ENI & SAIPEM, ORO NERO E SUPERMAZZETTE

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Tangenti che vanno appalti che vengono. Eni nella bufera per maxi mazzette e corruzioni internazionali. Ma acqua in bocca, nessun parli e nessuno scriva, non bisogna disturbare il nostro colosso petrolifero né le sue consorelle e controllate (come la Saipem, fresca di “autonomia”). Dalla Nigeria all’Algeria, per arrivare in Brasile, è un vorticoso valzer da centinaia e centinaia di milioni in nero: funzionari ministeriali corrotti, governi comprati ma anche opposizioni e perfino il capo dello Stato, come succede nel Brasile in stato di pre impeachment. Però i media tacciono: al massimo notizie dalla Basilicata per un paio di settimane, le mazzette per gli ori neri lucani e annesse intercettazioni bollenti che hanno fatto dimissionare il ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi: e già ora, su quella vicenda, è calato il sipario.

Jonathan Goodluck. In apertura Daniel Etete

Jonathan Goodluck. In apertura Daniel Etete

Il tour mazzettaro parte dalla Nigeria. I fatti risalgano a cinque anni fa esatti, quando venne effettuato “un versamento in data 24 maggio 2011 di un miliardo e 92 milioni di dollari su un conto corrente della Jp Morgan Chase di Londra”, come ricostruiscono i pm della procura di Milano Fabio De Pasquale, Isidoro Palma e Sergio Spadaro. Tre anni dopo parte l’inchiesta degli inquirenti meneghini ed è di appena dieci giorni fa l’invito a comparire recapitato all’amministratore delegato dell’Eni, Claudio Descalzi, indagato insieme ad altri pezzi da novanta, come l’ex numero uno dell’Eni Paolo Scaroni (in pole position per la futura guida dell’Ilva da privatizzare a brevissimo, attese le offerte entro fine giugno per il bando internazionale di aggiudicazione), il brasseur d’affari oggi columnist e scrittore di grido Luigi Bisignani, l’ex responsabile Eni per gli affari in Nord Africa Roberto Casula, i manager Gianluca Di Nardo e Vincenzo Armanna (è proprio dalle rivelazioni di quest’ultimo che gli inquirenti stanno ripercorrendo il filo rosso della maxi tangente).

Paolo Scaroni

Paolo Scaroni

Destinatario finale del fiume di danari neri Daniel Etete, ex ministro nigeriano del petrolio, il quale avrebbe a sua volta diviso il bottino con altri tre ministri e col capo dello Stato, Jonathan Goodluck, fortunato di nome e di fatto. E faceva capo proprio a Etete una società baciata anche lei dalla dea bendata, “Malabu Oil and Gas”, nata con la camicia, misura “OPL 245, e cioè la licenza di sfruttamento del ricchissimo giacimento petrolifero off shore Opl 245, appunto. Sboccia il 24 aprile 1998, Malabu, e ai primissimi vagiti, dopo soli 5 giorni, fa bingo, con l’aggiudicazione della licenza. A darle vita un figlio dell’allora dittatore Sani Abacha, la consorte di un ex ministro e un signor nessuno, tal Kweku Amafagha, comodo paravento per lo stesso Etete (il quale, con un gioco si prestigio, si auto-assegna la licenza d’oro, nero).

Schermata 2016-06-20 alle 18.02.00Nel corso degli anni – con una decisa sterzata dopo il 2011, data dell’ultimo “accordo” tangentizio – si sono sviluppate svariate inchieste. Oltre ai pm di casa nostra, infatti, in campo anche inquirenti nigeriani, con un procuratore generale che ha di recente “consigliato” al governo di revocare la licenza di sfruttamento del giacimento al tandem Eni-Shell; e quelli olandesi, visto che il quartier generale del colosso multinazionale “Royal Dutch Shell” si trova a l’Aja. E proprio la procura milanese ha siglato, con la Procura Nazionale Antifrode olandese, un protocollo per dar vita ad una “squadra investigativa comune”: a metà febbraio di quest’anno – quale suggello delle intese – una cinquantina di 007 tra uomini delle fiamme gialle e dell’intelligence made in Holland sono stati inviati a perquisire la sede di Royal Dutch Shell, nonché l’abitazione dell’ex ministro nigeriano della Giustizia, Adoke Bello.

