GIALLO PANTANI / DELITTO PERFETTO. DI CAMORRA

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Sandro Donati. Sotto, le due storiche copertine della Voce con le inchieste su Calcioscommesse (1986) e caso Maradona (1991)

Sandro Donati. Sotto, le due storiche copertine della Voce con le inchieste su Calcioscommesse (1986) e caso Maradona (1991)

Vediamoci fra vent’anni. Sembra la colonna sonora del primo scandalo del calcio scommesse, andato in scena (o sceneggiata) a Napoli nella bollente estate del 1986 e una rampante camorra alle prese con risultati taroccati, giocatori comprati, campionati alterati e una giustizia sempre divisa tra aule sportive e penali; poi la coca e i clan che trascinarono nel baratro il Pibe de Oro Diego Armando Maradona. Fino agli ultimi scandali, e una malavita organizzata sempre dietro l’angolo, ma ben più possente di allora. Il caso Schwazer, balzato alla ribalta con le accuse choc non solo del marciatore altoatesino, ma soprattutto con le pesantissime denunce dell’allenatore, Sandro Donati, ora minacciato di morte. E soprattutto al giallo Pantani, quel maledetto Giro del ’99 truccato dai clan di camorra che aveva scommesso montagne di soldi sulla sconfitta del Pirata, il quale non solo andava sbattuto fuori a Madonna di Campiglio, ma poi “doveva morire”, come è successo anni dopo nel residence “Le Rose” di Rimini. C’è da sperare ora non cali il sipario sui killer del campione che fece sognare tutta l’Italia, ma su quella connection a base di coca, clan, scommesse e sangue possa far luce la Dda di Napoli, fino ad oggi incredibilmente non coinvolta nelle indagini.

cop marzo 1991Partiamo dalle ultime sul caso di Pantani. Due i filoni d’inchiesta. Il primo riguarda la tappa di cop settembre 86
Madonna di Campiglio e la combine sulle provette taroccate col sangue di Marco per alterare le sue analisi e così ottenerne l’esclusione da Giro. Su tutto si dovrà pronunciare a brevissimo, entro la fine di luglio, al massimo i primi di agosto, il gip della procura di Forlì Monica Galassi la quale ha davanti a sé due opzioni: archiviazione definitiva, oppure trasmissione degli atti alla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli per via dei clamorosi coinvolgimenti – emersi negli ultimi mesi – della camorra.

Il secondo concerne l’opposizione alla richiesta di archiviazione del “suicidio” di Marco, dopo la decisione in tal senso della stessa procura di Forlì. Un’archiviazione del tutto anomala, vista la massa di elementi e prove che parlano espressamente di “omicidio”. A questo punto l’avvocato della famiglia Pantani, Antonio De Rensis, ha appena depositato una corposa memoria in cui si chiede l’annullamento della sentenza di archiviazione, per manifesta “illogicità”, e per via della mole probatoria che parla da sola.

 

MADONNA, FATE LUCE !

L'avvocato Antonio De Rensis. Sotto, Renato Vallanzasca

L’avvocato Antonio De Rensis. Sotto, Renato Vallanzasca

Partiamo da quel tappone maledetto. E ricostruiamo i principali tasselli che conducono inequivocabilmente sulle piste di camorra. Tutto comincia con una lettera inviata, alcuni anni fa, nientemeno che da Renato Vallanzasca, il “bel Renè’ che scontava una lunga detenzione, alla mamma di Marco, la signora Tonina Pantani. Nella missiva Vallanzasca fa capire che la corsa venne truccata e la vittima designata era proprio Marco, entrato nel mirino della camorra delle scommesse. A questo punto la Procura di Forlì apre un fascicolo (dopo che Rimini aveva fatto flop), l’inchiesta è coordinata dal procuratore capo Sergio Sottani e dal sostituto Lucia Spirito. E proprio davanti agli inquirenti Vallanzasca chiarisce i contorni della vicenda: quando si trovava nel carcere di Novara, nella primavera ’99, ricevè le confidenze di un detenuto per camorra che gli disse: “So che sei un bravo ragazzo, Renato, sei in galera da un sacco di anni e per questo mi sento di farti un favore. Hai qualche milione da buttare? Puntalo sul Giro. Non so chi vincerà, ma sicuro non sarà Pantani. Il pelatino non arriva a Milano”. Queste la ‘profezia’ del camorrista. Ci vorrà non poco tempo per ricostruirne l’identikit, verrà trovato dopo anni da quella rivelazione, parlerà e confermerà la versione. Emerge un quadro di soldi, scommesse “a perdere” e soprattutto la combine organizzata a Madonna di Campiglio per ‘comprare’ quelle analisi fasulle.

