IL DIRETTORE DEL TG 1 E ‘O ZIO, L’IMPRENDITORE IN CRAC VINCENZO MARIA GRECO

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Impazza il “nuovo che avanza” in casa Rai: da Gad Lerner a Giuliano Ferrara passando per Michele Santoro con una star pronta a brillare nel firmamento di viale Mazzini, quella targata Walter Veltroni. Ma è un altro l’astro che continua a splendere più radioso di sempre: quello di Mario Orfeo, il direttore del TG1 che riesce a dare il meglio di sé nelle interviste rilasciate al suo Vespa, nel dopo amministrative e nel pre Brexit. Peccato che nel suo Tg, come del resto in quelli delle reti pubbliche, predomini alla bulgara il SI ad un altro referendum, quello pro o contro Renzi (pardòn pro o contro la Costituzione; ripardon, sulla riforma costituzionale). Che nel suo Tg non abbia trovato spazio l’attacco prevoto a Virginia Raggi partito dai bastioni della Roma mattonara. Peccato che l’ultima tranche della nuova Tangentopoli, a base di appalti per infrastrutture in mezza Italia, sia stata letteralmente “oscurata”.

Ma vediamo alcune tessere del mosaico tutto a base di Nuova Informazione irradiata dalla corazzata di viale Mazzini.

 

QUEI MESSAGGI ANTI RAGGI DA CASA CALTAGIRONE

Roberto Giachetti. In apertura Mario Orfeo

Roberto Giachetti. In apertura Mario Orfeo

Partiamo da casa Caltagirone. Una maison rimasta nel cuore di Orfeo, lanciato nello star system mediatico proprio sulle colonne tutto cazzuole & cemento, prima in sella al Mattino, nel 2002, poi al timone del Messaggero. Un buon motivo per attaccare a testa bassa i 5 Stelle nel pre voto? Del resto, a partire lancia in resta contro la Raggi era stato proprio il quotidiano romano: colpevole, la candidata al Campidoglio, di aver auspicato un doveroso cambio di rotta per Acea, la regina degli sperperi e dei non-servizi ai cittadini, e guarda caso controllata dalla Caltagirone band (al vertice del cda il renziano Alberto Irace). A proposito dell’articolo più velenoso, così ha commentato, a fine marzo, Virginia Raggi: “un farneticante resoconto, senza capo né coda, commissionato sappiamo benissimo da chi, ovvero da Caltagirone, primo socio privato della multiutility, dove guarda caso nel cda siede il figlio Francesco ed editore dello stesso quotidiano di Roma”. E ha aggiunto: “finora il management di Acea guidato da Caltagirone con la compiacenza della vecchia politica, primo su tutti il Pd, ha usato i romani come un gigantesco bancomat su cui mettere a punto i suoi profitti. Per questi signori non siamo esseri umani ma solo numeri e matrici e se pensano di intimorirci con una paginetta su un giornale si sbagliano di grosso”. E per chi non abbia capito: “ho annunciato di voler cambiare il management perchè il cda di Acea è composto da un’accozzaglia di nomi in gran parte scelti proprio da Caltagirone con il lasciapassare del suo amico Renzi”.

Subito scodinzolanti in soccorso dei “palazzinari” – si osava scrivere così un tempo – i vertici del Pd, falce e martello (?) in pugno contro l’eretica Raggi. Roberto Giachetti 30 per cento: “Si candidano a governare Roma ma pensano di giocare a Monopoli”. Il becchino del Pd romano Matteo Orfini: “Un pericolo pubblico a 5 Stelle”. L’antenna di Renzi al Senato Andrea Marcucci: “Dilettanti alla sbaraglio e i romani pagano”. Il responsabile Pd della comunicazione (sic), Alessio Rotta: “Stadio dell’A.S. Roma no. Olimpiadi no. Soldi dei romani bruciati con una gaffe: questo vuol dire governare Roma?”. Il twittatore di palazzo Chigi Francesco Nicodemo: “L’incompetenza costa cara”. Poi ci si chiede perchè il Pd è un ectoplasma (che però continua a far disastri).

