LIBIA-TURCHIA-SIRIA / IL TRIANGOLO DI HILLARY

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Fuoco sulla Siria, mesi di bombe a stelle e strisce ignorati dai media di mezzo mondo. E adesso gli attacchi in Libia, per stanare gli avamposti Isis. Sono gli ultimi atti della Obama story alla Casa bianca, prima di passare il testimone – nelle speranze dell’establishment – alla fidata Hillary Clinton.

Bill Clinton. In apertura la moglie Hillary e, sullo sfondo, il massacro di civili in Siria

Bill Clinton. In apertura la moglie Hillary e, sullo sfondo, il massacro di civili in Siria

Un copione che la lady di ferro & di dollari conosce a memoria. Per averne diretto la regia già qualche anno fa, quando andò in scena “lo scandalo di Bengasi”, “la missione speciale Usa” in terra libica. Un altro grattacapo, per la supercandidata democratica, dopo la montagna di mail anti Sanders in vista del Congresso le migliaia di mail galeotte gestite a suo uso e consumo quando ricopriva la strategica carica di Segretario di Stato. E, last but non least, la gestione affidata alla “Clinton Foundation” di tutti i fondi destinati alla ricostruzione di Haiti, uno scandalo semi-oscurato dai media americani, decine e decine di miliardi di dollari affidati a “King Bill e Queen Hillary”, come neanche nelle più ruspanti tribù centroafricane alle prese con dittatori locali.

Un illuminante libro del giornalista d’inchiesta Aaron Klein fa luce su manovre e connection che partono proprio dallo “scandalo di Bengasi”, passano per le primavere arabe e approdano in Siria, al seguito delle milizie ribelli e soprattutto dei maxi traffici (che significano altre palate da miliardi di dollari) di armi, bombe e tutto quanto può fare distruzione di massa. Senza che i media occidentali alzino un ditino per fare una domanda, chiedere un perchè.

E’ uscita quattro anni fa “La vera Bengasi story – Quello che la Casa Bianca e Hillary Clinton vi tengono nascosto”: un titolo che già parla da solo, e di estrema attualità proprio oggi, con gli eventi siriani e libici sullo sfondo e una nomination – quella di Hillary – appena benedetta in candidatura per lo storico voto di novembre. E una campagna elettorale dai toni bollenti, visto anche il clima da Guerra glaciale tra l’establishment Usa – Capo Hillary in testa – e la Russia di Putin, accusata di favorire il rivale Donald Trump. Tra i protagonisti principali nella Bengasi Story, oltre a lady Hillary, il Segretario di Stato alla Difesa, l’italoamericano Leon Panetta, il direttore della Cia David Petraeus, l’ambasciatore Christopher Stevens.

 

LE PRIMAVERE ARMATE MADE IN CLINTON

Leo Panetta

Leo Panetta

E’ del 2012 il piano per finanziare e soprattutto armare i “ribelli” siriani: a dettagliarne i contorni e definirne i contenuti, la coppia imperiale – Bill & Hillary – Panetta e Petraeus, i quali lo presentano ad Obama. Contemporaneamente, la band confeziona un altro programma, che ha Bengasi come epicentro. Klein ricostruisce tempi e modi dell’operazione: in cui giocano un ruolo fondamentale la Cia, soprattutto per coordinare il trasporto via mare e la consegna delle armi ai ribelli jiadisti impegnati contro il regime di Assad in Siria, e l’ambasciatore Stevens, “molto poco diplomatico e certo più trafficante di armi e uomo di intelligence, già attivo nella costruzione delle primavere arabe”, precisa Klein.

Un fitto pedigree quello di mister Stevens: parte dalla Grecia a bordo di un cargo che trasporta equipaggiamenti e veicoli, e sbarca in Libia durante la ‘rivoluzione’ che porterà alla tragica fine di Gheddafi. Ha un missione: è il principale interlocutore, a nome dell’amministrazione Obama, dei ribelli acquartierati a Bengasi. Uno 007 in piena regola, l’ambasciatore, con tanto di armi & bombe al seguito: i suoi traffici verranno mediati attraverso Marc Turi, un faccendiere che lo stesso Times descrive come “il mercante d’armi americano che aveva il compito di fornire bombe alla Libia”. Non proprio il buon samaritano in terre d’Africa…

David Petraeus

David Petraeus

Nonostante le smentite ufficiali della Casa Bianca, tante mezze verità sono trapelate. E’ lo stesso Bill Clinton, in un’intervista a CNN Sunday, ad ammettere di aver “appoggiato il piano della moglie, di Panetta e Petraeus di armare i ribelli siriani”. E aggiunse che la principale preoccupazione di Obama era che quelle armi “non cadessero nelle mani sbagliate”. Lo stesso Panetta, nel suo libro “Worthy Fights”, rammenta che “quel piano venne comunicato a Obama in un incontro avvenuto nel 2012” alla presenza dei Clinton e di alti ufficiali.