Schermata 2016-07-15 alle 13.35.11Dettagli, poi, verranno forniti da altri quattro camorristi – anche se le versioni, a quanto pare, non sarebbero perfettamente collimanti e in non pochi tratti nebulose – quindi da due “tifosi”, che in una pizzeria avrebbero ascoltato frasi sospette e addirittura “minacce”. Non è finita: ci sono ancora le verbalizzazioni di un fisioterapista e di un massaggiatore del Pirata. Ma soprattutto, agli atti, ci sono le parole-chiave, pronunciate dal responsabile del team medico che effettuò quei prelievi dopo il tappone dolomitico, il dottor Wim Jeremiasse, olandese, una lunga esperienza di Giri, Tour e Vuelte (e poi la testimonianza del suo autista): “Oggi il ciclismo è morto”. E dopo sei mesi lo stesso Jeremiasse muore in uno stranissimo incidente stradale in Austria, finendo – lui autista provetto – in un lago ghiacciato, il Weissensee. Non potrà più spiegare quelle parole, e l’incredibile stupore che aveva mostrato – davanti al pool di esperti – all’esito di quell’ematocrito. E gli altri tre medici, che diranno? Un’informativa dei Nas parla di comportamento “tutt’altro che trasparente e lineare”. Connivenze e omertà?

Tirando le somme, a questo punto Sottani e Spirito sanno di avere in mano elementi “forti”, “pesanti”, ma “non idonei a identificare eventuali colpevoli”. E per questo chiedono l’archiviazione del caso, anche perchè l’unico reato che riescono a delineare – quello di corruzione messa in atto dai clan per ottenere l’alterazione delle analisi di Pantani – è pronto per la prescrizione. Quindi tutto inutile.

Ma ci sono state successive svolte. E altre verbalizzazioni. Come quella di Rosario Tommaselli, un camorrista recluso proprio in quel ’99 a Novara. Agli atti c’è un’intercettazione telefonica con la figlia, raccolta dai carabinieri di Napoli. Dice Tommaselli: “la camorra ha fatto perdere il giro a Pantani cambiando le provette e facendolo risultare dopato”.

 

PARLA IL COLLABORATORE AUGUSTO LA TORRE

Il boss Augusto La Torre

Il boss Augusto La Torre

E come quella di uno dei boss di maggior peso, Augusto La Torre, oggi collaboratore di giustizia e difeso da Antonio Ingroia (e prima ancora da un altro ex magistrato di grido, poi avvocato, Libero Mancuso). Agli inquirenti riferisce il colloquio avuto con altri detenuti al 41 bis nel carcere di Secondigliano. I suoi interlocutori sono tutti pezzi da novanta, come Francesco Bidognetti, alias Cicciotto ‘e mezzanotte, un tempo dedito al traffico ai maxi traffici di rifiuti, Angelo Moccia, leader del clan che domina nell’hinterland di Afragola e non solo, Luigi Vollaro, ‘o califfo, capoclan nell’area di Portici. Parlano del clan Mallardo, che controlla l’area di un altro popoloso comune Giugliano, e della Alleanza di Secondigliano. “I tre mi dissero – sono le parole di La Torre – che il banco, se Pantani vinceva, saltava e la camorra avrebbe dovuto pagare diversi miliardi di scommesse clandestine. Come quando successe con Maradona e il Napoli degli anni Ottanta. E mi dissero, ‘ma quale bumbazza e bumbazza, l’hanno fatto fuori sennò buttava in mezzo alla via quelli che gestivano le scommesse’ ”. Ma poi pronuncia una frase che sembra costruita ad hoc per dar le ali alla taumaturgica prescrizione: “Escludo nella maniera più assoluta – precisa La Torre – che i medici siano stati minacciati: si tratta solo di corruzione”.