Dopo la bufera, però, è arrivata la “quiete”. Commenta Ernesto Menicucci sul Corsera il 22 giugno: “Oggi stanno tutti lì a chiedersi: come si comporterà la Raggi? Ma soprattutto: come si comporteranno i ‘poteri’ con lei? Da questo punto di vista, non è passato inosservato che il Messaggero, la testata di cui è editore Caltagirone, abbia sospeso il giudizio sull’operato della Raggi per qualche tempo”. Anche dopo le voci sulla probabile scelta di uno storico anti-palazzinaro, come Paolo Bendini, per lo strategico assessorato all’Urbanistica.

Francesco Gaetano Caltagirone

Francesco Gaetano Caltagirone

“Caltagirone se vince la Raggi lascia gli affari di Roma”, avevano commentato alcuni ‘analisti’ prima del 19 giugno. “Porta tutto all’estero”, hanno poi aggiunto dopo il catastrofico risultato Pd e la schiacciante vittoria pentastellata. Senza tener conto che ormai da tempo la gran parte degli affari di casa Caltagirone parlano straniero, dove primeggiano i paesi scandinavi, con un terzo del fatturato del gruppo, e la Turchia, che rastrella il 20 per cento. Fresco esempio, il maxi appalto per la realizzazione del Raccordo anulare e della Tangenziale a Stoccolma, in compagnia di una coop rossa (sic), Cmb. O un palazzo appena acquistato nella storica Piccadilly Circus, nel cuore di Londra, colpo messo a segno da ‘Fabrica’, una sgr specializzata nella compravendita e gestioni di immobili extralusso per conto di svariate casse di previdenza. Sono lontani, ormai, gli anni dei ruspanti colpi immobiliari (e para) messi a segno con i furbetti delquartierino, con i Danilo Coppola (ricascato nelle maglie della giustizia) e i Giuseppe Statuto (sempre a caccia di super alberghi per il proprio collier superstellato), e la sfortunata scalata alla Bnl e al Corriere della Sera, con il “compagno” di merende Giovanni Consorte, l’allora timoniere rosso di Unipol…

“Esteri a parte – commentano a piazza Affari – i Caltagirone sono sinonimo di enorme liquidità, che investono in partecipazioni pesanti. Come è il caso di Generali, dove sono ormai primattori e la figlia Azzurra, numero due della Caltagirone spa, è appena entrata nel cda di Banca Generali. In Borsa si parla di un prossimo passaggio addirittura al 5 per cento. Forte la partecipazione anche nel Monte dei Paschi di Siena, con il 4 per cento, e significativa quella in Unicredit, pari all’1 per cento. Senza contare il peso che vuol dire il 13 per cento in Mediobanca”. Tanto può il mattone – a bordo della corazzata storica Vianini, comprata trent’anni fa nientemeno che dallo Ior, la banca vaticana – e il cemento, con l’ammiraglia di sempre, Cementir, un saldo alle “svendite” Iri (allora guidata dal re delle privatizzazioni a “sfavore” dello Stato, Romano Prodi), 700 miliardi di vecchie lire nel ’92.

 

LE IMPRESE BOCCHINIAN-POMICINIANE, VIA GRECO

Paolo Cirino Pomicino

Paolo Cirino Pomicino

Passiamo ai Miracoli di Impresa. E alle sue acrobazie da mille e una notte. Un crac ora stellare, e un autentico spaccato da Tangentopoli: molto simile a quello che ebbe un largo effetto mediatico, un anno e mezzo fa, tutto Grandi Appalti e Super Band capeggiata dal grand commis Ercole Incalza, il grande amico di Chicci Pacini Battaglia che per anni ha guidato la strategica struttura di “Missione” al ministero delle Infrastrutture (oggi il timone è – per volontà di Graziano Delrio – nelle mani del partenopeo Ennio Cascetta, il padre del metrò made in Napoli). Ma come mai nessun mezzo d’informazione ha concesso la ribalta delle cronache alla nuova Mani pulite made in “Impresa spa”? Perchè solo qualche servizio on line? Come mai neanche venti secondi sui Tiggì? A cosa è dovuto il più totale “oscuramento”?

