LOTTA ALLE MAFIE / IN GALERA I CAPI CLAN, SEMPRE PIU’ LIBERI I COLLETTI BIANCHI

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Continua il silenzio assordante sulla nuova Tangentopoli targata “Impresa”, dopo gli arresti eccellenti di pezzi da novanta come Vincenzo Maria Greco e Raffaele Raiola decisi dalla procura di Roma, che indaga sugli appalti arcimilionari per il Tram veloce a Firenze e su un buco da 700 milioni di euro nelle casse di Impresa finiti nelle allegre tasche – stando alle minuziose ricostruzioni degli inquirenti – dello stesso Raiola e della famiglia Greco, in particolare i rampolli Ludovico e Maria Grazia. Un’inchiesta Grandi Appalti del tutto oscurata. Tutti allineati e coperti per non creare imbarazzi al direttore del TG1, Mario Orfeo, nipote di Vincenzo Maria Greco?

E Orfeo si sente offeso dalle parole della senatrice 5 Stelle Barbara Lezzi – che l’oxfordiano Bruno Vespa vorrebbe “prendere a schiaffi”, assecondando i desiderata del Capo – perché osa parlare del suo “PD1”. Orfeo, evidentemente, non può dimenticare gli amici di l’altro ieri: non solo Pd, oggi, ma storicamente la Dc del grande amico Paolo Cirino Pomicino, ‘O Zio Greco sempre impegnato dal dopo terremoto all’alta velocità su affari e progettazioni a tutto campo; e poi l’amico di sempre, quell’Italo Bocchino fedele scudiero di Gianfranco Fini prima sotto i vessilli di An poi di Fli (sparite quelle bandiere, ora il Bocchino nazionale è il public relation man di Alfredo Romeo, il big delle gestioni immobiliari nel Belpaese).

Amato Lamberti. In apertura l'edizione 2016 del Premio Lamberti. Al centro, Franco Roberti

Amato Lamberti. In apertura l’edizione 2016 del Premio Lamberti. Al centro, Franco Roberti

Nel corso del “Premio Amato Lamberti” che si è svolto il 27 giugno nella sala consiliare del Comune di Napoli, per attribuire due borse di studio su temi di mafie, camorre e ‘ndranghete, e dedicata alla figura di Lamberti, storico fondatore dell’Osservatorio sulla camorra a inizio ’80, al quale collaborava Giancarlo Siani, hanno parlato, fra gli altri, il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti e il pm della procura di Napoli Alfonso D’Avino, per un decennio impegnato nella sezione “reati contro la pubblica amministrazione”. Ad inizio anni ’90 D’Avino faceva parte del pool (composto da quattro magistrati, capeggiati da Arcibaldo Miller, che poi sarà per anni il capo degli ispettori ministeriali) che indagò sugli sperperi del dopo sisma, purtroppo finito in prescrizione (e solo lievissime condanne per pesci piccoli dopo anni di indagini).

Ha ricordato D’Avino: “In questi giorni sentiamo di alcuni personaggi che tornano alla ribalta. Un costruttore e un ingegnere a Roma che erano già presenti in alcune inchieste un quarto di secolo fa. E’ desolante constatarlo”.

Eppure la prima vera inchiesta sulle connection politica-imprese-camorra, una autentica, esplosiva Tangentopoli ante litteram, era sbocciata non a Milano, ma a Napoli, ad inizio 1984, con l’inchiesta su Monteruscello e, in particolare, su “calcestruzzo e imprese di pulizia”, che già allora rappresentavano due ottimi canali per riciclaggi spinti. Tutti dentro quelle inchieste: la crema dei mattonari locali e nazionali (dalla pomiciniana Icla alla gigliata Pontello, guarda caso tornata alla ribalta con l’appalto per il Tram di Firenze poi passato ad “Impresa”!), la crema politica, in particolare rappresentata dagli alter ego dei big (ad esempio Vincenzo Maria Greco per Pomicino e Aldo Boffa per il pluriministro dc Enzo Scotti), e, ovviamente, i clan, con una Nco in fase di tramonto, una rampante Nuova Famiglia e i Casalesi all’orizzonte. Tutti insieme, d’amore e d’accordo per spartirsi quella torta arcimiliardaria, ossia la realizzazione della Pozzuoli bis sulla scorta di un’emergenza taroccata, quella per il bradisisma che rendeva la terra (sic) ballerina.

Fu allora che scesero in campo i pm, quelli veri, capaci di leggere carte e documenti, effettuare i giusti incroci societari, individuare nomi, sigle e prestanome, passare ai raggi X i bilanci societari, spulciare tra i conti correnti, decodificare le maglie di forniture, appalti e subappalti. Tre inquirenti giovani ma arci preparati: come Franco Roberti, appunto, Luigi Gay (oggi procuratore capo a Potenza) e Paolo Mancuso (procuratore capo a Nola). Ma “quella inchiesta doveva morire” (così come è stato per Moro, secondo le ultime rivelazioni di Raffaele Cutolo, e come titolava nel 2008 il libro scritto da Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato, “Doveva Morire”) perchè altrimenti sarebbero saltati i Palazzi che contano e i loro inquilini eccellenti, che invece hanno potuto proseguire indisturbati gli Itinerari miliardari lungo tutti gli anni ’80. Incredibile ma vero, infatti, quella super documentata inchiesta, capace di superare indenne tutte le bufere dibattimentali e approdare a sentenza, venne stoppata e archiviata in istruttoria. Rimaste negli annali (e nei verbali del Csm) le continue telefonate e sollecitazioni del ministro Scotti al procuratore capo di Napoli, Alfredo Sant’Elia, “perchè si chiuda in fretta”. E così fu: pietra tombale e tutti liberi di svaligiare per anni le casse pubbliche.

