Se Erdogan sapeva del golpe…

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Più forte, despota e tiranno, o più esposto a condanne universali di repressione fascistoide delle libertà, di subdolo seminatore di caos politico e sociale per imporre la dittatura di una repubblica presidenziale, utile alleato nella guerra al fondamentalismo islamico o cinica ambiguità per ulteriori “affari” con la fornitura di armi al terrorismo dell’Isis? Erdogan, negli anni di leadership della Turchia ha costruito una folta rete di complicità con i vertici dell’apparato governativo e soprattutto con il consenso interessato della maggior parte di cittadini. Fuori dal coro la maggioranza dei media, la magistratura e a livelli intermedi l’esercito, compensati da un corpo di polizia imbottito di fedelissimi. Per spegnere sul nascere i pericoli del golpe, o meglio del tentativo pressapochista di destituirlo, è stato sufficiente incitare il suo popolo a scendere in piazza con un messaggio video del cellulare, mentre vagava nei cieli d’Europa. Cosa aspettarsi dall’Erdogan vendicativo è palese nelle prime dichiarazioni del post golpe. “Gliela farò pagare”. Tradotto nel suo linguaggio perentorio la minaccia vuol dire “purga”, nella peggiore tradizione dei regimi di destra, è già coincisa con mezzo esercito in via di epurazione e oltre tremila arresti in ventiquattro ore. C’è chi sospetta che Erdogan sapesse del golpe e che non l’abbia stroncato sul nascere per invocare lo stato di emergenza e completare l’epurazione di quanti si oppongono alla sua tirannia. Dopo la falcidia di giornalisti non allineati, è toccato ai magistrati: ne ha licenziati migliaia e la vendetta colpirà certamente l’opposizione politico. La repressione, si teme, potrebbe sconfinare nell’estrema vendetta della pena di morte per chi ha organizzato il tentativo di golpe e, comunque, Erdogan sembra voler già legittimare la necessità di “un uomo solo al comando”. Intanto, dimenticate tutte le riserve sul credito di leader democratico, l’Occidente europeo, ma non solo, dichiara solidarietà all’interlocutore in via del discusso ingresso nella Ue, forse perché consapevole del ruolo di “prima accoglienza” dei migranti che svolge la Turchia. Da decifrare i motivi che hanno determinato la scelta delle opposizioni di tenersi fuori dal tentativo di golpe. Nell’ipotesi degli analisti internazionali una spiegazione potrebbe essere l’intenzione di un accordo con i moderati contro i “falchi” fedeli al Presidente.

Che direzione prenderà il paese nella lotta al terrorismo del Pkk e dell’Isis è difficile intuire: certo l’impegno nel debellarlo dovrà fare i conti con i problemi interni di Erdogan. Con gli Stati Uniti pesa il contenzioso dell’intenzione finora inevasa di ottenere l’estradizione di Fethullah Gulen, che dalla Pennsylvania, dove si è rifugiato, esercita una forte influenza sui vertici dello stato turco, della magistratura, dell’esercito e degli intellettuali. E’ certo che l’esito del fallito colpo di Stato e le dichiarazioni vendicative di Erdogan nei confronti di giornalisti, magistrati e uomini dell’opposizione, disporranno l’Europa a considerare la Turchia inaffidabile come partner dell’Unione, a guardare con scetticismo agli accordi e alle aspettative (già deboli) di far parte della comunità. C’è anche da dire che la Germania intrattiene rapporti di varia natura con Ankara, ora problematici (non a caso la richiesta, negata, dell’aereo con il presidente turco di atterrare in quel Paese). Sullo sfondo un problema generale per la democrazia europea sembra acuirsi. Il regime di Erdogan si rapporta con altre presenze di destra nella Comunità: i governi di Polonia e Ungheria, il consistente della neonazismo in Austria, le spinte indipendentiste e xenofobe di Marine Le Pen in Francia, dei conservatori pro Brexit in Gran Bretagna, della lega di Salvini in Italia.

Nella foto Erdogan

 

 

 

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