L’inchino di San Giovanni

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Fosse la prima scandalosa provocazione mafiosa passi, si potrebbe invocare l’elemento sorpresa, il “non sapevamo”, ma il rito ignobile dell’inchino di Santi e Madonne quando la processione passa dinnanzi alla casa di mafiosi è accaduto più volte e non si può spendere l’alibi della sorpresa. A Corleone, nel covo dove storicamente si è annidata la peggiore feccia di malavitosi, di nuovo un corteo religioso con il carro di San Giovanni Evangelista ha fatto sosta e la statua, inclinata dai portantini, ha reso omaggio a Ninetta Bagarella, moglie di Totò Riina. Poi ha proseguito senza i rappresentanti delle forze dell’ordine che l’hanno abbandonato. La donna del boss ha gradito e si è affacciata sorridente al balcone per ringraziare. Carabinieri e polizia indagano, la Chiesa commenta indignata l’episodio, il sindaco, Lea Savona, reagisce con rabbia: “Nessun inchino, si vuole strumentalizzare Corleone. Su questo nuovo caso di “inchino” la comunità religiosa si indigna, il vescovo di Monreale chiede chiarezza. Ma la sindaca Lea Savona smentisce. “Non c’è stato nessun inchino, si vuole strumentalizzare il nome di Corleone”. La gravità del nuovo caso, dopo quelli di Paternò e San Michele di Ganzeria, è sottolineata da chi lo denuncia anche per essere avvenuto dopo non molto tempo dallo scandalo della blanda intervista di Vespa al figlio di Riina che poté parlare di mafia e del padre quasi assolvendo l’una e l’altro.

Nella foto l’“inchino” di una processione

 

Sempre meno alle urne

Peccato, i sondaggisti non testano l’anagrafe dei votanti, altrimenti scopriremmo che le residue percentuali di presenze alle urne si devono in forte prevalenza agli anziani. Nel mio seggio, nello spazio di tempo di arrivo alla scuola designata, di attesa per salire al primo piano (molto alto) con il micro ascensore “solo due persone per volta”, di accesso all’aula del voto, dell’ingresso in una cabina libera, del complicato rapporto con due schede zeppe di simboli e grandi come lenzuoli, ho incontrato solo uomini e donne in fase di terza o quarta età, non pochi con espressioni di incertezza di fronte al compito di scegliere sindaco, candidati della sua o di liste collegate e di ripiegare correttamente le schede. Nemmeno un giovane. Sociologi e politologi chiarirebbero dall’alto della loro perspicacia professionale che chi ha i capelli bianchi conserva del voto due principi, uno etico, “votare è un diritto-dovere”, uno di storico, acquisito quando ancora si temeva che astenersi sarebbe stato un ostacolo nella vita di lavoro e un motivo serio per sentirsi in colpa. Dovesse procedere in crescendo la disaffezione per i partiti, l’astensionismo giovanile potrebbe assumere proporzioni catastrofiche per l’esercizio della democrazia nel Bel Paese. Poi curiosità in proporzioni modeste per l’esito del voto: l’equa indifferenza per i vincitori nasce dai voti in pagella dei candidati: nessuna sufficienza.

 

 

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