LE DUE GIUSTIZIE / IL CASO ESPOSITO E IL CASO DI PIETRO

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Antonio Di Pietro. In apertura il tribunale di Brescia

Antonio Di Pietro. In apertura il tribunale di Brescia

Possibile una giustizia a due facce nello stesso tribunale? Una condanna per quisquilie e pinzellacchere a base di fantomatici incontri con la Cia, fitti di casa, cravatte non restituite, biglie contro i vetri, scacchiere segrete? E, d’altro canto, un’assoluzione per fatti giudicati “non penalmente rilevanti” ma gravissimi sotto il profilo morale, deontologico, professionale e sociale? E che addirittura le sentenze riguardino proprio due magistrati, un peso e due misure stratosfericamente diverse? Storie di ordinaria “giustizia”. Succede a Brescia, dove il pm Ferdinando Esposito, prima in servizio a Milano, ora a Torino, è stato condannato a 2 anni e 4 mesi dal gup. In quello stesso tribunale anni fa veniva assolto Antonio Di Pietro, con una sentenza che fece calare il sipario su acquisti di immobili, auto, prestiti e altri cadeau ottenuti da alcuni inquisiti eccellenti a botte da centinaia di milioni di vecchie lire.

Partiamo dalla prima vicenda che riguarda il figlio di Antonio Esposito, presidente della seconda sezione penale della Cassazione; e nipote di Vitaliano Esposito, ex procuratore generale della Cassazione.

Guarda caso tutto ‘matura’ nel bollente 2013. In quella estate, il 2 agosto, al palazzaccio di Roma – sede della Cassazione – viene scritta

Il magistrato Antonio Esposito, per anni presidente della seconda sezione penale della Cassazione.

Il magistrato Antonio Esposito, per anni presidente della seconda sezione penale della Cassazione.

e depositata una sentenza storica: si tratta della prima condanna definitiva a carico di Silvio Berlusconi, che lo porterà poi ai famosi servizi sociali nella casa per anziani di Cesano Boscone. Comincia subito il fuoco di fila mediatico. Non solo ad attaccare Antonio Esposito sono le artiglierie di casa Mediaset, tivvù e il Giornale in prima fila, ma il mainsteam di casa nostra. Scende in pista il Corsera, con la penna di Piero Ostellino, secondo cui le fantasiose toghe di terzo grado hanno letteralmente inventato un reato che non esiste. Poi esplode il giallo del Mattino, che pubblica una conversazione telefonica tagliata e manipolata, per delegittimare Esposito, inducendo nel lettore la convinzione che “il contenuto della sentenza fosse già stato deciso prima ancora del deposito delle motivazioni”.

Il magistrato Ferdinando Esposito

Il magistrato Ferdinando Esposito

Un colpo da novanta viene poi assestato – la cosa è passata “quasi” inosservata – dal solitamente asettico Sole 24 Ore, che cerca di prendere due piccioni con una fava: attribuisce a Ferdinando Esposito, qualificato come figlio del presidente della seconda sezione penale della Cassazione e autore della sentenza bollente, una conversazione telefonica con il prefetto e vertice Aisi Francesco La Motta, appena arrestato su disposizione del gip della procura di Roma Massimo Di Lauro. Il giorno seguente dalla procura giunge una secca smentita, mentre il Sole impiega alcuni giorni per accorgersi della bufala, attribuendone la paternità al Ros! Un incredibile scaricabarile. Ma per cercare di delegittimare tutto fa brodo: la notizia taroccata, infatti, era stata abbondantemente ripresa e amplificata via Libero (“Fondi neri al Viminale, spunta il nome di Esposito”) e il Giornale (“Telefonate tra Esposito jr. e lo 007 in cella”).