Cerchiamo un perchè. E forse lo troviamo in una parentela eccellente. Il vero protagonista negli arcimilionari affari di impresa è Vincenzo Maria Greco, storico uomo ombra di ‘O Ministro, Paolo Cirino Pomicino, e zio di Mario Orfeo, come la Voce ha documentato in un’ampia inchiesta (“CircOrfeo”, che trovate in basso) di settembre 2003, pubblicata ad alcuni mesi dell’insediamento sulla poltrona del Mattino.

Vincenzo Maria Greco

Vincenzo Maria Greco

Una grande tavola imbandita di super appalti e mega commesse, quella di “Impresa”, con le ciliegine, tanto per fare solo alcuni esempi, dei lavori per i Metrò degli Sperperi, quelli di Roma e di Napoli, e del Tram Veloce di Firenze fortemente voluto da Matteo Renzi, all’epoca sindaco di Firenze. E proprio la voracità – più che la velocità – ha portato al crac, un buco da 700 milioni di euro, stando alle minuziose ricostruzioni dei magistrati della procura di Roma. Cerca di giustificare Greco: “Raiola non sempre guarda le cose con attenzione. Io non ho mai partecipato a nessuna trattativa, ha fatto sempre tutto lui. Ha fatto il passo più lungo della gamba comprando BTP”. Si riferisce a Raffaele Raiola, numero uno di Impresa, e alla “Baldassini-Tognozzi-Pontello”, la storica impresa fiorentina molto vicina a Denis Verdini e finita in crac dopo l’inchiesta della procura gigliata sugli affari della “Cricca” (in prima fila, oltre ai vertici di Btp, il numero uno del Consiglio superiore dei lavori pubblici Angelo Balducci e il suo vice, Fabio De Santis): con il susseguente passaggio del ramo d’azienda più ghiotto, quello che aveva in portafoglio la mega commessa per il Tram veloce di Firenze, alla società guidata da formalmente da due ex mattonari napoletani, Raffaele Raiola e Maurizio De Lieto, ma in realtà gestita dall’onnipresente Vincenzo Maria Greco. Per la gioia, soprattutto, delle tasche dei sui rampolli, Ludovico e Maria Grazia, con mega stipendi, super emolumenti, benefit ed extra senza aver mai messo il naso in società e senza aver mosso un dito. Miracoli di San Gennaro.

Il Tram Veloce di Firenze

Il Tram Veloce di Firenze

Ecco, infatti, cosa ricostruiscono gli inquirenti capitolini. “I soci occulti e gestori di Impresa hanno utilizzato la società unicamente come strumento per un illecito e sempre maggiore arricchimento personale, in spregio alle più elementari norme di gestione e di salvaguardia dei creditori e dei dipendenti e, infine, ne hanno determinato il tracollo. Sono state effettuate operazioni prive di qualunque utilità economica, al solo fine di far rientrare i fondi spogliati alla società nei conti personali degli indagati. Un vero e proprio furto ai danni della società”. Non da poco, infatti, i capi di imputazione: bancarotta, riciclaggio, ricettazione, evasione fiscale. Al Capone, al confronto, è uno studente fuoricorso.

Ecco un piccolo “arsenale” di furti e “sviamenti” di danaro dalle fisiologiche destinazioni societarie: acquisto di una villa a Cortina da 4 milioni di euro, di un piccolo panfilo (“La Ghibellina”), di una Aston Martin e di un aereo privato (anche per raggiungere la maison di Panarea d’estate). Fitto di un atticuccio romano da 90 mila euro anno. Autostipendio, per mister Raiola, da 1 milione 300 mila euro; mentre i rampolli di casa Greco, Ludovico e Maria Grazia, si sono dovuti accontentare, rispettivamente, di un “salario” da 60 mila passato a 210 mila il primo, e 150 mila la seconda, senza contare bonus mensili da 8 mila, il maschietto, e 5 mila, la femminuccia.