In tutto questo vorticare di indagini, pensate che i titoli di Eni e Shell abbiano subito qualche contraccolpo? Nemmeno per sogno. Azioni col vento sempre in poppa. Se Eni proclama la sua estraneità e Descalzi si dichiara tranquillo (e fa sapere tramite il suo legale, l’ex ministro della Giustizia Paola Severino, di aver appena depositato una ‘memoria’ chiarificatrice), anche gli olandesi si nascondono sotto i tulipani: a quanto pare, infatti, “non hanno informato i mercati internazionali – come fanno notare a piazza Affari – circa l’inchiesta della procura di Milano a loro carico. Lo scorso 10 marzo – viene aggiunto – Shell ha solo fatto sapere che le autorità di vari paesi stanno indagando sull’investimento nel blocco 245 in Nigeria e sulla risoluzione del contenzioso nel 2011”. Già qualcosa, comunque, rispetto ai muri di silenzi & omertà innalzati dai media di casa nostra a difesa del colosso petrolifero che un tempo aveva un Enrico Mattei nel motore…

Claudio Descalzi

Claudio Descalzi

E proprio il giorno in cui Delscalzi avrebbe dovuto essere interrogato dai pm milanesi (assente giustificato: doveva recarsi dai magistrati di Potenza per l’inchiesta sui danni ambientali prodotti dagli impianti Eni in Val d’Agri), ossia il 10 giugno, da piazza Affari giunge una bella notizia, un vero regalo di una Pasqua posticipata: nuove commesse in arrivo per Saipem – leader dell’impiantistica petrolifera e perla nel collier di casa Eni – 150 milioni in perforazioni che verranno effettuate nella Norvegia e in Portogallo. Dalle mazzette di “ritorno” via Nigeria per 110 milioni (sul totale di 1 miliardo e passa) e freschi contratti per 150, quindi, il passo è breve. Tutto fa brodo, e fa soprattutto tanta liquidità.

 

I SETTE POZZI NERI IN ALGERIA

Peccato che la stessa Saipem, con mamma Eni (ma ora, come detto, la rampante Saipem ha voluto la sua ‘autonomia’!), sia al centro di un’altra grana internazionale, sempre a base di corruzione, sempre a base di super mazzette, sempre in Africa, sempre sotto i riflettori della procura di Milano. Stavolta il fronte passa per l’Algeria. Un’altra storia che, purtroppo, continua a pesare come un macigno sul groppone di Eni-Saipem e dell’immancabile ex supertimoniere Scaroni, la cui carriera è decollata a bordo di un’altra rampantissima sigla, la Techint di Gianfelice Rocca, protagonista di acrobazie finanziarie con la sua San Faustin.

E pensare che per i vertici di Eni e Saipem sembrava tornata la buona sorte, dopo che il gup del tribunale di Milano, Alessandra Clementi, si era pronunciata per il proscioglimento degli imputati ad ottobre 2015. La Cassazione, invece, a febbraio di quest’anno ha ribaltato quella decisione e si è dichiarata contro la richiesta di ‘non luogo a procedere’: motivo per cui si dovrà riprendere con una nuova udienza preliminare. E comunque sulla scorta della ingente documentazione raccolta dai pm milanesi De Pasquale, Palma (che conducono anche l’inchiesta sul caso Nigeria, come visto, e sul caso Brasile, come vedremo poi, e quindi conoscono bene le ‘prassi’ di casa Eni) e Giordano Baggio.