 

L’AVVOCATO-RETTORE AMICO DELL’FBI

Un colpo tira l’altro ed eccoci alla sceneggiata messa in piedi da un avvocato piacentino, Michele Morenghi, Che un bel giorno si sveglia e comincia a bersagliare Ferdinando Esposito di denunce ed esposti: un autentico tiro al bersaglio. Di tutto e di più, nel minestrone preparato dall’avvocato emiliano, che ha il pallino non solo degli “integratori alimentari” tanto da voler mettere su un’impresina, ma soprattutto dell’Ungheria: risulta infatti Rettore di una folkloristica università magiara – la cattolica “Joseph Pulitzer” di Budapest – nonché titolare di uno studio legale sulle rive del bel Danubio blu. Non basta: nel suo fittissimo pedigree spicca un’illustre carica, fra le tante: “Cavaliere di prima classe del Sacro Angelico Ordine Costantiniano di San Giorgio, fregio riconosciutogli con decreto 11/05/2012 del Ministero degli Esteri Italiano”. A Piacenza, invece, molti lo descrivono come uno un po’ picchiato; e ricordano un paio di liti con Polstrada e Carabinieri, del tipo “lei non sa chi sono io” e un esposto da 500 mila euro per danni, sia contro il ministero della Giustizia che il comandante della Polstrada.

L'avvocato Michele Morenghi con gli abiti dell'ordine cavalleresco

L’avvocato Michele Morenghi con gli abiti dell’ordine cavalleresco

Nei molteplici esposti improvvisamente partoriti dalla vulcanica mente del legale piacentino, mancano solo gli Ufo per completare il quadro. Per il resto c’è di tutto.

Così esordisce la funambolica ricostruzione firmata per il Corsera da Luigi Ferrarella e Giuseppe Guastalla. “Non solo la questione dei soldi in prestito chiesti a un legale piacentino (7 mila euro in gran parte restituiti), a un commercialista brianzolo (10 mila euro non ancora restituiti) e a un imprenditore romano (5 mila euro); ha anche un problema di casa in affitto Ferdinando Esposito, il pm” che “quando nel marzo 2009 si trasferisce a Milano chiede un appoggio logistico a un amico (conosciuto nel 2007 tra le famiglie al mare in Calabria) nella casa che costui con la società Domo Consulting aveva preso in affitto a Milano nel 2004 dalla Maiga srl dell’immobiliarista genovese Giuseppe Luce, ma che non usava più tanto e che anzi aveva provato invano a disdettare prima della scadenza di fine 2012”. Un perfetto verbale di condominio. E anche semi incomprensibile.

Non solo su prestiti, fitti e contratti si basano gli esposti firmati dal legale-rettore. Che punta l’indice in alto, molto in alto: fino ai rapporti con Clinton e l’amministrazione Usa. In uno presentato oltre che a Brescia anche a Perugia, aguzza il suo fiuto investigativo scoprendone delle belle su un viaggio dei tre Esposito (Antonio, Ferdinando e Vitaliano) negli States, anno 2011, “per prendere contatti con la Cia per farsi consegnare dei documenti compromettenti” e per ottenere “la benedizione a stelle e strisce sulla futura condanna dell’allora capo di governo Berlusconi”. Partecipava anche il Papa al summit?, sorge spontanea la domanda.

Il logo dello studio legale Morenghi

Il logo dello studio legale Morenghi

Morenghi, però, si prende sul serio, ed è soprattutto la sua penna a filar via in piena ebbrezza: parla di “documenti riservati di Wikileaks”, dei “rapporti Putin Berlusconi”, di “voli aerei e soggiorni pagati”, di un incontro alla Niaf di Washington e poi punta i riflettori: “resta da comprendere tale importante delegazione della magistratura italiana chi incontrò e da chi venne ricevuta in tale soggiorno: ciò potrebbe emergere in ipotetici rapporti del Central Intelligence Agency americano e verificando se dal viaggio negli Stati Uniti siano stati consegnati documenti a tali magistrati nel consesso della Niaf. Mi corre il dovere di riferire – osserva Vate Morenghi – che il mio nominativo è professionalmente conosciuto al FBI di Washington”. Non è certo finita. Perchè – denuncia il Rettore del prestigioso ateneo – “nell’anno 2012 a Budapest-Ungheria vi era più di una fonte ritenuta attendibile e sosteneva che un magistrato italiano intrattenesse legami con uomini importanti vicino al Presidente Clinton e di autorità politiche italiane, da rilevare che Ferdinando Esposito frequentava assiduamente una ragazza ungherese”. Ma vuoi vedere che si trattava della nuova fiamma di Bill, la Monica Levinsky in salsa magiara?

