi creata, comincerà a riprodurre se stessa, senza avere bisogno di un software permanentemente introdotto dall’uomo. Questa epoca è già cominciata – aggiunge Hawking – e “nulla ci dice che questa nuova intelligenza, autonoma da noi, ci sarà amica”.

Stephen Hawking

Stephen Hawking

Infatti non si vede perché dovrebbe esserlo. Saprà più di quello che noi non sappiamo. Controllerà ogni nostro strumento, quelli che reggono la vulnerabilissima società umana contemporanea, dominata già ora da macchine il cui funzionamento è sconosciuto ai più. Vedrà più lontano di quanto noi possiamo vedere. Ci rimetterà sullo stesso piano delle altre specie, da dove noi superbamente abbiamo preteso di sollevarci. E, infine, se avrà compreso anch’essa il significato della complessità, dovrà imporci i suoi divieti.

Machiavelli, insieme a Galileo Galilei fornì il “metodo” per rendere “sistematico” il nuovo sapere. Furono i fondatori della scienza moderna, quella che ci ha portato fino ad oggi: tra grandi scoperte e immense tragedie. Attraverso il “secolo dei lumi”, la rivoluzioni moderne, la democrazia e lo stato di diritto, le guerre mondiali, fino alla follia della globalizzazione, che ha creato l’Uomo globale e lo ha innalzato al ruolo di protagonista. Ruolo che non meritava, poiché non disponeva, e non dispone, della conoscenza della complessità, e tuttavia è stato capace di costruirsi delle “protesi” smisurate (i motori) che gli hanno permesso di influire su di essa. E, quale apprendista stregone, di romperne gli equilibri.

Certamente non possiamo a Galilei e Machiavelli attribuire alcuna “colpa”, che sarebbe cosa senza senso. Né, sulla base di queste considerazioni, si può negare il valore – sicuramente immenso – di tutte le scoperte che ci hanno consentito di conoscere l’uomo, la natura, l’interazione profondissima tra essi, e di addentrarci nei suoi misteri. E di vivere meglio, noi ricchi, la nostra vita, oltre che di allungarla di più di due volte. Ma è giunto il momento di collocare tutto questo in un nuovo contenitore concettuale.

Galileo

Galileo

In effetti tornare a ragionare su Machiavelli è qualcosa di rassicurante. Riduce il senso dell’irrealtà che ci circonda. Machiavelli fu uno straordinario analista del reale. Analista freddo, spregiudicato, crudo fino alla spietatezza. La prima lezione che ci offre è semplice. Non c’è Principe che possa restare al potere se non è capace di guardare alla “realtà effettuale” delle cose con gli occhi sgombri da pregiudizi. Siano essi morali, filosofici, pratici. Non vi può essere un’«astuzia dell’analisi». Qualunque tentativo di modificare surrettiziamente i dati produce disastrosi effetti sul risultato finale, sull’approdo. Sbagliare il giudizio sui “dati” equivale, per il comandante di una nave, o per il pilota di un aereo, non riuscire più trovare il porto, o l’aeroporto. O non trovare l’uno o l’altro in tempo utile per evitare il naufragio. E, quando a compiere questi errori è il Principe (colui che, in ogni forma di potere prende le decisioni finali), allora c’è il grande rischio che, compiendoli, egli finisca per infliggere ai suoi sottoposti, sudditi, cittadini, sventure più o meno grandi e, infine, finisca per perdere il suo ruolo di Principe. Ovvero – come accadeva ai tempi di Niccolò Machiavelli, e come accade nel XXI secolo, sempre più frequentemente – perdendo il ruolo e la vita.

All’interno di questo quadro interpretativo e sinottico, perdono gran parte del loro senso le interpretazioni “moralistiche” dell’opera del Machiavelli. Che Konstantin Dolgov enumera, prima di scartarle. Quelle che, ad esempio, confondono la cruda descrizione dei fatti con una qualche forma di prescrizione, di invito all’imitazione. Cioè: è, l’opera di Machiavelli, l’apologia del cinismo, della crudeltà, della depravazione? Cioè è legittimo ridurre Machiavelli al “machiavellismo”?

Ma sgombrare il campo dalle interpretazioni moralistiche negative significa anche eliminare quelle erroneamente encomiastiche. Valga per tutte quella parte dell’ode “I sepolcri” che Ugo Foscolo gli dedicò, senza nominarlo:

“Io quando il monumento
vidi ove posa il corpo di quel grande
che temprando lo scettro a’ regnatori
gli allòr ne sfronda, ed alle genti svela
di che lagrime grondi e di che sangue”. 

Versi bellissimi che ci descrivono un Machiavelli impegnato non solo a “temprare lo scettro ai regnatori”, ma anche a “svelare alle genti” i loro misfatti. Cosa quest’ultima che, io credo, non era tra le intenzioni primarie del grande fiorentino.

Ecco, tutte queste considerazioni sul Machiavelli teorico del Potere sono valide ancora oggi. Integralmente. Per questo definirei Niccolò Machiavelli come il primo, vero teorico del “metodo” del Potere: della sua conquista e della sua conservazione, una volta conquistato. Un metodo che – essendo l’Uomo una sostanziale costante psichica – vale ancora oggi e varrà fino a quando non sarà costretto a combattere con l’intelligenza artificiale, giunta allo stadio della propria auto-riproduzione. E, per questo, l’ho accostato a Galileo Galilei, il primo inventore del metodo scientifico come interazione organica tra “sensata esperienza” “certa demonstratione”.

L’uno e l’altro furono maestri del “metodo”. Prima dell’uno e dell’altro – nelle rispettive discipline – vi furono soltanto tentativi, intuizioni, improvvisazioni, fantasie più o meno realistiche. Dopo di loro si avvia quel processo che, dal Rinascimento italiano, condurrà ai tempi moderni. Un processo che in seguito sarà definito come “progresso”.

Semmai è oggi sotto indagine – o dovrebbe esserlo – la stessa nozione di “progresso” se, com’è evidente, questo “progresso” ci ha portati ad una crisi che appare prodotta proprio da esso, o da una determinata interpretazione di esso divenuta dominante. La cultura dell’Occidente, la cosiddetta “globalizzazione”, ha dimenticato la storia, ne ha accorciato spasmodicamente i tempi: sia quelli delle epoche passate, sia, paradossalmente, quelli delle epoche a venire. I primi, appunto, troppo diversi, obsoleti, dall’esperienza del presente. I secondi, non ancora avvenuti, ma che vengono annunciati, di minuto in minuto, come irriconoscibili rispetto alle stesse, cortissime categorie di giudizio cui siamo costretti ad attenerci. Viviamo in un presente obsoleto.

C’è tuttavia una qualità umana che non è ancora stata sottoposta al tritacarne del cosiddetto “progresso”. È la psicologia dell’Uomo. Essa si è formata con criteri (se posso usare un termine così finalistico) che non sono compatibili con il “progresso”. Sono compatibili solo con la complessità dell’ecosistema, di cui l’Uomo è parte integrante. Ed esso, ecosistema, non si comporta secondo le categorie del “progresso umano”. E dunque rimane nei secoli sostanzialmente immutato. Per lo meno: così saldamente agganciato alla Natura da non farci percepire i microscopici mutamenti millenari ai quali è sottoposto, proprio in funzione del mantenimento del suo proprio equilibrio. È dunque nel profondo dell’Uomo che occorre andare. E là si potrà ritrovare il “tempo della Natura”, fuori dal turbinio innaturale delle bollicine di superficie dei cambiamenti che l’uomo globale, l’homunculus, pretende, facendole violenza, di introdurre nella storia.

 

www.megachip.info

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