CASO MORO / “DOVEVA MORIRE”, DICE ADESSO L’EX BOSS RAFFAELE CUTOLO. MEGLIO TARDI CHE MAI

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“Moro doveva morire”, titolavano nel 2008 la ricostruzione dell’omicidio dello statista Dc Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato. “Non l’hanno voluto salvare, questo ve lo posso dire”, verbalizza oggi l’allora capo della Nco Raffaele Cutolo, mezza vita in galera e adesso capace di sfornare qualche pezzo di verità davanti ai pm romani. “Erano politici di alto grado… la Democrazia cristiana, comunque… Gava, comunque”.

Scopre l’acqua calda, dopo quasi quarant’anni di silenzi. Meglio tardi che mai. Sarà l’imput perchè la magistratura si decida una buona volta a fare chiarezza giudiziaria su una vicenda che storicamente è ormai stralimpida anche per gli alunni più arretrati con i programmi scolastici? Staremo a vedere. Per ora ecco gli ultimi fatti.

L’ennesima inchiesta sul caso Moro sta procedendo di pari passo con l’ennesima commissione parlamentare d’inchiesta, stavolta presieduta dall’ex dc, poi Margherita e ora Pd Giuseppe Fioroni. Testimonianza eccellente proprio quella dell’ex capo della Nco, in galera dal 1979 e mai una parola su quei segreti capaci di inchiodare alle loro responsabilità pezzi da novanta dei Palazzi che hanno governato per anni l’Italia, consegnandola ai poteri criminali: anzi governandola in combutta con quelle mafie.

Ora dalla bocca di don Raffale esce qualche mezza parola, scampoli di una verità del resto straconosciuta. Ecco qualche frase, fior tra fiori. “Non per fare il buffone ma Moro lo potevo veramente salvare. Allora, con la mia organizzazione, eravamo fortissimi a Roma”. Comunque l’ex boss fornisce una prima notizia: già a fine anni ’70 la camorra era ben presente a Roma, circostanza ignota dai media nostrani che hanno “scoperto” le presenze malavitose solo via “Mafia Capitale”.

Continua il racconto di Cutolo a proposito del contrordine arrivato al suo braccio destro, Enzo Casillo, alias ‘o Nirone, il luogotenente sulla piazza romana: “mi disse che i suoi amici avevano detto di farci i fatti nostri, di non interessarci di Moro”. E così si bloccò il progetto per liberare l’uomo che lavorava al compromesso storico con Berlinguer: “Era un piano semplice, uomini dell’organizzazione si sarebbero portati, armati, presso l’appartamento, visto che solo quattro, cinque persone vigilavano sul covo di Moro. Un’irruzione di forza, stavano al pianterereno”. Un piano studiato da ‘O professore con un altro malavitoso, Nicolino Selis, affiliato alla Banda della Magliana: “venne a trovarmi ad Albanella (un paesino nel salernitano, ndr) e mi chiese se mi interessavo a Moro, perchè lui, non volendo, stava proprio latitante, con la sua fidanzata, dove stava Moro, nello stesso palazzo…”.

Aldo Moro. In apertura Raffaele Cutolo e, qui sotto, Valerio Morucci

Aldo Moro. In apertura Raffaele Cutolo e, qui sotto, Valerio Morucci

Una versione già fornita dal boss in precedenti interrogatori e mai seguita come pista dagli inquirenti; ora ripetuta davanti agli odierni pm, Michele Prestipino e Eugenio Albamonte. Ai quali racconta dettagli anche sull’altro sequestro eccellente, quello dell’ex assessore Dc Ciro Cirillo, che ebbe però un esito del tutto diverso: una trattativa in piena regola, un riscatto, un patto tra Dc e camorra con la supervisione dei servizi segreti, appalti garantiti per il dopo terremoto e soprattutto una perfetta sinergia, per gli anni a venire, tra “istituzioni” e camorra, che proprio da quel momento (la liberazione di Cirillo) diventa una autentica holding. “L’ho salvato io e per premio mi mandarono all’Asinara”, commenta oggi con amarezza ‘O professore.

Sorgono spontanei alcuni interrogativi. Ma c’era bisogno di una nuova commissione e di un’altra inchieste per “scoprire” – ora – pezzi di verità ben noti da trent’anni e passa? Su entrambi i “gialli”. Arrivando a tempi più recenti, non sarebbe bastato, anni fa, interrogare una buona volta per via giudiziaria l’uomo che ha rivelato tutta la verità e niente altro che la verità sul caso Moro, ossia Steve Pieczenick? Il pezzo da novanta dei servizi segreti americani catapultato a Roma per coordinare il “comitato di crisi” composta da 11 piduisti su 12 – un bel primato – che affiancava l’allora ministro degli Interni, Francesco Cossiga. “Abbiamo pianificato tutto perchè la trattativa con le Brigate Rosse non avesse esito”, ha spiegato, senza peli sulla lingua, l’uomo della Cia ad un giornalista francese nel 2007, Emmanuel Amarà. E pochi mesi dopo la sua testimonianza è uno dei pezzi forti del volume “Doveva Morire”, nel quale Imposimato e Provvisionato ricostruiscono, tassello dopo tassello, quel mosaico di omissioni, connivenze, collusioni e complicità che hanno decretato la fine di Moro e – al tempo stesso – della “democrazia” nel Paese.

Schermata 2016-07-01 alle 19.18.02La Voce ha più volte ricostruito quegli scenari. E a proposito della “eterodirezione” delle Bierre, val la pena di rileggere un articolo del 2010, “Bierre Rossonere”, in cui venivano dettagliati i rapporti più che amichevoli, anzi “scientifici”, tra l’ex super colonnello dei Servizi, Mario Mori (fresco di assoluzione per la mancata cattura di Bernardo Provenzano, dopo un’analoga sentenza assolutoria per la mancata perquisizione del covo di Totò Riina) e Valerio Morucci, il telefonista che comunicò l’avvenuta esecuzione dello statista Dc. Tutti e due insieme, l’uomo dei Servizi e il Bierre, nella rivista Theorema, meteora nel panorama editoriale romano, sotto i vessilli dell’allora sindaco Gianni Alemanno. Tra i collaboratori eccellenti, anche il nero doc, l’ex ordinovista Loris Facchinetti: un vero tris d’assi…

 

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