Dalle stelle (con strisce) alle stalle il passo non è poi lungo. E così la acrobatica fantasia del legale piacentino ha modo di inerpicarsi su altri sentieri. A partire dai pericoli per la propria vita: “confermo che temo per la mia incolumità e all’oggi non sono stato fornito di alcuna protezione rilevato che ho il sospetto fondato di poter essere vittima di ritorsioni”. Bersaglio di ‘ndrine e cosche, l’indifeso Morenghi chiede aiuto allo Stato e l’applicazione di una misura cautelare nei confronti del suo persecutore: il “divieto di avvicinamento ai luoghi da me frequentati nonché di comunicazione nei miei confronti”. Pericolosissima, tra l’altro, una palestra, ‘Downtown’, perchè vi si allena Esposito ed è situata nei pressi dell’abitazioni dell’avvocato (“ritengo di essere perseguitato da Ferdinando che staziona fuori da casa mia aspettandomi”).

 

BIGLIE, SCACCHIERE E CRAVATTE FUMANTI

Un crescendo di episodi intimidatori, quello dipinto dalla eruttiva mente dell’ubiquo legale. A cominciare dall’atroce episodio del “lancio di una biglia dall’esterno della sua abitazione” che avrebbe prodotto il danneggiamento di un vetro, episodio finito anche sulla prima pagina del New York Times. Passando poi per Londra, via Sherlok Holmes, e il mistero della preziosa scacchiera che conteneva documenti-bomba: “Esposito potrebbe nascondere i documenti sotto la scacchiera pregiata presente sul tavolo antistante la cucina della sua abitazione dove è solito tenere documenti riservati”. Allertato l’FBI, in subbuglio il KGB. Fino a uno degli episodi clou: il mistero della cravatta di Hermes. Cosa è successo? L’avvocato la regala all’“amico” magistrato per il suo compleanno. E cosa fa, da che mondo e mondo, chi riceve un cadeau? Lo restituisce. Tanto avrebbe dovuto fare – secondo i meandri della Mente firmata Morenghi – Ferdinando Esposito. Che non la restituisce, e quindi viene denunciato per appropriazione indebita.

Siamo su Scherzi a parte? No, nelle aule del tribunale di Brescia. Dove è andata in scena una singolar tenzone tra gip, gup, pm e terza sezione penale e del riesame.

Michele Morenghi

Michele Morenghi

Partiamo dall’ultimo atto, la fresca condanna a carico di Ferdinando Esposito pronunciata dal giudice per l’udienza preliminare e con solerzia descritta da Ferrarella sul Corsera del 7 luglio: “2 anni e 4 mesi in rito abbreviato per ‘induzione indebita’ di un commercialista spinto a prestargli 5 mila euro a fronte della possibilità di presentargli in procura magistrati che potessero poi affidare al professionista incarichi da consulente; e per ‘tentata induzione indebita’ dell’allora amico Michele Morenghi, legata ad aver cercato di indurlo a subentrare (con una dirigente immobiliare) nell’affitto di 32 mila euro annui dell’attico vicino al Duomo dove il pm viveva, prospettando a Morenghi (interessato a mettere in commercio un integratore alimentare) che altrimenti in procura ‘può capitare di tutto alle aziende sbagliate con l’inchiesta sbagliata’”.

Ma chi era mai Claudio Scajola che si faceva regalare case vis a vis col Colosseo a sua insaputa dagli amici imprenditori della Cricca e poi veniva assolto con le scuse?

L’odierna ordinanza del gup fa letteralmente a pugni con la sentenza pronunciata, il 30 settembre 2014, dai giudici della “terza sezione penale e del riesame”, che smontavano pezzo a pezzo le fantasie del legale piacentino e, soprattutto, ogni sua credibilità e tantomeno attendibilità.