Nel libro di Klein viene fatto esplicito riferimento ad un’operazione dell’estate 2012, per il trasferimento di armi, un maxi imbarco dalla Libia alla Turchia. Uno degli avamposti prediletti per le “triangolazioni”, infatti, era proprio la Turchia – oggi ai ferri corti con gli Usa dopo il fallito golpe a quanto pare ispirato dal misterioso “americanizzato” (vive negli Usa dalla fine degli anni ’90) Fethullah Gulen – che rimbalza parecchie volte tra le pagine di “La vera Bengasi Story”. Ricostruisce il reporter: “l’ingente carico di armi partito da Bengasi e destinato ai ribelli siriani dell’agosto 2012 avvenne alcuni giorni prima dell’attacco a Bengasi. Gli esplosivi partirono dal porto di Bengasi e arrivarono all’inizio di settembre nel porto turco di Iskenderun, a 35 miglia dal confine con la Siria, spacciati per aiuti umanitari”. E’ del resto uno dei “signori della guerra”, Abdul Basit Haroun, trafficante di armi lungo l’asse Libia-Siria, in un’intervista alla Reuters del 18 giugno 2013, a confermare: “La gran parte delle armi venivano inviate in Turchia e da qui introdotte clandestinamente (“smuggled”, ndr) nella vicina Siria”.

E anche seguendo le tracce dell’ambasciatore-trafficante Stevens si arriva, tra l’altro, in Turchia. Così scrive Klein: “Non ci vuole uno

Aaron Klein

Aaron Klein

Sherlock Holmes per intuire tutte le connessioni tra il caso Bengasi, i commerci di Stevens, le mosse dell’intelligence americana, luoghi ‘segreti’ dove passavano le armi, il ruolo dei gruppi legati alle primavere arabe. Uno degli incontri clou organizzati da Stevens fu quello con un diplomatico turco, che era uno dei principali supporter dei ribelli siriani”. E all’amico Marc Turi, poi, è riconducibile un’altra maxi operazione, alla quale fa cenno perfino il Times in un suo reportage: si tratta di un carico – sempre “esplosivo” – da 200 milioni di dollari arrivato via mare in Quatar, “un paese – commenta Klein – schierato a fianco della Turchia nel sostegno ai ribelli siriani”. Da un’estate all’altra, sempre a bordo di armi: e anche quella 2013 fu un’estate di fuoco, con un carico ferragostano che segue la solita, consolidata e super sperimentata rotta Libia-Turchia per giungere tra le ansiose braccia dei ribelli anti Assad in Siria.

Nel suo libro Klein fornisce ulteriori dettagli circa l’impegno “militare” della possibile, prossima presidentessa degli States. All’epoca della sua iperdinamica segretaria di stato, Hillary “si diede da fare per far stanziare – scrive l’autore – 40 milioni di dollari per aumentare e mettere in sicurezza le riserve di armi in Libia. Di quei fondi, 3 milioni di dollari andarono ad alcune misteriose organizzazioni non governative, comunque specializzate nella distruzione di armi convenzionali e in security. Quelle organizzazioni e un gruppo americano si coordinavano con il ‘Libia’s Transitional National Council’ (TNC). Il team statunitense era guidato da Mark Adams, un esperto del Dipartimento di Stato proveniente da Manpads Task Force”. Un’altra sigla un altro giro armato: Manpads sta per “Man Portable Air Defense System”, in soldoni uno dei terminali base, uno dei “focus” sui quali si concentrava la “raccolta di armi”. Lo stesso Andrew Shapiro, assistente di stato al Bureau degli Affari politici e militari, ammette che i ribelli localizzati nell’area occidentale non erano intenzionati ad abbandonare le armi.

 

KATZ AMARI

Dalle ricostruzioni made in Klein alle ultime rivelazioni diffuse in rete da Maurizio Blondet. Ecco cosa scrive il 1 agosto. “La Convenzione democratica non è andata proprio bene per Hillary. Il partito ha dovuto offrire 50 dollari a chiunque riempiva una poltrona vuota alla Convention disertata dai militanti, un mezzuccio alla napoletana, che la dice lunga sul sottoproletariato affamato negli Usa di Obama. La Clinton ha chiuso accusando apertamente la Russia di aver hackerato il sito del partito, scoprendone gli altarini (le prove che il partito ha tagliato le gambe a Sanders)”.

Gheddafi

Gheddafi

Continua Blondet: “Immediatamente lo Stato Islamico ha diffuso il video dove minaccia la Russia. ‘Un uomo a viso coperto che guida un’auto nel deserto urla: ascolta Putin, verremo in Russia e vi uccideremo nelle vostre case. Oh fratelli, conducete la jihad, combatteteli e uccideteli’. Come dicono tutti i media, ‘l’autenticità del filmato non ha potuto al momento essere confermata’. Però l’hanno diffuso: questo sì che è giornalismo. Forse siamo in grado di aiutare le agenzie mondiali: il filmato porta la sigla del nuovo ufficio stampa di Daesh, ‘Amaq’, il cui logo è visibile in alto a destra. Amaq è il nuovo nome del Site, di Rita Katz. Veramente Daesh non sa più cosa fare per aiutare Hillary. Ma anche i media non scherzano. Mi chiedo: non si vergognano? Mi scrive un amico da Washington: qui sta diventando un circo isterico. Il livello di ferocia sui media contro Trump ha raggiunto un punto che non avevo mai visto prima. Non so se forse è meglio adesso, con tutti i nostalgici del sistema – democratici, repubblicani, Koch brothers – allineati al muro urlanti. I diavoli scatenati… specie quel Panetta, l’ex capo Cia e ex defence secretary che spalleggiava Hillary per la Libia e per le rivoluzioni colorate, le arab springs…”.

 

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di PAOLO SPIGA

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