CASO MORO / IL CORSERA SULLA PISTA SHARIF, CHE DOPO 36 ANNI RITROVA LA MEMORIA

Condividi questo articolo

Caso Moro. Un altro anniversario dall’uccisione senza che siano mai stati trovati i “mandanti a volto coperto”, esecutori delle Br a parte. Intanto proseguono i lavori dell’ennesima commissione parlamentare incaricata di far luce su quel delitto di Stato che ha cambiato i destini del nostro Paese. Se una verità storica è ormai acclarata, con le Br eterodirette da Poteri & Servizi, e una Dc silente e complice, con in suoi pezzi da novanta – in prima fila Giulio Andreotti e Francesco Cossiga – compatti nella decisione che lo statista “Doveva Morire” (così è titolato il volume scritto otto anni fa da Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato, autori di una impeccabile ricostruzione di tutte le connection nazionali e internazionali), la via giudiziaria è negata: uno dei buchi neri più scandalosi nella nostra storia repubblicana.

Dalla nuova commissione – presieduta dall’ex Dc poi Margherita quindi Pd Giuseppe Fioroni – qualche piccolo spiraglio. Ad esempio la pista dell’Alfa Sud parcheggiata a pochi metri da via Fani, appartenente ai Servizi, a quanto pare arrivata sul luogo prima ancora del rapimento. Piccole luci nel buio “istituzionale” (lo stesso copione per le stragi di Capaci e via D’Amelio: cambia solo la manovalanza, prima Br, poi la mafia).

George Habash. In apertura il ritrovamento del corpo di Aldo Moro

George Habash. In apertura il ritrovamento del corpo di Aldo Moro

A mettere sciocca carne a cuocere e spargere fumo a volontà su quella tragedia, un fresco scoop del Corriere della Sera, firmato da Davide Frattini. Non lascia scampo ai dubbi il titolo: “Un mese prima del sequestro Moro ho dato l’allarme agli 007 di Roma”. La fonte miracolosa si chiama Bassam Abu Sharif, portavoce del Fronte popolare per la liberazione della Palestina capeggiato da George Habash. Ecco alcuni brandelli delle sue Verità, affiorate con qualche decennio di ritardo. “Io lanciai un allarme: Moro era in pericolo. Credo un mese prima del sequestro. In quei giorni Stefano Giovannone (capocentro del Sid e poi del Sismi a Beirut, ndr) non era a Beirut, incontrai un suo giovane assistente e gli riferii quel che mi aveva raccontato una delle ragazze di Carlos”, al secolo Ilich Ramirez Sanchez, “che ho reclutato io e gli ho dato Carlos come nome di battaglia. Lo Sciacallo, quello ci è diventato da solo”.

Ma ecco la rivelazione tric trac che trae origine dalle parole di quella ragazza, “una tedesca che aveva partecipato a una riunione dove era stata discussa l’idea di colpire Moro. Le feci capire che il Fronte lo considerava un errore. Moro era contro l’egemonia americana, non andava toccato”. Cocciuta e determinata, la bionda teutonica, con ogni probabilità una puledra della scuderia Baader-Meinhoff, dal momento che – rammenta la fervida memoria ritrovata di Sharif – “fin dal 1968 in Giordania e poi in Libano il mio incarico è stato quello di gestire i campi di addestramento per gli occidentali, anche italiani. Lì ho incontrato Andreas Baader e Ulrike Meinhoff”.

Tra i documenti esaminati dalla nuova commissione capeggiata da Fioroni – commenta Frattini – fa capolino un cablogramma del 18 febbraio 1978 (quasi un mese prima del rapimento) partito da Beirut, mittente con ogni probabilità Giovannone che “scrive di aver incontrato il suo abituale interlocutore nel Fronte popolare che lo ha avvertito: gruppi europei stanno organizzando un’operazione terroristica di notevole portata e potrebbe coinvolgere l’Italia”.

Poche idee ma confuse. Pochi fatti ma capovolti. Per la strage di Bologna, tanti anni fa, venne battuta anche la pista palestinese, con il possibile intervento di Carlos & C., e una ipotetica Schermata 2016-05-16 alle 20.24.13connection con la tedesca Rote Armee Fraktion: tanto per depistare meglio sulle prodezze dei Servizi di casa nostra in combutta con la destra eversiva e stragista. Sul fronte Moro, esattamente un mese prima del rapimento, dai Servizi partì un’informativa: ne parla il gladiatore sardo Antonino Arconte.

Ma sono ben altri i tasselli strategici del puzzle, e tutti “scientificamente” ricostruiti da Imposimato e Provvisionato in “Doveva Morire”. A cominciare dalle rivelazioni dell’uomo della Cia sbarcato in Italia per dare una “mano” (una “manina”) al “Comitato di Crisi” creato da Cossiga e composto da 11 piduisti su 12: Steve Pieczenik, il quale ricostruisce per filo e per segno la strategia di “non intervento” (e quindi di sostanziale collusione) decisa dai nostri vertici perchè, appunto, “Moro doveva morire”. Più chiari di così…

Condividi questo articolo

Lascia un commento