Piero Calabrò

Piero Calabrò

Così ha scritto, il 7 luglio sulla Gazzetta dello Sport, Piero Calabrò, ex magistrato e presidente della Nazionale italiana magistrati e noto opinionista tivvù: “Nella vicenda Pantani, pur di fronte al concreto sospetto che le analisi e i valori dell’ematocrito del Pirata siano stati alterati per volere della camorra, l’inchiesta rischia di essere archiviata (questa è stata la richiesta del pm e del gip) per sopraggiunta prescrizione delle ipotesi di reato: la corruzione messa in atto dai clan. La storia della camorra insegna al contrario che, nel momento in cui si decida di ottenere da qualunque persona determinati comportamenti, a quest’ultima non sia lasciata alcuna possibilità di scelta. Se, dunque, si è ipotizzato che i valori dell’ematocrito di Pantani siano stati cambiati per interesse della camorra, allora la contestazione da fare è quella dell’estorsione. Un reato (non ancora prescritto) che consentirebbe la prosecuzione delle indagini, nel tentativo di accertare la verità su quel gravissimo episodio”. Così prosegue l’ex magistrato: “fermarsi adesso equivarrebbe a una inspiegabile abdicazione della società civile nei confronti di un gruppo criminale organizzato. Non credo sia troppo chiedere che lo stesso dubbio e la medesima voglia di verità conducano chi ha l’onere di accertarla ad utilizzare tutti gli strumenti che il processo e la legge da sempre concedono. La speranza è che il Gip di Forlì trasmetta gli atti alla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, permettendo all’inchiesta di continuare su un importante percorso già tracciato dagli stessi inquirenti”.

A questo punto, cosa può succedere? Sentiamo una toga partenopea: “Ne possono succedere diverse. Forlì ha raccolto elementi importanti e testimonianze. Ma non va oltre. Nel frattempo hanno trasmesso tutto alla Dda di Bologna che a quanto pare non ha palesato grande dinamismo. Perchè gli elementi non sono così forti? Perchè forse molte circostanze sono riferite de relato, cioè non da testi diretti? O per quale altro motivo? Fatto sta che, quando anche Forlì dovesse muovere un passo verso l’archiviazione definitiva, Napoli potrebbe decidere di indagare ugualmente, e cioè continuare nel solco di quelle piste investigative, approfondirle, corroborarle con altre, incrociarle con altre forse già in suo possesso. Per la serie: il bagaglio di esperienza “criminale”, patrimonio di tanti anni di lavoro sul campo, può forse consentire alla Dda di Napoli di portare a termine – con buone possibilità di successo – quel lavoro iniziato a Forlì: ma ad un certo punto interrotto. Auspicabile, quindi, che la “palla” – come chiede Calabrò – passi agli inquirenti partenopei. Che di cosche, clan, collaboratori di giustizia attendibili o meno, riscontri e quant’altro da anni ne masticano abbastanza… Ottimo pane, quindi, per i loro denti. E affinché una luce, finalmente, possa arrivare su quella tragica morte. O meglio, su quel tragico “omicidio”, “ordito” a Madonna di Campiglio e giunto a tragica conclusione nel residence di Rimini (subito dopo la tragedia chiuso, e poi trasformato in una beauty farm a 4 stelle!).

A inizio di quest’anno il presidente dell’antimafia Rosy Bindi ipotizza la costituzione di una commissione d’inchiesta sul Giro del 1999 e dice: “Sentiremo i magistrati di Forlì e faremo le nostre valutazioni”. Quali valutazioni ha fatto? E ora la stessa Bindi ha convocato in questi giorni Donati dopo le rivelazioni shock sul caso Schwazer.

 

SLALOM SPECIALE TRA LE ILLOGICITA’

Ma torniamo al secondo nodo. La fine del Pirata. E l’incredibile sentenza di archiviazione pronunciata sempre a Forlì. Contro la quale ha appena depositato opposizione in Cassazione l’avvocato De Rensis. Che così spiega alla Voce: “C’è un profilo tecnico, nella nostra opposizione, e un profilo che entra, con tutta una serie di elementi, nel merito. Per quanto riguarda il primo, fa riferimento alla scarsa attenzione tuttora dedicata ai decreti di archiviazione decisi dal gip. A mio parere, occorre estendere il criterio della “illogicità” anche a tali provvedimenti, per garantire con maggior forza i diritti delle parti civili e far valere le loro ragioni, soprattutto quando sono corroborate da una vera e propria mole di elementi probatori”. E qui si passa al secondo aspetto, le palesi incongruità che hanno portato, fino ad oggi, ad una totale sottovalutazione di molte circostanze e, infine, alla richiesta di archiviazione.