Schermata 2016-06-20 alle 18.03.14Ma ecco i fatti. L’importo della tangente, stavolta, sfiora i 200 milioni di euro su un totale di lavori (la realizzazione di sette pozzi petroliferi tra il 2007 e il 2010) per oltre 8 miliardi di euro; i capi d’imputazione sono la solita corruzione internazionale con l’aggiunta di frode fiscale. Destinatario delle ‘attenzioni’ il ministro algerino per l’Energia di quell’epoca, Chekb Khelil, che utilizzava i servigi di un mediatore, Farid Noureddine Bedjaoui, il quale (sorta di subappalto tra amici) a sua volta faceva ricorso ad un’altra pedina, Samyr Ouraied. Non pochi gli indagati eccellenti, oltre già già visto Scaroni: in pole position l’ex numero uno di Saipem in Algeria Tullio Orsi, l’ex responsabile per gli affari Eni in Nord Africa Antonio Vella, l’ex direttore finanziario prima di Saipem e poi di Eni Alessandro Bernini, l’ex direttore operativo di Saipem Pietro Varone. Sono di quest’ultimo alcune verbalizzazioni clou, relative a due incontri avuti da Scaroni in persona con Farid Bedjaoui per ‘trattare’ le commesse e direzionarle verso Eni: “ho la certezza di un incontro a Parigi – verbalizza Varone – e la certezza che ce ne è stato un altro anche a Milano”.

Secondo il gup, però, la mole delle prove raccolte dai pm non bastava. “Nonostante ci siano elementi di sospetto – scriveva Clementi – mancano le prove della consapevolezza e dello sfruttamento a proprio vantaggio, da parte di Scaroni, di un sistema corruttivo in Algeria”. Eni innocente e croce su Saipem, come se si trattasse di due entità lontane anni luce. Così aggiungeva il gup: “vi sono elementi per sostenere la sussistenza di un accordo corruttivo tra l’ex direttore operativo di Saipem Varone, l’ex presidente e amministratore delegato Pietro Tali e l’allora ministro algerino Kehlil per l’aggiudicazione degli appalti. Mentre gli elementi forniti dall’accusa non sono sufficienti per ritenere provata e provabile una qualche responsabilità di Eni”. E ancora: “L’assenza di ogni prova circa l’egemonia di Scaroni su Saipem mina fin dall’inizio la teoria accusatoria dell’accordo corruttivo unico”. Per il gup, cioè, Scaroni poteva tranquillamente non sapere.

Poi la pronuncia della Cassazione, firmata dal procuratore generale Paolo Cannevelli, che nega il proscioglimento per i vertici Eni. E tutto tornerà in gioco alla prossima udienza davanti ad un altro gup. Anche stavolta i legali di Eni minimizzano e si dichiarano all’oscuro di tutto: “Eni ribadisce – viene sottolineato – l’estraneità della società e dei propri manager rispetto ai fatti oggetto del procedimento in corso, ricordando che verifiche svolte da soggetti terzi sulle attività algerine oggetto di indagine e messe a disposizione delle autorità competenti non hanno evidenziato condotte illecite da parte della società”. Chi saranno mai tali “soggetti terzi” ? Forse tour operators in grado di documentare che Scaroni era a zonzo nei paraggi della torre Eiffel per semplice diletto? O che?

 

LA SUPERMAZZETTA BRASILANA E IL GIALLO CARIOCA

Staremo a vedere. Intanto godiamoci un’altra samba, protagonisti in scena ancora una volta Eni, Saipem, la già vista Techint del gruppo Rocca e il colosso verdeoro Petrobras. Nonchè un faccendiere brasiliano, il rampantissimo Andrès Esteves, il cui nome rimbalza in altre vicende internazionali che approdano nel nostro Paese. Arrestato proprio per lo scandalo Petrobras, Esteves infatti un paio d’anni fa ha fatto ingresso, a bordo della sua finanziaria Big Pactual, nel sempre accogliente azionariato del Monte dei Paschi di Siena (sì, l’istituto oggi di nuovo alla ribalta per il giallo di David Rossi, il capo della comunicazione Mps “suicidato” dal quinto piano di palazzo Salimbeni); il suo nome, poi, fa capolino nelle acrobazie targate BSI, l’ex costola delle Generali appena sciolta dalle autorità della Malesia per riciclaggio.

