Errori fatali

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E’ andata così: Renzi e chi gli gira intorno, in una sorta di monarchia pseudo democratica, si sono scoperti a navigare nel bel mezzo dell’infuriare dei venti. L’uragano anti Nazareno ha preso forza e ha convogliato sul bersaglio l’intera rosa dei venti, dai quattro punti cardinali. Benchè storici nemici, Lega Nord, Cinquestelle, Forza Italia, Ncd, Fratelli d’Italia, Sel e minoranze Pd, hanno soffiato tutti insieme con venti di tramontana, grecale, levante e ponente, scirocco, del violento libeccio, del Maestrale e della gelida bora. Nessun accordo scritto, né alleanze strutturali, ma una sottintesa sinergia con un identico obiettivo: guerra al renzismo, all’egocentrismo da asso pigliatutto del premier e segretario che ha provocato malumori più o meno espliciti già all’interno del Pd, tra gli esclusi dalla gestione del partito, e dal coinvolgimento nel capitolo governativo delle riforme istituzionali. E’ stata mal digerita la ghigliottina dell’articolo diciotto e ancora più l’interlocuzione privilegiata con i confindustriali, contemporanea alla conflittualità con i sindacati.

Ha giocato duro Grillo (Casaleggio), nella consapevolezza che fosse Renzi il solo antagonista nella scalata al potere, Alfano ha confermato l’ambiguità dell’alleanza di governo e di apparentamenti con la destra nelle elezioni amministrative, quel che resta di Forza Italia ha partecipato all’energia distruttiva dell’uragano, la Meloni non si è certo risparmiata. In stato di ipnosi euforizzante, da centralità nell’attenzione dei media e nel credito internazionale riservatogli dai potenti per la nota quiescenza ai diktat sulla sobrietà economica dell’Italia, Renzi ha coltivato l’illusione di marciare come un rapido sui binari del decisionismo, a prescindere dagli altri soggetti politici e l’errore, nell’evento delle consultazioni del 5 e 19 giugno, gli è stato fatale, come il sodalizio con Ala di Verdini, incompatibile con la pur frastagliata compagine della sinistra. Tutto qui? Ovviamente no: chi vince una battaglia ha in animo di completare il successo nello scontro decisivo, in questo caso aumentando la forza erosiva dell’uragano con il “no” alle referendum sulle riforme istituzionali. Di nuovo in errore Renzi (“se vince il no vado a casa”): l’improvvido annuncio convincerà chi lo vuole politicamente “morto” a perfezionare gli accordi tra diversi, a cominciare dai Bersani, D’Alema e compagni (si fa per dire, compagni), orfani di ruoli rilevanti nel partito e fuori, complici del boicottaggio anti Renzi a più voci, riuscitissimo a Roma e Torino, ma non solo in questi due casi estremi. Una solida difesa dalla furia dell’uragano sembra al momento ardua se non impossibile: combattere un solo antagonista sarebbe certamente nel dna di Renzi, ma di fronte all’attacco concentrico in atto, anche la sua abilità di politico “tosto” sembra destinata a soccombere con tutte le incognite di un futuro grillino che possono testare Roma e Torino, affidate all’entusiasmo giovanile delle due elette, probabilmente non pienamente coscienti del guaio in cui si sono cacciate.

Nella foto: alleanze rischiose: Alfano, Renzi, Verdini

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