Il residence Le Rose di Rimini all'epoca dei fatti

Il residence Le Rose di Rimini all’epoca dei fatti

Prosegue De Rensis, facendo un esempio emblematico: “scrive il gip: ‘non si può escludere che la carta gelato nel bagno di Pantani sia stata gettata inconsapevolmente nel cestino dei rifiuti nel corso del sopralluogo’. Ma come è mai lontanamente possibile ipotizzare che durante i sopralluoghi un agente o un inquirente si sia messo a mangiare un gelato e abbia poi buttato l’involucro nel cestino? Se stiamo a queste cose meglio andarcene tutti a casa!”.

Ugualmente “ai confini della realtà” la storia dei tre giubbotti in cerca d’autore e trovati nella stanza del Pirata. Commenta De Rensis: “Il gip scrive testualmente che ‘non si può escludere siano stati portati a Pantani dal marito della sua manager, inconsapevolmente’. Cosa vuol dire inconsapevolmente? Non si accorgeva di quello che faceva? Ma poi il marito della manager, su precisa domanda al riguardo, ha sempre negato di averli mai visti, quei giubbotti, né tantomeno portati!”. Marco – risulta da altre testimonianze – era arrivato al residence solo con un borsone.

Ma la sfilza di “anomalie” è solo all’inizio. E tutte vengono contestate, punto per punto, dalla famiglia Pantani. Eccone, fior tra fiori (purtroppo crisantemi per il povero Marco). Cominciamo da alcune evidenze “anatomiche”. Come si spiegano – se non con una colluttazione – le macchie di sangue sul corpo e intorno al corpo? Il volto semicoperto di sangue? Il taglio ad un sopracciglio? Un evidente livido all’avambraccio destro, con una macchia “a stampo”, segno di un trascinamento?

Passiamo alla scena del crimine. Stanza a soqquadro, mobili spostati, materassi lacerati. Possibile mai un Pantani in preda alla follia distruttiva e autodistruttiva prima della fine?

E poi la “pallina” fantasma. Una piccola sfera di “pane e coca” a quanto pare rinvenuta dalla polizia ma non notata da medici e infermieri del 118 subito intervenuti: qualcuno ce l’ha messa per corroborare la pista dell’overdose di coca? Del resto, la prima perizia medica a 48 ora dal decesso parlava di “morte per arresto cardiocircolatorio a causa dell’ingente quantità di droga ingerita”. Facendo a pugni con la seconda perizia, ordinata dal pm ed eseguita all’istituto di medicina legale di Verona, secondo cui “il decesso è dovuto primariamente al sovradosaggio di antidepressivi”. Coca, antidepressivi, mix o che?

Marco Pantani

Marco Pantani

Molto più articolata la terza perizia, condotta per conto della famiglia Pantani dal direttore dell’istituto di medicina legale dell’Università di Ferrara, Francesco Maria Avato: in base ad essa il Pirata fu costretto a ingerire coca a forza di botte e tale sarebbe il motivo delle lesioni nonché della morte.

C’è un’altra chicca: la polizia, a quanto pare, ha girato un lungo filmato, per documentare meglio la scena del crimine e le operazioni seguite. Ma quel filmato, così come è stato acquisito dagli inquirenti, risulta abbondantemente tagliato. Pensavano forse di doverlo mandare a Cannes e quindi eliminare qualche fastidiosa scena in più?

Auguriamoci che quel giallo, la morte del mitico Pirata, come nei capolavori di Hitchcock trovi gli autori e li assicuri alla galera. Auguriamoci che la tragedia – come spesso e volentieri accade per la giustizia di casa nostra – non si trasformi in sceneggiata.

 

 

LINK

GIALLO PANTANI / DOPO LA RICHIESTA  DI ARCHIVIAZIONE SPUNTA UN VERBALE CHOC DEL BOSS AUGUSTO LA TORRE 

 

GIALLO PANTANI / RIMINI VUOLE ARCHIVIARE. MA DA FORLI’ PUO’ ARRIVARE IL BOTTO

 

 

qui a grandezza naturale le storiche copertine della Voce (settembre 1986e marzo 1991)

copertina settembre 86cop marzo 1991

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