Ecco qualche passaggio. “A voler seguire le affermazioni di Morenghi, tali per cui fin dall’inizio Esposito avrebbe esercitato pressioni sull’amico fino all’esplicitazione di vere e proprie minacce a fronte del suo diniego di soddisfare la richiesta di subentro del contratto, si offre una ricostruzione del tutto illogica”. Ancora: “gli elementi obiettivi acquisiti danno conto dell’assenza di qualsivolgia minaccia o indebita pressione di Esposito nelle conversazioni avute con Morenghi sull’ipotesi di un’intestazione dell’appartamento alla società Double; e se l’indagato ha in qualche modo insistito perchè l’amico soddisfacesse questo suo desiderio ciò è avvenuto nell’ambito di quella cordiale e stretta frequentazione che li legava da qualche mese”.

E poi. Il comportamento dell’avvocato piacentino viene contrassegnato, secondo i giudici della terza penale e del riesame, da “una forte ambiguità” e l’intero contesto viene “creato artificiosamente da Morenghi”. Le toghe, poi, sottolineano l’estrema gravità di una (vera o presunta non si sa) registrazione telefonica di cui parla Morenghi, adatta a “provocare una scomposta reazione dell’interlocutore utile ai suoi scopi”.

E concludono: “in definitiva, gli accorgimenti di Morenghi nella conduzione dei rapporti con Esposito da un lato e con Rossi (l’amministratrice della società Double, ndr) dall’altro, e la registrazione del colloquio, confermano una versione dei fatti dissonante logicamente dagli elementi acquisiti e, giocoforza, una profonda inaffidabilità narrativa del denunciante (Morenghi, ndr) anche in relazione alla descritta condotta, ambigua ed equivoca”. E “inaffidabile”, viene poi aggiunto, ad abundantiam.

Ma quel pm – così oggi decide il gup – s’ha da condannare. E le parole di quel Vate sono oro colato.

 

ANTONIO DI PIETRO E L’ALBERO DELLA CUCCAGNA FIRMATO MANI PULITE

Passiamo alla seconda “story”. Quella che portò alla sbarra – sempre a Brescia – Antonio Di Pietro. “Dovevo rispondere alle tante accuse che mi venivano rivolte, per questo lasciai la toga e poi dopo aver vinto mi sono dato alla politica”, secondo le fresche pennellate dell’ex pm, un’intervista rilasciata poco prima di volare per il Brasile ad una maxi conferenza sulla Mani Pulite – la Lava Jato – che da un anno tiene banco nella cronache giudiziarie carioca. In un precedente articolo, abbiamo riportato alcuni passaggi tratti dal libro “Corruzione ad Alta Velocità” e dedicati soprattutto all’inchiesta annunciata e mai fatta dal super pm, quella su Francesco Pacini Battaglia, l’uomo a un passo da Dio che conosceva i segreti delle Maxi Tangenti, a partire da quella Enimont: ma non trascorse neanche un giorno in galera.

Stavolta, invece, riportiamo altri passaggi dallo stesso volume scritto nel 1999 da Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato, oggi più attuale che mai, anche per le tante storie di case, immobili, prestiti, regali, fitti allegri e altre “utilità” di cui il grande Moralizzatore ha potuto godere, grazie ad alcuni facoltosi suoi inquisiti eccellenti. Vediamo allora, in rapida carrellata, fior tra fiori. Ricordando che da quelle accuse Di Pietro è stato del tutto prosciolto, proprio dal tribunale di Brescia, perchè si trattava di “fatti non rilevanti sotto il profilo penale”.

Il pool di Milano al tempo di Tangentopoli

Il pool di Milano al tempo di Tangentopoli

Da pagina 128 – “La stessa signora Di Pietro (Susanna Mazzoleni, ndr) era stata legale della MAA assicurazioni quando Giancarlo Gorrini, anch’egli sfortunato accusatore dell’ex pm milanese, al quale comunque aveva prestato ben 100 milioni senza interessi e senza termine per la restituzione. Sempre Gorrini aveva permesso a Di Pietro l’acquisto di una ‘Mercedes’ a prezzo stracciato e con comode rade e poi aveva contribuito al salvataggio economico dell’altro amico di Di Pietro, Eleuterio Rea, capo dei vigili urbani a Milano e pieno di debiti per il suo amore per il gioco”.