Dettaglia il gip capitolino, Donatela Pavone: “Ludovico Greco non ha svolto alcuna attività professionale, anzi ha curato unicamente i propri interessi, quali varie compravendite immobiliari e l’organizzazione di serate mondane presso la propria abitazione, con degustazione di vini e sigari di pregio”. La sorellina, invece, dava il meglio di sé ai fornelli e si premurava di rendere più dolci le vite degli amichetti nelle soiree romane. Ecco come – un po’ preoccupata – apre il suo cuoricino in una conversazione con paparino: “Marco (il marito, ndr) me l’ha detto fin dall’inizio che questa cosa non si può fare. L’importante è che non mi condannano, numero uno, e che posso andare avanti con le mie cose del ristorante… no papà, non è che ce l’ho con te, ti devo dire la verità… non è che mi fai passare un guaio… perchè io sono una che nella vita deve fare i dolci… quindi capisci che per me questa cosa è tanto di più lontana da me possa esistere, un concorso in bancarotta, non so manco cosa significa in italiano”. Al contrario del papà, fresco di altri domiciliari per il crac della catena di quotidiani “E Polis” decisi dalla procura di Cagliari.

 

DA ITINERARIO AI TG VIA CALTAGIRONE

Una cara amica, per il direttore del Tg 1, Maria Grazia Greco. Fin dai tempi del fortunatissimo Itinerario, il patinato mensile partorito dalla vulcanica mente di Pomicino e affidato alle amorevoli cure delle sue penne preferite: ossia Antonio Galdo e, appunto, Mario Orfeo. La giovanissima Maria Grazia si fece le ossa a metà anni ‘80 in quella mitica palestra, punto di riferimento non solo per i mega inserzionisti pubblicitari istituzionali, ma anche per tutti i corrispondenti dei media da Napoli: “cinquecentomila lire al pezzo per 60 righe”, come colorivano in via Vittoria Colonna, sede chic del mensile di ‘O Ministro. E Maria Grazia seguirà sempre i consigli paterni anche in occasione dell’esperienza di E Polis, quando il timone passa dall’editore sardo Nichi Grauso – dopo una breve parentesi targata Marcello Dell’Utri – nelle mani dell’affiatatissimo tandem composto da Greco e Italo Bocchino, al tempo fedelissimo vice di Gianfranco Fini per l’astro nascente nella politica di casa nostra, Fli.

Italo Bocchino

Italo Bocchino

Ecco come descrive, a dicembre 2010, il feeling tra Mario Orfeo e l’allora Bocchino nazionalalleato Paolo Bracalini per il ‘Giornale’. A quel tempo Orfeo è in sella al TG2 e l’amico Italo vuole portarlo alla guida dell’ammiraglia (sarà solo questione di tempo): “Bocchino deve aver cambiato televisore a casa sua perchè il Tg1 che vedeva prima non è più lo stesso. In sei mesi il capogruppo di Fli si è tramutato da difensore di Minzolini a suo implacabile accusatore. Bocchiniana, del resto, è l’idea di una mozione alla Camera per sfiduciare politicamente (cosa peraltro impossibile) il ‘direttorissimo’ tanto odiato dai finiani. Il motivo, sentenziano i corridoi Rai, è presto detto: Bocchino punta a cacciare Minzolini per far posto a un giornalista molto più gradito, Mario Orfeo, attuale numero uno del Tg2. In questo modo il brevilineo Italo farebbe un favore al suo partito, ma soprattutto a se stesso, legato com’è da antichi vincoli con Orfeo. Il trait d’union tra i due (entrambi napoletani) è Vincenzo Maria Greco, ‘O professore, l’ingegnere dell’eterna Tangentopoli, plurindagato, regista degli appalti del dopo terremoto in Irpinia, legato a doppio filo all’allora Dc napoletana, area Pomicino. Questo vent’anni fa, ma oggi? Greco è un imprenditore, si dice viva tra l’Hotel Vesuvio di Napoli e l’Hotel de Russie di Roma e sembra avere un rapporto molto stretto con Bocchino, con il quale si intersecano complicate reti di interessi, soprattutto nell’editoria, passione del Bocchino”.