Osserva oggi Roberti. “Sì, un vero peccato. Ma avemmo anche la sfortuna di non essere riusciti a rompere il muro di omertà, nessun politico o imprenditore volle collaborare”. Le cronistorie passate rammentano che un super assessore (la bellezza di 9 deleghe a palazzo San Giacomo) di allora, il socialista Silvano Masciari, era lì lì per aprire lo scrigno dei ricordi. Ma con ogni probabilità qualcuno – o più d’uno – lo convinse che era meglio non farlo e quello scrigno rimase per sempre sigillato.

Oro colato, quell’inchiesta su Monteruscello, l’inchiesta che – nonostante i muri di gomma eretti intorno – con la sola forza delle proprie indagini e della raccolta probatoria, senza scomodare pentiti o collaboratori di giustizia, né gole più o meno profonde, riuscì a corroborare con vigore il proprio impianto accusatorio. E ci volle solo l’intervento della Giustizia dei Forti, del Palazzo, per spedire tutto sotto quintali di naftalina.

Paolo Cirino Pomicino

Paolo Cirino Pomicino

Ma resta l’interrogativo. Come mai nessuno volle parlare a Napoli? Perchè non successe come a Milano, con svariati imprenditori pronti a vuotare il sacco? Una spiegazione – corposa – c’è. Se all’ombra della Madunina la gran parte degli imprenditori versavano mazzette nel perfetto copione corruzione-concussione, e a un certo punto era inevitabile che qualche maglia della rete si sfilasse, o qualche tessera del mosaico saltasse, portando giù tutto il contesto con un inevitabile effetto a catena, a Napoli lo scenario era diametralmente opposto: politici, imprenditori e camorristi alla stesso tavolo, per decidere INSIEME come dividersi la torta, come ‘scrivere’ le amichevoli regole per spartirsi il bottino. Nessuna corruzione, nessuna concussione, nessuna pistola puntata sulla tempia, nessuna minaccia o intimidazione. Solo un accordo, un agreement (tra gentlemen?), un’intesa fra bravi compagni di merende. A questo punto, chi denuncia chi? A chi conviene mai spezzare la trama? A chi salta mai in testa di alzarsi e buttar giù la tavola imbandita?

Incredibile ma vero, è lo stesso ‘O ministro Pomicino a spiegare il “suo” meccanismo, frutto degli accurati studi messi in cantiere con l’amico Greco. Lo racconta Geronimo (questo il nickname usato per le imprese editoriali) in un suo best seller. Fa parlare l’amico costruttore Francesco Zecchina, solito contribuire una o due volte all’anno con generosi regali “liquidi” in favore del patinato Itinerario, il mensile di casa al quale collaborava – profumatamente retribuita – la crema degli inviati e dei corrispondenti della stampa di mezza Italia. “Ricordo che un Natale – rievoca con emozione l’amico Zecchina – mi presento a casa di Paolo su appuntamento e non lo trovo. Mi ripresento e niente. Allora gli telefono e gli domando, “Paolo, che ti ho fatto? Dovevamo vederci per il solito regalo, dimmi se ti ho fatto qualcosa”. Mitico.

E allora, sorge spontanea una domanda grossa come una casa. Come mai nessuno dei 4 pm impegnati nella maxi inchiesta sul dopo terremoto ha pensato di evitare l’inesistente binomio corruzione-concussione, agevolmente smontabile anche da un avvocato senza laurea; e invece imputare la variegata e numerosa band di 416, ossia associazione a delinquere? Caso mai aggiungendoci un doveroso bis, vale a dire “di stampo mafioso”, vista la presenza ovunque di cosche e clan? Incredibile ma vero, nelle maxi indagini durate quasi un decennio, in quintali di carte e faldoni, dei camorristi non c’è traccia, di connection e riciclaggi neanche l’ombra. Quando anche le pietre sapevano che almeno un quarto dell’intero fatturato dell’industria “terremoto” (tra cave, pietrisco, movimento terra, calcestruzzo, cemento, subappalti e via riciclando) era riconducibile a clan e cosche, con i cutoliani in fase di eclissi, ben sostituiti dai guaglioni della Nuova Famiglia e dalle rombanti ruspe dei Casalesi.

Altra nota. Concussione e corruzione, si sa, si prescrivono in pochi anni, sette e mezzo. Un processo, oltrettutto erroneamente avviato lungo quell’itinerario, muore inevitabilmente di prescrizione, il solito salvacondotto per lorsignori. Al contrario, il 416 bis – che plasticamente rappresentava quei fatti e quegli scempi – si prescrive in 15. Ergo: anche quel “processo doveva morire”. Dopo l’archiviazione della Pozzuoli bis, un altro…bis. Cin cin.

Ricordava Amato Lamberti: “nessuno osa mai toccare i colletti bianchi, i livelli alti della corruzione e della collusione non vengono mai nemmeno sfiorati. Viene colpita solo la manovalanza mafiosa, caso mai decapitati i clan, assicurati gli esecutori di stragi ed eccidi, ma i mandanti restano sempre a volto coperto. Così come continuano gli affari e quel livello di borghesia mafiosa resta sempre intoccabile”.

Sottolinea oggi Roberti: “Tutti i capi sono in galera, manca solo Matteo Messina Denaro. Ma le mafie sono più forti e potenti che mai”.

 

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