“Le auto sono un po’ la costante nella vita di Di Pietro. Non c’è solo la Mercedes di Gorrini, c’è anche la ‘Lancia Dedra’ intestata ad una società di D’Adamo, la “Sii spa”, che Tonino usava e alla cui manutenzione provvedeva un collaboratore del magistrato, Rocco Stragapede. La Dedra era fornita anche di radiotelefono (intestato alla Edilgest Finanziaria, altra società di D’Adamo). Stranamente Di Pietro restituisce macchina e radiotelefono soltanto quando divennero di pubblico dominio i rapporti tra il pm e l’imprenditore”.

“Tra il 1990 e il 1993 Di Pietro ha avuto in uso anche un appartamento di proprietà del solito D’Adamo, un appartamento in via Agnello 5, a Milano. Stando alle dichiarazioni di D’Adamo, Di Pietro non ha mai pagato né canone, né luce, né telefono”.

“E’ poi assolutamente naturale che a chi compra casa gli amici facciano a gara nel fare prestiti per qualche centinaio di milioni, naturalmente senza alcun interesse e tantomeno stabilendo delle antipatiche date di restituzione. Seguendo questa nobile consuetudine, che testimonia tutto il suo affetto per il magistrato, anche D’Adamo, nel 1991, è corso in aiuto di Di Pietro, quando costui decise di acquistare la casa in quel di Curno (Bergamo). Gli versò qualcosina più di 100 milioni, che gli furono restituiti, senza interessi, tre anni dopo, ma in contanti. E dentro una scatola da scarpe”.

Pagina 129 – “Ma come per le auto, anche con le case Di Pietro era insaziabile. Sempre nel 1991 (prima cioè che scoppiasse l’inchiesta ‘mani pulite’) l’allora magistrato scopre di aver bisogno di un altro appartamento a Milano. Con le opportune entrature, come si addice ad uno che conta, raccomandato dal socialista Sergio Radaelli, presidente della Cariplo, la Cassa di Risparmio delle Province Lombarde, Di Pietro si vede assegnare in affitto un appartamento in via Andegari, numero 18, nel pieno centro storico della città. La raccomandazione evidenzia che la cosa (o meglio, la casa) interessa al sindaco Paolo Pillitteri”.

Pagina 130 – “Anche il caro Rocco ha in uso un cellulare, ovviamente intestato a una società di D’Adamo. E per la casa, dottò, che debbo fare? Non c’è problema, Rocco. Ti va bene Rho? Non è distante da Milano. Anche l’appartamento dove Rocco Stragapede vive, è intestato ad un dipendente di D’Adamo, che è in possesso delle ricevute del canone d’affitto per il periodo gennaio-novembre 1994 e della quasi totalità delle bollette per luce e gas del periodo luglio 1993 – luglio 1995. Persino una libreria per la casa di Curno risulta essere stata pagata da D’Adamo, con un assegno firmato da Stragapede, coperto da soldi dati però dallo stesso ingegnere”.

“L’ing. D’Adamo – è bene ricordarlo – si è deciso a rivelare questi retroscena del rapporto con l’allora magistrato soltanto nel 1997, dopo che per diversi anni aveva insistito – anche di fronte ai pubblici ministeri di Brescia che indagavano sulle vicende legate agli altri ex amici di Di Pietro, come Rea e Gorrini – nel fornire versioni coincidenti con le tesi difensive dell’amico magistrato. Furono proprio le deposizioni rese a quel tempo da D’Adamo ad essere utilizzate per smentire le accuse dei pm di Brescia contro Di Pietro, consentendo all’ex magistrato Di Pietro di essere prosciolto dal gip per cominciare la sua ascesa politica. E non appare quindi casuale che D’Adamo mantenne le dichiarazioni che salvavano Di Pietro fino a quando questi era pubblico ministero o fino a pochi mesi dopo. In seguito, quando Tonino lasciò la magistratura, D’Adamo dichiarò di aver mentito e di volere la verità. D’Adamo – anche questo è bene precisarlo – per un periodo abbastanza lungo ha svolto il ruolo di intermediario tra l’ex magistrato e Silvio Berlusconi, alla cui area politica lo stesso Di Pietro faceva oggettivamente riferimento. Tanto che gli fu offerto un dicastero proprio nel governo Berlusconi”.