Bracalini dettagliava gli esordi di Orfeo, “a Napolinotte, per passare poco dopo al ‘Giornale di Napoli’, il quotidiano d’area Psi con alle spalle pezzi da novanta del Garofano, come Carmelo Conte e Giulio Di Donato, ma anche un certo cavalier Eugenio Buontempo, imprenditore cresciuto all’ombra del Psi campano. Dice qualcosa il cognome? In effetti è quello della moglie (Gabriella) di Italo Bocchino e in effetti è proprio il padre di lady Bocchino, produttrice di fiction per la Rai. Anche papà Buontempo ha avuto i suoi guai giudiziari, sempre all’epoca di Tangentopoli”.

Oggi saldamente al timone del Tg1, Orfeo. Pronto, su Porta a Porta, per un’epica Auto Intervista.

 

LOTTA ALLE MAFIE / IN GALERA I CAPI CLAN, SEMPRE PIU’ LIBERI I COLLETTI BIANCHI

Continua il silenzio assordante sulla nuova Tangentopoli targata “Impresa”, dopo gli arresti eccellenti di pezzi da novanta come Vincenzo Maria Greco e Raffaele Raiola decisi dalla procura di Roma, che indaga sugli appalti arcimilionari per il Tram veloce a Firenze e su un buco da 700 milioni di euro nelle casse di Impresa finiti nelle allegre tasche – stando alle minuziose ricostruzioni degli inquirenti – dello stesso Raiola e della famiglia Greco, in particolare i rampolli Ludovico e Maria Grazia. Un’inchiesta Grandi Appalti del tutto oscurata. Tutti allineati e coperti per non creare imbarazzi al direttore del TG1, Mario Orfeo, nipote di Vincenzo Maria Greco?

E Orfeo si sente offeso dalle parole della senatrice 5 Stelle Barbara Lezzi – che l’oxfordiano Bruno Vespa vorrebbe “prendere a schiaffi”, assecondando i desiderata del Capo – perché osa parlare del suo “PD1”. Orfeo, evidentemente, non può dimenticare gli amici di l’altro ieri: non solo Pd, oggi, ma storicamente la Dc del grande amico Paolo Cirino Pomicino, ‘O Zio Greco sempre impegnato dal dopo terremoto all’alta velocità su affari e progettazioni a tutto campo; e poi l’amico di sempre, quell’Italo Bocchino fedele scudiero di Gianfranco Fini prima sotto i vessilli di An poi di Fli (sparite quelle bandiere, ora il Bocchino nazionale è il public relation man di Alfredo Romeo, il big delle gestioni immobiliari nel Belpaese).

Il Premio Amato Lamberti 2016. Al centro, Franco Roberti

Il Premio Amato Lamberti 2016. Al centro, Franco Roberti

Nel corso del “Premio Amato Lamberti” che si è svolto il 27 giugno nella sala consiliare del Comune di Napoli, per attribuire due borse di studio su temi di mafie, camorre e ‘ndranghete, e dedicata alla figura di Lamberti, storico fondatore dell’Osservatorio sulla camorra a inizio ’80, al quale collaborava Giancarlo Siani, hanno parlato, fra gli altri, il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti e il pm della procura di Napoli Alfonso D’Avino, per un decennio impegnato nella sezione “reati contro la pubblica amministrazione”. Ad inizio anni ’90 D’Avino faceva parte del pool (composto da quattro magistrati, capeggiati da Arcibaldo Miller, che poi sarà per anni il capo degli ispettori ministeriali) che indagò sugli sperperi del dopo sisma, purtroppo finito in prescrizione (e solo lievissime condanne per pesci piccoli dopo anni di indagini).

Ha ricordato D’Avino: “In questi giorni sentiamo di alcuni personaggi che tornano alla ribalta. Un costruttore e un ingegnere a Roma che erano già presenti in alcune inchieste un quarto di secolo fa. E’ desolante constatarlo”.