Dilma Roussef

Dilma Roussef

Ma torniamo alla maxi tangente del secolo (di cui la Voce ha più volte scritto, vedi link in basso). Quattro miliardi di dollari, secondo i primi accertamenti degli investigatori carioca, impegnati nell’inchiesta “Lava Jato”, la Mani pulite verdeoro. “Ma c’è la possibilità che l’importo totale sia di gran lunga più elevato, visto che hanno corrotto mezzo parlamento: si possono agevolmente superare i 20 miliardi di dollari”, viene descritto da alcuni cronisti locali. Tanto che nella bufera è stata coinvolta Dilma Roussef, sospesa per sei mesi dalla carica di capo dello Stato, e il suo partito del (sic) Lavoro, la creatura del super presidente Ignacio Lula da Silva, le cui abitazioni settimane fa sono state perquisite dagli inquirenti.

Lo scandalo Petrobras è finito sulle pagine dei giornali di mezzo mondo. Anche i nostri media hanno scritto della crisi brasiliana, dei rischi di impeachment e delle manifestazioni di piazza. Ma il silenzio più totale, il muro più omertoso, la cortina fumogena più fitta per eclissare nomi & sigle coinvolte nell’affaire. Come mai i pezzi da novanta dell’informazione di casa nostra hanno “dimenticato” di citare i compagni di mega merende di Petrobras? Perchè il nome di Eni è impronunciabile? Qual è il motivo di omettere dalle cronache l’intoccabile Rocca? Secondo lorsignori, il popolo bue può essere tenuto tranquillamente all’oscuro: ai fessi non far sapere che Eni, Saipem e Techint sono inquisite in Brasile e in Italia per corruzione internazionale. Sì, perchè oltre alla brasiliana Lava Jato, c’è la solita procura di Milano che da due anni va avanti con una maxi inchiesta sui miliardi di dollari finiti in mazzette, visto che alcuni tra i protagonisti-base sono vip di casa nostra, pezzi da novanta dell’establishment economico-finanziario del Belpaese: il colosso petrolifero, consorella Saipem, il big privato Techint (al gruppo fa capo anche l’italo-argentina Tenaris, il colosso dell’acciaio).

Gianfelice Rocca

Gianfelice Rocca

Riusciranno mai gli inquirenti a portare avanti le inchieste che coinvolgono i colossi petroliferi? E tirano in ballo interessi arcimiliardari? Del resto, quella petrolifera continua a rimanere un’industria “intoccabile”, a partire dagli Usa. Che non riescono a far eleggere un presidente senza l’ok della lobby dell’oro nero. Del resto, l’impero della star Exxon non ha confini e non conosce ostacoli, come documenta il giornalista investigativo americano Steve Coll nel suo “Private Empire”. Osserva Coll: “non solo durante i due mandati presidenziali di Bush, ma anche durante l’amministrazione Obama il potere di veto della Exxon si è rivelato insormontabile: impossibile far passare al Congresso la normativa ‘cap-and-trade’ con cui Obama avrebbe potuto limitare le emissioni carboniche; impossibile anche abolire i 4 miliardi di sussidi annui che il contribuente americano versa a Big Oil, come se non fossero sufficienti i profitti delle compagnie”. Senza contare i falsi scientifici che Big Oil, a suon di milioni di dollari, riesce a imporre. Coll, infatti, sottolinea “il ruolo sistematico di Exxon nel falsificare per anni la scienza sul cambiamento climatico, finanziare ogni sorta di teorie negazioniste, influenzando l’opinione pubblica e interferendo sul dibattito politico americano”.

Care consorelle di casa nostra, imparate…

 

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