Schermata 2016-07-03 alle 11.10.13Pagina 135 – “Rea si indebitò per la sua mania per il gioco, Di Pietro lo salvò. Come? Secondo i pubblici ministeri di Brescia, facendogli avere un prestito da un altro amico: Gorrini. Vero o falso? Il gip non ci crede. Il dossier, contenente tutte le malefatte di Tonino, che Gorrini consegna nel novembre del 1994 alla magistratura di Brescia è stato oggetto di un’inchiesta giudiziaria conclusasi con la solita archiviazione decisa dal gip. Ciononostante dei contenuti di quel documento si occupa ampiamente la sentenza del tribunale di Brescia che manda assolti Previti e compagni dall’accusa di minacce rivolte a Di Pietro e sconfessa ripetutamente il famoso pm”.

Pagina 136 – “Lasciamo parlare la sentenza del tribunale di Brescia: ‘L’esborso era stato, dichiarava Gorrini, di circa 600 milioni, dei quali 300 versati da lui. Il risanamento della situazione finanziaria era stato coordinato personalmente da Di Pietro. La conclusione dell’operazione era stata festeggiata con una cena, cui avevano partecipato D’Adamo, Rea, Rocca, Di Pietro, Pillitteri, Prada e Redaelli’. C’è qualcosa che colpisce nel contenuto di questa sentenza: la diversa e diametralmente opposta valutazione di alcuni episodi della ‘Di Pietro story’ fatta dal tribunale di Brescia, presieduta dal giudice Maddalo, rispetto al gip di Brescia, Anna Di Martino. Il tribunale, dimostrando di non avere alcun timore reverenziale nei confronti dell”eroe di mani pulite’, ritiene scarsamente attendibili le versioni prospettate da Di Pietro, concernenti i suoi rapporti con Gorrini, Rea e D’Adamo. E questo fa con ragionamenti che a noi sembrano molto più convincenti di quelli fatti dallo stesso ex magistrato, seguiti invece con benevolenza dalla Di Martino”

Pagina 137 – “Non va neanche dimenticato che il tribunale di Brescia voleva procedere ad un confronto dibattimentale fra Di Pietro e D’Adamo. Ma l’ex ‘grande inquisitore’ si avvalse della facoltà di non rispondere, privando l’opinione pubblica della possibilità di capire da che parte fosse la verità”.

Pagina 139 – “Secondo il tribunale di Brescia, ‘Di Pietro ebbe coscienza e consapevolezza della persona che aveva provveduto all’esborso di 100 milioni fin quasi dall’inizio’. E ancora: ‘Di Pietro sapeva bene da chi proveniva il denaro e a chi doveva essere restituito’. Ma anche questa circostanza, di eccezionale valore indiziante, sfugge all’attenzione dell’ineffabile gip Di Martino, la cui sentenza sembra fare sempre più acqua da tutte le parti”.

Pagina 140 – “Il tribunale di Brescia in definitiva crede a Gorrini e non a Di Pietro. Lo dimostra questo brano della sentenza: ‘E’ indubbio che tutti i fatti raccontati da Gorrini si erano realmente verificati: la prestazione di attività di Cristiano Di Pietro in favore della Maa; l’assegnazione di alcune cause a Susanna Mazzoleni da parte della Maa; l’erogazione di un prestito a Di Pietro da parte di Gorrini; di un’autovettura recuperata dalla Maa e trasformata da Di Pietro stesso in prestito; l’intervento di Di Pietro per ottenere che D’Adamo e Gorrini erogassero prestiti a Rea onde favorire l’estinzione di debiti consistenti’. Si trattava quindi di un sistematico ricorso ‘di Di Pietro ai favori di Gorrini, il quale alla data del novembre 1994 risultava già condannato per appropriazione indebita, come da lui stesso dichiarato in sede di audizione dell’ispettorato’ ”.

Nessun fatto o circostanza contenuta in “Corruzione ad Alta Velocità” è stata mai smentita dall’ex pm ed ex leader dell’Italia dei Valori.

 

 

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LAVA JATO / DI PIETRO FA LEZIONE – 3 luglio 2016

 

DI PIETRO COME SCHETTINO – L’ARBITRATO CHE AFFONDA IL PAESE – 13 luglio 2015

 

leggi l’articolo della Voce di ottobre 2013

articolo Voce ottobre 2013

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