Eppure la prima vera inchiesta sulle connection politica-imprese-camorra, una autentica, esplosiva Tangentopoli ante litteram, era sbocciata non a Milano, ma a Napoli, ad inizio 1984, con l’inchiesta su Monteruscello e, in particolare, su “calcestruzzo e imprese di pulizia”, che già allora rappresentavano due ottimi canali per riciclaggi spinti. Tutti dentro quelle inchieste: la crema dei mattonari locali e nazionali (dalla pomiciniana Icla alla gigliata Pontello, guarda caso tornata alla ribalta con l’appalto per il Tram di Firenze poi passato ad “Impresa”!), la crema politica, in particolare rappresentata dagli alter ego dei big (ad esempio Vincenzo Maria Greco per Pomicino e Aldo Boffa per il pluriministro dc Enzo Scotti), e, ovviamente, i clan, con una Nco in fase di tramonto, una rampante Nuova Famiglia e i Casalesi all’orizzonte. Tutti insieme, d’amore e d’accordo per spartirsi quella torta arcimiliardaria, ossia la realizzazione della Pozzuoli bis sulla scorta di un’emergenza taroccata, quella per il bradisisma che rendeva la terra (sic) ballerina.

Fu allora che scesero in campo i pm, quelli veri, capaci di leggere carte e documenti, effettuare i giusti incroci societari, individuare nomi, sigle e prestanome, passare ai raggi X i bilanci societari, spulciare tra i conti correnti, decodificare le maglie di forniture, appalti e subappalti. Tre inquirenti giovani ma arci preparati: come Franco Roberti, appunto, Luigi Gay (oggi procuratore capo a Potenza) e Paolo Mancuso (procuratore capo a Nola). Ma “quella inchiesta doveva morire” (così come è stato per Moro, secondo le ultime rivelazioni di Raffaele Cutolo, e come titolava nel 2008 il libro scritto da Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato, “Doveva Morire”) perchè altrimenti sarebbero saltati i Palazzi che contano e i loro inquilini eccellenti, che invece hanno potuto proseguire indisturbati gli Itinerari miliardari lungo tutti gli anni ’80. Incredibile ma vero, infatti, quella super documentata inchiesta, capace di superare indenne tutte le bufere dibattimentali e approdare a sentenza, venne stoppata e archiviata in istruttoria. Rimaste negli annali (e nei verbali del Csm) le continue telefonate e sollecitazioni del ministro Scotti al procuratore capo di Napoli, Alfredo Sant’Elia, “perchè si chiuda in fretta”. E così fu: pietra tombale e tutti liberi di svaligiare per anni le casse pubbliche.

Osserva oggi Roberti. “Sì, un vero peccato. Ma avemmo anche la sfortuna di non essere riusciti a rompere il muro di omertà, nessun politico o imprenditore volle collaborare”. Le cronistorie passate rammentano che un super assessore (la bellezza di 9 deleghe a palazzo San Giacomo) di allora, il socialista Silvano Masciari, era lì lì per aprire lo scrigno dei ricordi. Ma con ogni probabilità qualcuno – o più d’uno – lo convinse che era meglio non farlo e quello scrigno rimase per sempre sigillato.

Oro colato, quell’inchiesta su Monteruscello, l’inchiesta che – nonostante i muri di gomma eretti intorno – con la sola forza delle proprie indagini e della raccolta probatoria, senza scomodare pentiti o collaboratori di giustizia, né gole più o meno profonde, riuscì a corroborare con vigore il proprio impianto accusatorio. E ci volle solo l’intervento della Giustizia dei Forti, del Palazzo, per spedire tutto sotto quintali di naftalina.

Ma resta l’interrogativo. Come mai nessuno volle parlare a Napoli? Perchè non successe come a Milano, con svariati imprenditori pronti a vuotare il sacco? Una spiegazione – corposa – c’è. Se all’ombra della Madunina la gran parte degli imprenditori versavano mazzette nel perfetto copione corruzione-concussione, e a un certo punto era inevitabile che qualche maglia della rete si sfilasse, o qualche tessera del mosaico saltasse, portando giù tutto il contesto con un inevitabile effetto a catena, a Napoli lo scenario era diametralmente opposto: politici, imprenditori e camorristi alla stesso tavolo, per decidere INSIEME come dividersi la torta, come ‘scrivere’ le amichevoli regole per spartirsi il bottino. Nessuna corruzione, nessuna concussione, nessuna pistola puntata sulla tempia, nessuna minaccia o intimidazione. Solo un accordo, un agreement (tra gentlemen?), un’intesa fra bravi compagni di merende. A questo punto, chi denuncia chi? A chi conviene mai spezzare la trama? A chi salta mai in testa di alzarsi e buttar giù la tavola imbandita?

Incredibile ma vero, è lo stesso ‘O ministro Pomicino a spiegare il “suo” meccanismo, frutto degli accurati studi messi in cantiere con l’amico Greco. Lo racconta Geronimo (questo il nickname usato per le imprese editoriali) in un suo best seller. Fa parlare l’amico costruttore Francesco Zecchina, solito contribuire una o due volte all’anno con generosi regali “liquidi” in favore del patinato Itinerario, il mensile di casa al quale collaborava – profumatamente retribuita – la crema degli inviati e dei corrispondenti della stampa di mezza Italia. “Ricordo che un Natale – rievoca con emozione l’amico Zecchina – mi presento a casa di Paolo su appuntamento e non lo trovo. Mi ripresento e niente. Allora gli telefono e gli domando, “Paolo, che ti ho fatto? Dovevamo vederci per il solito regalo, dimmi se ti ho fatto qualcosa”. Mitico.

E allora, sorge spontanea una domanda grossa come una casa. Come mai nessuno dei 4 pm impegnati nella maxi inchiesta sul dopo terremoto ha pensato di evitare l’inesistente binomio corruzione-concussione, agevolmente smontabile anche da un avvocato senza laurea; e invece imputare la variegata e numerosa band di 416, ossia associazione a delinquere? Caso mai aggiungendoci un doveroso bis, vale a dire “di stampo mafioso”, vista la presenza ovunque di cosche e clan? Incredibile ma vero, nelle maxi indagini durate quasi un decennio, in quintali di carte e faldoni, dei camorristi non c’è traccia, di connection e riciclaggi neanche l’ombra. Quando anche le pietre sapevano che almeno un quarto dell’intero fatturato dell’industria “terremoto” (tra cave, pietrisco, movimento terra, calcestruzzo, cemento, subappalti e via riciclando) era riconducibile a clan e cosche, con i cutoliani in fase di eclissi, ben sostituiti dai guaglioni della Nuova Famiglia e dalle rombanti ruspe dei Casalesi.

Amato Lamberti

Amato Lamberti

Altra nota. Concussione e corruzione, si sa, si prescrivono in pochi anni, sette e mezzo. Un processo, oltrettutto erroneamente avviato lungo quell’itinerario, muore inevitabilmente di prescrizione, il solito salvacondotto per lorsignori. Al contrario, il 416 bis – che plasticamente rappresentava quei fatti e quegli scempi – si prescrive in 15. Ergo: anche quel “processo doveva morire”. Dopo l’archiviazione della Pozzuoli bis, un altro…bis. Cin cin.

Ricordava Amato Lamberti: “nessuno osa mai toccare i colletti bianchi, i livelli alti della corruzione e della collusione non vengono mai nemmeno sfiorati. Viene colpita solo la manovalanza mafiosa, caso mai decapitati i clan, assicurati gli esecutori di stragi ed eccidi, ma i mandanti restano sempre a volto coperto. Così come continuano gli affari e quel livello di borghesia mafiosa resta sempre intoccabile”.

Sottolinea oggi Roberti: “Tutti i capi sono in galera, manca solo Matteo Messina Denaro. Ma le mafie sono più forti e potenti che mai”.

 

LINK

 

LE “IMPRESE” DELLA PREMIATA DITTA BOCCHINO – GRECO – POMICINO – 15 giugno 2016

 

CRAC DELLA FREE PRESS E POLIS / FA CAPOLINO BANCA ETRURIA… – 1 maggio 2016

 

qui l’inchiesta della Voce 2003

inchiesta Orfeo Voce settembre 2003

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